Qui Polonia & Italia su “Il migliore dei mondi”

Lo scorso 13 febbraio la stazione radiofonica Novaradio ha parlato di Polonia.
Il programma “Il migliore dei mondi” ha dedicato una sua puntata di approfondimento su diversi aspetti dell’attualità polacca, e Qui Polonia & Italia ha dato il suo contributo.
Le conversazioni con Valentina Lepri, docente di Storia del Rinascimento e Filosofia all’università di Varsavia, e Flavio D’Amato, fondatore del progetto Qui Polonia & Italia, hanno mirato a raccontare alcune peculiarità della Polonia viste da dentro:
– l’attuale panorama politico,
– il ruolo della gerarchia ecclesiastica polacca,
– la narrazione del partito di governo Prawo i Sprawiedliwość,
– la coscienza civile dei cittadini,
– Polonia: cosa sappiamo e cosa pensiamo di sapere,
– la qualità della vita, il lavoro e le competenze,
– eventi culturali e promozione turistica,
– la presenza italiana in loco,
– il prossimo futuro, e un’opinione sui provvedimenti degli ultimi governi.

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L’ascesa del nazionalismo in Polonia

Nelle ultime due settimane sui giornali di mezza Europa si è fatto un gran parlare della Polonia e della recente marcia dell’11 novembre per la Festa dell’Indipendenza, un evento che ha luogo ogni anno nelle principali città polacche.
Il messaggio trasparso in modo più o meno esplicito è stata la presenza di “migliaia di nazionalisti” che hanno fatto ben sentire la loro presenza nella piazza principale della capitale Varsavia. Tanto per fare qualche esempio, nel Regno Unito, mass media come The Guardian, Telegraph e BBC hanno posto un forte accento al “carattere nazionalista della marcia”, idem in Francia (Liberation, Le Monde), e anche in Italia quasi tutti i media del Bel Paese hanno seguito lo stesso filo (Il Corriere, La Repubblica) con osservazioni al limite, come la critica per non aver accolto e integrato dei rifugiati, ma “solo un milione di ucraini fuggiti dalle zone di guerra” (fatto vero e finora sempre trascurato dall’Unione Europea).
In realtà non è la prima volta che gruppi di estrema destra si organizzano in eventi come questo, ma finora non vi si era mai registrata una loro egemonia. Allora cos’è successo veramente? Partiamo subito da un punto fermo: i 60mila presenti stimati dalle forze dell’ordine non possono essere tutti etichettati come estremisti. A darne prova è il Daily Mail, che ha raccontato in modo un po’ più organico varie facce della manifestazione, quella istituzionale, quella dei pacifici patrioti, quella xenofoba, quella anti-fascista.
Insomma, non è stata una marcia di nazionalisti tout-court, e certi media non si sono curati di precisarne le sfaccettature. Vero però è che, per quanto minoritaria, in quest’annata la presenza delle frange facinorose è stata decisamente più corposa del passato. Basti pensare che, oltre a diversi movimenti estremisti polacchi come l’ONR (Obóz Narodowo-Radykalny) o l’MR (Młodzież Wszechpolska) che raccolgono qualche simpatizzante in più, a dare man forte sono arrivati diversi movimenti omologhi da Olanda, Belgio, Svezia, Francia, Spagna, Ungheria, Ucraina e Italia (Forza Nuova), le cui bandiere e simboli lasciano pochi dubbi sulle loro ideologie xenofobe, omofobe e antisemite. Veri sono stati anche diversi cori cantati prima e durante la marcia: “Dio, onore e Patria”, “Vogliamo Dio”, “niente omosessuali, niente Islam, un’unica nazione, Polonia pura”; “A colpi di martello, a colpi di falce, spazziamo via la marmaglia rossa, i comunisti” (il comunismo in Polonia è ridotto ai minimi termini già dal 1989). Un partecipante, intervistato dalla televisione Tvp, ha detto “stiamo manifestando per eliminare l’ebraismo dal potere”. Come è visibile nel videoreportage in italiano qui sotto, sono tutti elementi che non è possibile negare né trascurare.
