Breve storia degli ebrei in Polonia e in Europa

Per il Giorno della Memoria di tutte le vittime dell’Olocausto nazista, ripercorreremo nel modo migliore possibile la lunga e complessa storia del popolo che più ha risentito di questa tragedia, gli ebrei. Sappiamo già perché si commemora questa tragedia proprio il 27 gennaio, ma oggi scopriremo come mai sono arrivati in Europa, perché sono stati e sono oggetto delle peggiori discriminazioni, e perché la loro presenza era così massiccia proprio in Polonia, un Paese storicamente cattolico e che nonostante ciò ospitò la comunità ebraica più popolosa d’Europa. In questo avvincente documentario prodotto da BBC e Rai2 (doppiato in italiano) si ha non solo la possibilità di conoscere in cosa consiste davvero l’Olocausto, tutti i dettagli sulla sua attuazione, le immagini e i testimoni sopravvissuti alla Shoah, ma sono anche incluse storie e personaggi meno noti, che mostrano lati poco conosciuti di quest’ignobile operazione (segnaliamo l’incredibile storia del corriere polacco Jan Karski, che viaggiò pericolosamente per mezza Europa nel tentativo di comunicare alle forze Alleate dei massacri di Auschwitz). D’altro canto, per fare un percorso ordinato e completo, consigliamo di posticipare la visione del video e fare un salto indietro nel tempo di vari secoli…
Le fonti disponibili lasciano intendere che la popolazione ebraica fosse già esistente tra il II e il III millennio a.C. nell’antica Mesopotamia (parte dell’odierno Iraq). Probabilmente erano delle carovane di nomadi erranti, ma nel II millennio si insediarono tra Israele e Giordania. L’ascesa babilonese, culminata con la conquista di Canaan e la prima distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 586 a.C., causò la prima diaspora riportandoli più a Est, (Iraq, Persia, Babilonia), ma anche nelle principali città dell’Europa mediterranea e del Nord Africa, dove nonostante la presenza del califfato islamico si svilupparono soprattutto dei centri di studio della Torah, la Bibbia ebraica. In passato infatti la tolleranza del mondo musulmano verso gli ebrei era più accomodante, seppur risicata. Tali comunità rimasero in vita anche quando gli ebrei rimasti in Medio Oriente sfruttarono nel IV secolo a.C. le baruffe tra persiani, greci ed egiziani per tornare nelle terre di Canaan. Ma i successivi rapporti con l’Impero Romano furono ben diversi. Nel I secolo d.C. gli ebrei non accettarono più di stare sotto il loro dominio, e la ribellione fu repressa con un massacro: il tempio di Gerusalemme fu nuovamente distrutto (70 d.C., in memoria di ciò i romani costruirono l’Arco di Tito a Roma) e la diaspora si ripeté. Si infoltirono i centri e le comunità ebraiche già esistenti in Medio Oriente e nei Paesi tutt’intorno al Mediterraneo, dove se ne crearono anche di nuove.
Nei secoli successivi, e in certi contesti, la coesistenza con certe comunità ebraiche fu vista perfino di buon grado, come ad esempio nell’Impero Bizantino e nella Spagna del Medioevo, ma l’ascesa della religione cristiana coincise con una graduale crescita degli attriti con gli ebrei. La setta cristiana nacque tra il I e il II sec. d.C. come una costola della grande famiglia ebraica, e con il passare del tempo gli adepti si arrogarono il diritto di essere i veri interpreti della parola di Dio. Accusarono gli ebrei di aver infranto l’Alleanza, di essere i responsabili della morte di Gesù, e di non essere perciò più in grado di rivestire il ruolo di popolo eletto. Quel contrasto sempre più stridente divenne la causa primordiale di tutto, e durante le prime crociate (1095-1101) migliaia di ebrei furono massacrati in Medio Oriente. Quest’avversione si ripercosse anche nella vita quotidiana europea, dove gli ebrei furono privati di molti diritti, specialmente nel mondo del lavoro. L’unico settore redditizio che gli rimase fu quello del commercio e del prestito del denaro, all’epoca vietato dalla Chiesa. Così, oltre ad essere assassini, gli ebrei furono additati anche come spietati usurai, e furono obbligati a vestire un abito specifico per farsi riconoscere.
