L’ascesa del nazionalismo in Polonia

Nelle ultime due settimane sui giornali di mezza Europa si è fatto un gran parlare della Polonia e della recente marcia dell’11 novembre per la Festa dell’Indipendenza, un evento che ha luogo ogni anno nelle principali città polacche.
Il messaggio trasparso in modo più o meno esplicito è stata la presenza di “migliaia di nazionalisti” che hanno fatto ben sentire la loro presenza nella piazza principale della capitale Varsavia. Tanto per fare qualche esempio, nel Regno Unito, mass media come The Guardian, Telegraph e BBC hanno posto un forte accento al “carattere nazionalista della marcia”, idem in Francia (Liberation, Le Monde), e anche in Italia quasi tutti i media del Bel Paese hanno seguito lo stesso filo (Il Corriere, La Repubblica) con osservazioni al limite, come la critica per non aver accolto e integrato dei rifugiati, ma “solo un milione di ucraini fuggiti dalle zone di guerra” (fatto vero e finora sempre trascurato dall’Unione Europea).
In realtà non è la prima volta che gruppi di estrema destra si organizzano in eventi come questo, ma finora non vi si era mai registrata una loro egemonia. Allora cos’è successo veramente? Partiamo subito da un punto fermo: i 60mila presenti stimati dalle forze dell’ordine non possono essere tutti etichettati come estremisti. A darne prova è il Daily Mail, che ha raccontato in modo un po’ più organico varie facce della manifestazione, quella istituzionale, quella dei pacifici patrioti, quella xenofoba, quella anti-fascista.
Insomma, non è stata una marcia di nazionalisti tout-court, e certi media non si sono curati di precisarne le sfaccettature. Vero però è che, per quanto minoritaria, in quest’annata la presenza delle frange facinorose è stata decisamente più corposa del passato. Basti pensare che, oltre a diversi movimenti estremisti polacchi come l’ONR (Obóz Narodowo-Radykalny) o l’MR (Młodzież Wszechpolska) che raccolgono qualche simpatizzante in più, a dare man forte sono arrivati diversi movimenti omologhi da Olanda, Belgio, Svezia, Francia, Spagna, Ungheria, Ucraina e Italia (Forza Nuova), le cui bandiere e simboli lasciano pochi dubbi sulle loro ideologie xenofobe, omofobe e antisemite. Veri sono stati anche diversi cori cantati prima e durante la marcia: “Dio, onore e Patria”, “Vogliamo Dio”, “niente omosessuali, niente Islam, un’unica nazione, Polonia pura”; “A colpi di martello, a colpi di falce, spazziamo via la marmaglia rossa, i comunisti” (il comunismo in Polonia è ridotto ai minimi termini già dal 1989). Un partecipante, intervistato dalla televisione Tvp, ha detto “stiamo manifestando per eliminare l’ebraismo dal potere”. Come è visibile nel videoreportage in italiano qui sotto, sono tutti elementi che non è possibile negare né trascurare.
Alla luce della delicata situazione sociale, economica e culturale dei giorni nostri, è comprensibile che la fetta più disagiata della popolazione sia sempre più esasperata. Su questo non si possono e non si devono chiudere gli occhi. Ma si è arrivati ad un punto in cui non è più accettabile sottovalutare il carattere xenofobo, omofobo o antisemita che i più deboli stanno sviluppando. Questo è un fenomeno complesso originato da vari fattori: un intreccio malsano tra politica ed economia che depaupera intere classi sociali, le ingerenze politiche tra poteri a livello nazionale che non aiutano mai nessun sistema democratico, la bassa qualità dell’informazione di certi mass media, le insufficienti condizioni per distinguere un’informazione corretta da una incompleta o distorta. Alla base di tutto la colpa è anche di noi cittadini e di un fatale binario costituito dall’informazione insufficiente e superficiale di cui ci nutriamo, e dall’istintivo rigetto di una profondità di pensiero e analisi a vantaggio di un giudizio facile, radicale e immediato (e spesso non fedele alla realtà).
In parole povere, la voglia sempre maggiore di una soluzione immediata a problemi complessi di portata enorme e governabili solo con operazioni di medio-lungo termine non può portare altro che agli estremismi di cui stiamo parlando. Rispetto a qualche anno fa però, la rapida diffusione dell’informazione via Internet, unita alla costante manifestazione della rabbia e del malcontento tramite i social network, fa sì che la disapprovazione della violenza con l’indifferenza non è più sufficiente. Sono idee che bisogna iniziare esplicitamente a condannare in termini morali con fermezza senza “se” e senza “ma”, esattamente come chiunque commetta una qualsiasi azione o apologia volta alla violenza e alla discriminazione generalizzata. Questo è il ruolo di noi normali cittadini.
Certo, senza realizzare nulla di concreto per risolvere il disagio delle classi meno abbienti, alla lunga la sola condanna morale dell’apologia della violenza rischia di non bastare. è qui che l’educazione civica dei cittadini deve essere supportata da un’azione da parte della Cosa Pubblica attraverso un forte ritorno all’educazione civica e culturale e – in chiave ancora più riformista – con la messa in atto di un nuovo sistema economico non più basato sul maggior profitto, un sistema che possa facilitare tutti nell’integrarsi attivamente nella società e nel poter migliorare le condizioni di tutti con idee e iniziative nuove, e non per costringere ancora ultimi e penultimi a tirarsi tra loro una coperta sempre troppo piccola. Utopia? Tutt’altro.  La cosiddetta “ciambella” di Kate Raworth (spiegata in un articolo di The Guardian) è uno dei tanti esempi di sistemi economici realizzabili. Condizione necessaria è la seria volontà da parte di tutti di ricostruire il quieto convivere nella società, il nostro benessere, il clima nel nostro Paese in un pianeta già debilitato nel suo ecosistema.
È un tipo di politica estremamente complesso che nell’immediato potrebbe portare ad un calo di consensi, ma è qui che una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe assumersi la responsabilità di non continuare a guardare il proprio tornaconto elettorale con piccoli regalini una tantum come bonus o condoni, ma di guardare un pò più in là e costruire le fondamenta per il futuro. E il futuro prossimo non sarà di certo facile.

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