Alla luce della delicata situazione sociale, economica e culturale dei giorni nostri, è comprensibile che la fetta più disagiata della popolazione sia sempre più esasperata. Su questo non si possono e non si devono chiudere gli occhi. Ma si è arrivati ad un punto in cui non è più accettabile sottovalutare il carattere xenofobo, omofobo o antisemita che i più deboli stanno sviluppando. Questo è un fenomeno complesso originato da vari fattori: un intreccio malsano tra politica ed economia che depaupera intere classi sociali, le ingerenze politiche tra poteri a livello nazionale che non aiutano mai nessun sistema democratico, la bassa qualità dell’informazione di certi mass media, le insufficienti condizioni per distinguere un’informazione corretta da una incompleta o distorta. Alla base di tutto la colpa è anche di noi cittadini e di un fatale binario costituito dall’informazione insufficiente e superficiale di cui ci nutriamo, e dall’istintivo rigetto di una profondità di pensiero e analisi a vantaggio di un giudizio facile, radicale e immediato (e spesso non fedele alla realtà).
In parole povere, la voglia sempre maggiore di una soluzione immediata a problemi complessi di portata enorme e governabili solo con operazioni di medio-lungo termine non può portare altro che agli estremismi di cui stiamo parlando. Rispetto a qualche anno fa però, la rapida diffusione dell’informazione via Internet, unita alla costante manifestazione della rabbia e del malcontento tramite i social network, fa sì che la disapprovazione della violenza con l’indifferenza non è più sufficiente. Sono idee che bisogna iniziare esplicitamente a condannare in termini morali con fermezza senza “se” e senza “ma”, esattamente come chiunque commetta una qualsiasi azione o apologia volta alla violenza e alla discriminazione generalizzata. Questo è il ruolo di noi normali cittadini.
Certo, senza realizzare nulla di concreto per risolvere il disagio delle classi meno abbienti, alla lunga la sola condanna morale dell’apologia della violenza rischia di non bastare. è qui che l’educazione civica dei cittadini deve essere supportata da un’azione da parte della Cosa Pubblica attraverso un forte ritorno all’educazione civica e culturale e – in chiave ancora più riformista – con la messa in atto di un nuovo sistema economico non più basato sul maggior profitto, un sistema che possa facilitare tutti nell’integrarsi attivamente nella società e nel poter migliorare le condizioni di tutti con idee e iniziative nuove, e non per costringere ancora ultimi e penultimi a tirarsi tra loro una coperta sempre troppo piccola. Utopia? Tutt’altro.  La cosiddetta “ciambella” di Kate Raworth (spiegata in un articolo di The Guardian) è uno dei tanti esempi di sistemi economici realizzabili. Condizione necessaria è la seria volontà da parte di tutti di ricostruire il quieto convivere nella società, il nostro benessere, il clima nel nostro Paese in un pianeta già debilitato nel suo ecosistema.
È un tipo di politica estremamente complesso che nell’immediato potrebbe portare ad un calo di consensi, ma è qui che una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe assumersi la responsabilità di non continuare a guardare il proprio tornaconto elettorale con piccoli regalini una tantum come bonus o condoni, ma di guardare un pò più in là e costruire le fondamenta per il futuro. E il futuro prossimo non sarà di certo facile.