In questo contesto gli ebrei iniziarono a spostarsi, dapprima in Europa Centrale – Germania, Olanda, Nord Italia -, e poi verso Est, specie in parte della Polonia (tra i fiumi Varta e Vistola), dove già dall’XI secolo si insediò la comunità ashkenazita, proveniente da Rep. Ceca e Germania. L’immigrazione dalle province del Reno e del Danubio verso la Polonia fu costante e aumentò in concomitanza delle Crociate del 1146-1147 e del 1196. Questo non è tutto: il cosiddetto Basso Medioevo, tra l’XI e il XIV secolo, deve il suo nome a due cause. La prima fu la peste nera che flagellò l’Europa, un ottimo pretesto per i cristiani per alzare il livello di scontro con gli ebrei diffondendo una serie di calunnie, come impastare il pane non lievitato con il sangue dei bambini cristiani, o avvelenare l’acqua dei pozzi. La seconda peculiarità del Basso Medioevo fu una crisi economica generale sempre più profonda: con il tempo, i creditori ebrei vantavano somme sempre più alte nei confronti di cittadini privati o addirittura dei nobili e dei monarchi di turno. La soluzione a ciò fu radicale: l’espulsione degli ebrei dagli stati (Francia, Germania, Inghilterra, e anche la Spagna un tempo ospitale) e l’annullamento dei debiti dei cittadini. Gli ebrei si rifugiarono in Olanda, Italia, Turchia, Russia, Ungheria, Ucraina, ma soprattutto in Polonia, nelle province più vicine al confine austro-tedesco: Cracovia, Poznań e la Slesia. Più fonti portano a dire che altre comunità ebraiche si diressero verso la Polonia dall’XI al XVI secolo, su tutti i sefarditi (dalla Spagna) e i caraiti (dall’Impero Bizantino).
Gli ebrei trovarono in Polonia quell’ospitalità che non avevano ricevuto da nessun altra parte (fatta eccezione per la Spagna dell’Alto Medioevo) grazie alla protezione di duchi e prìncipi polacchi. L’elevata alfabetizzazione degli ebrei (la cui cultura all’istruzione partiva dallo studio del Talmud) li rendeva più istruiti dei proletari polacchi, e si creò così la classe sociale dei commercianti, che si aggiunse a quelle preesistenti dei contadini e dei ricchi proprietari terrieri. La loro concezione dell’economia li avvantaggiò nella copertura di ruoli importanti come esattori fiscali, amministratori di terre, e gestori del conio delle monete. Non tutto fu idilliaco, di tanto in tanto ci furono degli attriti con i cristiani, fomentati soprattutto dalle critiche dei vescovi locali e dai decreti papali che condannavano il commercio ebraico e vietavano di vivere accanto agli ebrei (fu così che si formarono i ghetti, il primo a Venezia nel 1516). Le relazioni clandestine tra ebreo e cristiana erano severamente punite, dal 1279 al 1534 gli ebrei furono obbligati a indossare dei segni distintivi che potessero identificarli. Tutto ciò fece sì che nei secoli l’atteggiamento ruvido dei nativi polacchi verso gli ebrei non mutò, e a più tratti ricomparve lo spettro delle maldicenze ai loro danni.
Dunque, impopolare ma determinante fu la protezione dei nobili, che ebbero un aumento delle proprie attività commerciali ed economiche offrendo in cambio agli ebrei l’autonomia economica, culturale e religiosa. Fu così in tutto il Medioevo grazie alla “Carta dei privilegi” di Bolesław V (1264) e al “Concilio delle Quattro Terre” (1580-1764), e la vita ebraica in Polonia prosperò: la coesione della loro comunità e l’invenzione della stampa favorirono il consolidarsi di riti e tradizioni parallele a quelle dell’ebraismo dell’Europa occidentale, attraverso la loro lingua ashkenazita, lo Yiddish, portata dalla Germania. Nel 1534 venne pubblicato il primo libro Yiddish; nel 1547 nacque la prima stamperia ebraica (a Lublino); nel 1567 fu istituita la prima università ebraica Yeshivah. Già dal 1500 oltre il 50% degli ebrei nel mondo viveva in Polonia: se nel XV secolo ne risultavano 10-15mila, nel secolo successivo erano già diventati 150mila, fino ai 450mila del 1648 (su 750mila nel mondo). In quell’anno ci fu un evento traumatico, dovuto ad una fase di transizione nella monarchia polacca con relativi subbugli anche nelle posizioni di potere e nei progetti di espansione del regno: i cosacchi erano un popolo seminomade di contadini che, avendo anche peculiarità militari, erano al soldo dei polacchi presidiando e difendendo l’odierna Ucraina occidentale da eventuali attacchi russi. Il capo dei cosacchi Bohdan Chmielnicki decise di vendicarsi della nobiltà polacca a seguito di un importante posto di potere che gli era stato promesso e poi negato, a quanto pare, in favore di un signorotto polacco. Con l’aiuto dei russi la ritorsione fu spietata, durò otto anni e interessò i polacchi e anche gli ebrei in quanto amministratori economici dei beni della nobiltà. Paradossalmente, anche i polacchi si ritorsero contro gli ebrei, convinti che fossero loro ad incoraggiare cosacchi e russi ad invadere la Polonia. Risultato: quasi 1/4 degli ebrei morì tra atrocità e torture, e altrettanti furono venduti come schiavi nei mercati di Istanbul. I cosacchi ripeterono la stessa azione tra il 1730 e il 1768, e tutto era facilitato dal fatto che 1/3 di tutti gli ebrei viveva in piccoli villaggi autonomi chiamati shtetl: alcuni furono totalmente rasi al suolo, come nel massacro di Uman, nell’attuale Ucraina.