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Wrocław e il suo lampionaio

“Dove andiamo in vacanza quest’anno?” “In Polonia?” “Sì, ne ho sentito parlare”. “Ma dove? Cosa c’è d’interessante?”. Tempo fa abbiamo dotato tutti gli internauti di una guida veloce su un viaggio in Polonia, partendo proprio con una panoramica su città e regioni che vale la pena visitare, e proseguendo poi con i mezzi per raggiungerla, l’alloggio, i negozi, la gastronomia e l’immancabile alcool.
Oltre a questo nel grande archivio del blog, nel tempo sono state pubblicate decine di articoli e video che parlano di Cracovia, Varsavia, Danzica, della Mazuria, di Wrocław e tanto altro ancora. Oggi aggiungiamo un altro tassello proprio su Wrocław. Natia Docufilm ha prodotto un minireportage con cui è possibile scoprire una romantica peculiarità di questa bella città, il lampionaio, un dipendente comunale che ogni giorno accende la sera e spegne la mattina i 103 lampioni a gas, uno ad uno, del suggestivo quartiere di Ostrów Tumski. Con la sua livrea è diventato una delle tante attrazioni turistiche della città polacca. Per soddisfare ulteriormente la nostra sete di curiosità, subito sotto riportiamo un articolo scritto qualche mese fa da Janusz Wójtowicz, giornalista del posto che ci parla del capoluogo della Bassa Slesia.
Ci sono ancora città da scoprire nella vecchia Europa? Fuor di ogni retorica, sì; e allora bisogna ringraziare il programma delle Capitali Europee della Cultura se oggi sbarchiamo a Wrocław — quarta città della Polonia e, con la spagnola-basca San Sebastian/Donostia, Capitale 2016 — nota agli italiani quasi solo grazie a un vettore low cost sulle cui mappe si chiama Breslavia, dal tedesco Breslau. I nomi dicono molto della storia di questa affascinante città strattonata tra est e ovest nei tornanti della storia del continente, con migrazioni di massa allora tutte europee. Ma per fissarne negli occhi qualche cenno di identità, il viaggiatore dovrà prima abbassarli a cercare i simpatici gnomi bronzei che popolano vie e piazze e che ricordano i moti arancioni dell’Ottanta, e poi alzarli su per fissare i cosiddetti quattro punti cardinali, coinvolti nel fitto programma di eventi che sino al 18 dicembre animeranno la città.- nota di QP&I: gli gnomi sono in crescita esponenziale: nel 2016 si è passati dai 163 di gennaio agli attuali 286, grazie alla facilità con cui si può fare domanda (ma i costi di progettazione, realizzazione e ricerca della manodopera sono a carico del richiedente).
Ampio oltre tre ettari, il Rynek, ovvero la Piazza del mercato, è esattamente come ci si aspetta che sia un cuore urbano sulle rive del fatidico Oder: vasto, circondato da facciate storiche di case borghesi ricostruite dopo il 1945, con municipio e torre in mattoni rossi. Gli stessi mattoni che danno il tono alle decine di chiese e che, viste dall’alto della moderna Sky Tower, costellano il tessuto cittadino come altrettante navi dalla chiglia capovolta. L’approdo verso cui tutte paiono puntare è il secondo punto cardinale: Ostròw Tumski, l’Isola della Cattedrale di San Giovanni Battista. Circondata dal fiume ora in parte coperto e da cui i cittadini dovettero difendersi durante la terribile alluvione del 1997, collegata da ponti pedonali alle altre silenziose isole, è un pezzo di Settecento perfettamente ricostruito dopo la guerra mondiale. Consiglio: aspettare il tramonto e seguire il lampionaio in cilindro che accende i fanali a gas. Il terzo punto di riferimento è bicefalo: ai bordi del centro storico si visitano facilmente due capisaldi culturali e punti forti degli eventi 2016. Nell’Università non bisogna perdere il sontuoso barocco dell’Aula Leopoldina e la splendida sala dell’Oratorium Marianum, sede di concerti da camera e di balli storici. Più a sud e non lontano dall’Opera, ecco il nuovissimo NFM, National Forum of Music, un magnifico auditorium alla pari (o al di sopra) delle più blasonate sale da concerto del mondo. A Wrocław i mezzi pubblici funzionano benissimo: conviene salire sul 10 e raggiungere in periferia Hala Stulecia, il Palazzo del Centenario. Vagamente inquietante, il colosso di cemento armato parla silenziosamente della storia europea. Costruito nel 1913 con tecniche avveniristiche per la Mostra internazionale che celebrava il centenario della vittoria tedesca su Napoleone a Lipsia, ha visto passare sotto la gigantesca cupola dagli echi babilonesi raduni nazisti e congressi comunisti, messe di Giovanni Paolo II e incontri con il Dalai Lama. Oggi è Patrimonio Unesco e il 23 febbraio di quest’anno vi si è esibito in concerto Ennio Morricone.
Si torna verso il centro e, fuori dai circuiti più gettonati, conviene scendere verso sud e dare uno sguardo ai quartieri attorno alla stazione per ritrovarsi di colpo in atmosfere urbanistiche assolutamente made in Deutschland che, come in un libro aperto, mostrano il passato tedesco-prussiano di Breslavia-Wrocław. Poi all’angolo tra Piłsudski e Świdnicka ci si sofferma a guardare i passanti che si confondono con il gruppo di statue di cittadini qualunque che scendono sottoterra sfondando l’asfalto per poi riemergere sull’altro marciapiede. Simboleggiano l’immergersi nel e il riemergere dal blackout del colpo di Stato del 1981. Sì, in Europa c’è ancora molto da scoprire.

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Gli scioglilingua in polacco

Nel corso del tempo abbiamo avuto modo di apprezzare bellezze e asperità della lingua polacca mediante delle lezioni che toccano vari aspetti di questo idioma, dalla grammatica al lessico di settore, passando per la scorciatoia delle “domande e risposte utili” da imparare a memoria e usare quando si è in negozi, biglietterie, alberghi e via dicendo. Con ogni lezione, che continuiamo a pubblicare ancora oggi una tantum, abbiamo anche notato quanto sia fondamentale conoscere la pronuncia di lettere e gruppi di lettere, la cui varietà e difficoltà non finisce mai di stupirci con le parole che si scoprono col tempo. Con l’articolo di oggi tocca rimboccarsi le maniche e scaldare i muscoli facciali, dacché ci tufferemo nel mondo degli scioglilingua (in polacco łamańce językowe). Siano esse filastrocche, frasi o singole parole, il polacco ne ha a bizzeffe, e con un po’ di pazienza abbiamo selezionato una top 30 tutta da gustare, con una sorpresa finale che vi invitiamo a non perdere.
Chi ancora non si fosse cimentato in queste peripezie non ha motivo di sentirsi impreparato, è sufficiente un allenamento accelerato di 5 minuti. Come prima tappa del nostro stretching orale, può tornare utile la nostra prima lezione sulla fonetica per rivedere tutte le regole necessarie e tenerle sottomano. Dopodiché, proviamo a pronunciare qualche bella parolina come szczęśliwy, trzydzieści trzy, źdźbło o gżegżółka. Fatto? Bene (citando il buon Giovanni Muciaccia). Come ultima verifica prima della sfida vera e propria, non possiamo non richiamare alla nostra mente il famoso “Grzegorz Brzęczyszczykiewicz” originario di “Chrząszczyżewoszczyce, powiat Łękołody“, scena del famoso film Jak rozpętałem drugą wojnę światową già visto qualche tempo fa nel nostro blog. Lingua calda? Borsa del ghiaccio pronta per eventuali strappi? Coraggio!
1) Szedł Sasza suchą szosą, bo gdy susza szosa sucha.
2) Król Karol kupił królowej Karolinie korale koloru koralowego.
3) Stół z powyłamywanymi nogami.
4) Czy się czasem Czesi cieszą, gdy się Czesio czesze?
5) Cecylia czyta cytaty z Tacyta.
6) Ząb zupa zębowa, dąb zupa dębowa.
7) Idę nos trę, kra krę mija, tu lis ma norę, sarna tor mija.
8) Gdy Pomorze nie pomoże, to pomoże może morze, a gdy morze nie pomoże to pomoże może Gdańsk.
9) Czarna krowa w kropki bordo żuła trawę kręcąc mordą.
10) Jola lojalna, lojalna Jola.
11) Koszt poczt w Tczewie.
12) Leży Jerzy koło wieży i nie wierzy, że na wieży w Białowieży leży gniazdo jeży. Leży Jerzy koło wieży i nie wierzy, że na wieży leży jeszcze jeden Jerzy. Leży Jerzy koło wieży i nie wierzy, że na wieży siedzi żołnierz, co ma kołnierz pełen jeży i paździerzy. Leży Jerzy na wieży i nie wierzy, że leży na wieży. Leży Jerzy na wieży i nie wierzy, że włos mu się jeży na tej wieży, na której leży.
13) Zagadki Agatki to gratki dla tatki.
14) Na wyścigach wyścigowych wyścigówek wyścigowych wyścigówka wyścigowa wyścignęła wyścigówkę wyścigową numer sześć.
15) Cesarz często czesał cesarzową.
16) Chrząszcz brzmi w trzcinie w Szczebrzeszynie, W szczękach chrząszcza trzeszczy miąższ, Czcza szczypawka czka w Szczecinie, Chrząszcza szczudłem przechrzcił wąż, Strząsa skrzydła z dżdżu, A trzmiel w puszczy, tuż przy Pszczynie, Straszny wszczyna szum
17) Nie pieprz wieprza pieprzem Pietrze, bo bez pieprzu wieprz jest lepszy.
18) Trzy wszy w szwy się zaszywszy szły w szyku po trzy wszy.
19) Matka tka i tatka tka, a tkaczka czka i też tam tka.
20) Żyła sobie Żyła, a w tej Żyle żyła żyła, jak tej Żyle pękła żyła, to ta Żyła już nie żyła.
21) Żółta żaba żarła żur.
22) Na wyrewolwerowanym wzgórzu przy wyrewolwerowanym rewolwerowcu leży wyrewolwerowany rewolwer wyrewolwerowanego rewolwerowca.
23) A cóż, że cesarz ze Szwecji?
24) Bzyczy bzyg znad Bzury zbzikowane bzdury, bzyczy bzdury, bzdurstwa bzdurzy i nad Bzurą w bzach bajdurzy, bzyczy bzdury, bzdurnie bzyka, bo zbzikował i ma bzika!
25) Bezczeszczenie cietrzewia cieszy moje czcze trzewia.
26) Baba bada baobaby. Baba dba o oba baobaby.
27) Szła pchła koło wody pchła pchłę pchła do wody tamta pchła płakała, że ją tamta pchła popchała.
28) Intelektualistyczna Konstantyna Konstantynopolitańczykowianeczka.
29) Mąż gżegżółki w chaszczach trzeszczy, w krzakach drzemie krzyk. A w Trzemesznie straszy jeszcze wytrzeszcz oczu strzyg.
30) Kwas deoksyrybonukleinowy, noraminofenazonummetanosulfonikumnatrium,  dwaheksylosulfobursztyniansodukwasudeoksyrybonukleinowy.
Crampi alle guance? Emorragie dalle labbra? Dislessia temporanea? Se siete ancora vivi e leggete queste righe, avete superato una delle prove più difficili che la lingua polacca riserva, meritandovi perciò una bella ciliegina sulla torta, proveniente addirittura da Singapore! Ok, diciamo la verità, di singaporeano c’è solo l’autore, Dharni, classe 1987. Vive a Varsavia da 5 anni ed è un giovane beatboxer di talento (tra le altre cose si esibirà il 12 agosto al Fair Play Dance Camp Summer a Cracovia). Il connubio tra la sua passione musicale e la vita polacca gli hanno permesso di partorire un metodo di beatboxing a dir poco originale e non per questo meno efficace. Non aggiungiamo altro, vi lasciamo alla visione del suo recentissimo demo, che sta diventando virale proprio in questi giorni.