Questi massacri furono talmente traumatici per gli ebrei che si crearono nuove correnti religiose interne come quelle hassidica e frankista, innovatrici, a cui si opposero i tradizionalisti, chiamati mitnaggedim, che per primi usarono l’ironia per raccontare le assurdità della vita e che oggi possiamo apprezzare per esempio nei film di Woody Allen, Mel Brooks o dei Fratelli Coen. Religione e cultura continuarono a vivere nelle sinagoghe e nelle yeshivot (scuole di studio). Alla fine del XVIII secolo la spartizione della Polonia causò diversi mutamenti nella distribuzione ebrea nell’Europa centrorientale. Anche se certi diritti degli ebrei furono messi in discussione, alla fine la Russia concesse loro di insediarsi nella cosiddetta “zona di residenza”, ovvero la parte orientale dell’ormai ex regno polacco-lituano dove si passò in un secolo da un milione a oltre 5milioni di ebrei (solo il 10% del totale non viveva in Europa, ma principalmente in Usa, Olanda o in Medio Oriente). In diverse occasioni gli ebrei affiancarono i polacchi vogliosi di riconquistare l’indipendenza, come nelle battaglie del 1831 o nei moti del 1861-64, senza successo.
Intanto nell’Europa Occidentale l’illuminismo si ripercosse tra le altre cose in un’operazione di emancipazione degli ebrei mediante la concessione di diversi diritti in ambito sia lavorativo che sociale e religioso, perfino nella reticente Germania. Gli stessi ebrei di Usa e Germania si rinnovarono cancellando regole di vario genere, ormai anacronistiche, dalla loro quotidianità, ma in Europa centrorientale si mantenne il tradizionale stile di vita degli shtetl e la formazione culturale degli yeshivot fino alla I Guerra Mondiale. Ad ogni modo, sembrava che tutto andasse nel verso giusto, quando nel 1870 il giornalista tedesco Wilhelm Marr coniò la parola “antisemitismo“. Fu l’inizio di una nuova escalation di odio non tanto religioso quanto etnico-razziale, basato sulla diversità e l’incompatibilità con gli europei. Si formularono le prime tesi sulla purezza della razza tedesca, e ricominciarono le calunnie: si disse che la stampa e le istituzioni finanziarie erano controllate da ebrei, e che quindi erano responsabili dei problemi economici in Europa. Stesse ostilità in Francia, culminate dal 1894 con la famosa persecuzione giudiziaria nei confronti di Alfred Dreyfus, alto ufficiale ebreo dell’esercito nazionale. La situazione più drammatica si verificò però in Russia, Ucraina, Bielorussia e Lituania, dove alle solite restrizioni e alle diffamazioni, gli ebrei furono oggetto di tre grandi ondate di pogrom giustificate con cause di diverso tipo. Un pogrom è un attacco da parte di un settore della società verso un altro attraverso omicidi, rapine, espropri. Qui, spesso il popolo russo era aizzato dalla polizia segreta zarista. I periodi dei pogrom furono 1881-1884, 1903-1906 e 1917-1921. Ci fu un pogrom anche a Varsavia nel Natale del 1881, con 26 morti, 2.600 arresti e oltre mille famiglie economicamente devastate. Sempre in Russia, risultò grottesca la creazione dell’Unione Generale dei Lavoratori Ebrei nel 1897, quando solo sei anni dopo si intensificarono le diffamazioni, anche sui giornali: il quotidiano russo Znamia pubblicò un falso letterario, i Protocolli dei Savi di Sion, in cui si millantavano delle teorie ebraiche su come impadronirsi del mondo tramite finanza e stampa; si mossero addirittura delle accuse di cannibalismo. Altro paradosso tra il 1917 e il 1921: nonostante il permesso agli ebrei di circolare liberamente in Russia (e non solo nella zona di residenza nell’ex Polonia) e i tentativi di contenimento dell’Armata Rossa, la controrivoluzione dell’Armata Bianca fu indomabile effettuando oltre 2000 pogrom, con 150mila ebrei uccisi e un numero ancora più alto di profughi.
Se già dal 1880 si iniziò a parlare di uno stato indipendente ebraico con i precursori Birnbaum, Kalischer e il fisico polacco Leon Pinsker, con l’ungherese Theodor Herzl il sogno politico sionista si fece più concreto, alla luce proprio dei massacri russi che accelerarono questo lungo processo. Dal 1897 furono organizzati congressi annuali e dibattiti all’interno del mondo ebraico. Il luogo prescelto per la creazione di uno stato ebraico fu la Palestina. Fondamentale fu la mobilitazione del Regno Unito che sconfisse gli occupanti turchi nel 1917 e approvò la dichiarazione Balfour che riconosceva il diritto di insediamento di una colonia ebraica in Palestina. Da allora si verificò un aumento della popolazione ebraica in loco, dai 90mila del 1918 ai 160mila del 1929, fino ai 500mila del 1939, sebbene il Regno Unito avesse cercato di limitare il flusso migratorio ed evitare scontri con il milione di abitanti arabi, non entusiasti di questo esodo.
Nell’Europa del primo dopoguerra la distribuzione della popolazione ebrea era nuovamente mutata a causa dei 40 anni di pogrom russi e del conflitto mondiale. Nel trattato di pace di Riga (1921) tra la rinata Polonia e la Russia, gli ebrei avevano la possibilità di scegliere a quale nazione appartenere: centinaia di migliaia furono quelli che si trasferirono in Polonia, costituendo una comunità di tre milioni di individui. Due milioni e mezzo rimasero in Russia, mentre quasi due milioni se ne contavano nel resto dell’Europa dell’Est. In 350mila rimasero nell’Europa Occidentale, e in 200mila nel Regno Unito, ma la vera rivoluzione furono i due milioni di persone che scapparono proprio dall’Est Europa in direzione degli Stati Uniti. La Polonia dell’epoca era difficilissima da gestire dacché il desiderio di riaffermare l’identità polacca doveva tener conto delle nutrite minoranze ucraine, bielorusse, lituane, tedesche, e soprattutto ebraiche. Anche gli interessi economici costituirono una delle cause dell’antisemitismo polacco che, per quanto in ombra, fu costante. Nonostante le difficoltà, la comunità ebraica stava rifiorendo, con ben 36 yeshivot create nel Paese per quel 49% di ebrei sotto i 20 anni. Nel 1930 l’11% dei polacchi, ovvero 3milioni e mezzo di persone, era ebreo.
Proprio allora si abbatté la Grande Depressione economica, che contribuì molto alla crescita del pensiero antisemita in tutto il continente. In Russia le diffamazioni contro gli ebrei erano già entrate nel DNA dei cittadini; anche nella stessa Polonia cominciarono ad aleggiare con più insistenza sentimenti di intolleranza. Nessuno però la tradusse in eliminazioni fisiche. Gli ebrei tornarono al pensiero di emigrare, ma molti stati europei e perfino gli Usa emanarono delle leggi restrittive per l’accoglienza di nuovi stranieri. Solo una parte riuscì a scappare, in troppi rimasero in trappola. Al successo popolare dei falsi Protocolli dei Savi di Sion, si aggiunse il dominio di Hitler dal 1933 con le sue folli applicazioni delle teorie sulla purezza della razza ariana. Dapprima furono distrutti agli ebrei negozi, libri, sinagoghe, ci furono arresti e omicidi, e poi la sua politica si tradusse nella “soluzione finale”: la deportazione di ebrei, anziani, disabili, omosessuali, zingari, slavi e oppositori politici di ogni genere nei lager siti principalmente nell’attuale Polonia Sudoccidentale, costretti ai lavori forzati e infine eliminati in enormi genocidi. La cronaca degli eventi nel periodo 1941-1945 è ben descritta nel bel documentario all’inizio di questo saggio, e durante il Terzo Reich si valutano oltre 15milioni di vittime: 6 milioni gli ebrei, ovvero i 2/3 degli ebrei d’Europa. Le istituzioni delle sinagoghe e delle yeshivot furono liquidate, come anche le shtetl.
Da ricordare tra l’Aprile e il Maggio del 1943 la Rivolta del Ghetto di Varsavia. La comunità era stata già decimata da 400mila a 70mila persone, che guidate dal comandante Anielewicz si armarono e si nascosero in rifugi sotterranei effettuando dei blitz contro le pattuglie tedesche. Le speranze di vittoria erano pari a zero, ma l’insurrezione durò oltre un mese, fino a quando, braccati, gli ebrei preferirono suicidarsi che cadere in mano ai nazisti. La minoranza ebraica in Polonia crollò dai 3,5milioni del 1939 ai 200mila del 1945. Il caso polacco è molto controverso dal momento che al mito di un popolo complessivamente ospitale e tollerante si oppongono azioni poco apprezzabili. I pochi ebrei sopravvissuti non avevano più una famiglia, non sapevano dove andare, non avevano una casa. Quelli che decisero di tornare nelle loro terre trovarono molta ostilità da chi se ne era indebitamente impossessato. Nel 1946 ci fu perfino un pogrom a Kielce con 42 vittime. Ecco perché nei decenni successivi la comunità si spopolò ulteriormente. Ufficialmente oggi risultano circa 9mila ebrei in Polonia, di cui molti anziani, ben poca cosa rispetto al milione abbondante distribuito tuttora nell’Europa occidentale. Tuttavia la fondazione ebraica dedicata a Mojżesz Schorr sostiene che ve ne siano almeno 100mila, ma qui entra in gioco anche il concetto di ebraismo: c’è chi lo considera una nazionalità, e chi solo una cultura. Attualmente sono attive delle sinagoghe a Cracovia, Varsavia, Poznań, Breslavia, Bielsko-Biała, Wałbrzych, Gliwice, e non ultimo a Łódź, unico caso in cui le funzioni religiose sono praticate ogni giorno. Altre due sono state fondate dopo il 1945, a Legnica e Katowice.
Nel resto del mondo invece il dopoguerra fu diverso: le Americhe, l’Europa occidentale, il Sudafrica accolsero di buon grado gli ebrei, e paradossalmente una delle più grandi comunità al mondo si trova in Russia. Gli eventi dell’Olocausto cambiarono radicalmente anche l’approccio della Chiesa cattolica, che aprì ufficialmente alla riconciliazione nel 1964. Nel frattempo, il 14 Maggio 1948 era stato riconosciuto ufficialmente lo stato d’Israele. Si può immaginare come siano stati milioni gli ebrei che, gradualmente, si trasferirono in Medio Oriente, ma al contempo i rapporti con il mondo musulmano furono definitivamente compromessi. Nei successivi 30 anni ci furono vari scontri con Egitto, Siria, Iraq e Libano, e da allora fino ad oggi sono stati numerosi gli episodi di guerriglia civile o di vere e proprie battaglie tra Israele e militanti palestinesi, come spesso sentiamo nei telegiornali. Aldilà della particolare situazione in Medio Oriente, la discriminazione verso gli ebrei non è mai cessata del tutto neanche nel resto del mondo: di tanto in tanto si registra qualche episodio isolato, ma dai tempi delle diffamazioni diffuse ormai da cento a mille anni fa è passato così tanto tempo che probabilmente nessun antisemita sa veramente perché dice di esserlo. Ecco perché forse conviene scoprire e conoscere l’origine di questo popolo dalla storia così particolare e unica, nel bene e nel male: per non cadere ingenuamente in luoghi comuni, e soprattutto per ricordare il male che l’Uomo è in grado di produrre poiché, come disse Primo Levi: “E’ accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo”.
Fonti: A short history of Judaism, Dan & Lavinia Cohn-Sherbok, Oneworld, 1994 / Miraculous Journey, Yosef Eisen, Targum Press, 2004

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Una risposta a Breve storia degli ebrei in Polonia e in Europa

  1. kikka ha detto:

    l’odio verso gli ebrei è talmete radicato e si esprime in varie forme. anni fa dicevano che i gemelli che governavanp fossero “ebrei”-si lamentavano del governo-, la stessa persona si augurava che gli ebrei tornassero perchè avevano soldi e fabbriche, ai tempi e quindi si poteva avere altro lavoro, una signora deliziosa, una barbie polacca, sposata con un italiano e molto cortese mi disse che in polonia nessuno avrebbe mai abitato in una casa in cui avessero vissuto ebrei (esagerata!) e che per i polacchi gli ebrei erano- e fece il gesto di schiacciare- come i..blatte? scarafoni? ho visto un cappio con una stella di davide, un cilindro dello zio sam con il naso adunco, una piovra con la stella che stringeva il mondo.
    si, decisamente non ci sono scusanti visto che gli ebrei in pl saranno poco più di 3500…
    loro ne parlano come fossero milioni. ma quanta paura hanno?
    ma che teste di legno ragazzi!!!

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