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I fondi europei in Polonia. Cosa bisogna sapere

Di Europa e Unione Europea in questi anni c’è la moda di parlarne spesso e male, succubi della crisi economica e influenzati da certe esasperazioni politiche o giornalistiche per attirare attenzione o consensi. Oggi però tralasciamo i criticismi per vedere invece uno degli aspetti positivi dell’UE: i fondi europei. Su questo tema ognuno di noi ne ha parlato o letto almeno una volta negli ultimi anni. Anche per il settennato 2014-2020 la Polonia è il Paese che ne sta ricevendo di più (82,5mld di euro, più altri 32,1mld destinati all’agricoltura), seguita al secondo posto dall’Italia (32,8mld di euro, più 10,4mld per l’agricoltura). Si sente spesso dire dell’incapacità italiana di sfruttare questi fondi – che si ritrova malinconicamente a restituire -, e dell’efficienza con cui la Polonia riesce a indirizzarli in progetti e infrastrutture ben precisi (qualcuno ricorderà l’apprezzamento – si parlò perfino di una consulenza amichevole richiesta – nel maggio 2014 da Renzi all’allora premier Tusk per aver saputo spendere ben il 97,5% del budget a disposizione nei sette anni precedenti contro il 58,2% dell’Italia). Avevamo già toccato questo tasto in passato pubblicando un utilissimo estratto dal programma giornalistico “Presa diretta”, con cui si spiegavano in modo chiaro le cause di questa differenza così ampia nella capacità di utilizzo dei fondi europei da parte delle amministrazioni di Italia e Polonia. Per chi fosse interessato a ciò, raccomandiamo di non perdere il breve videoarticolo in questione, a cui aggiungiamo qui sotto un estratto dal talk-show Ballarò dell’Ottobre 2015, dove viene mostrato un esempio pratico di questo contrasto.
In realtà i fondi europei non possono essere usati dove e come si vuole, ma sono ripartiti in settori ben specifici come agricoltura, infrastrutture, innovazione, coesione territoriale, sviluppo regionale, ambiente, occupazione giovanile, piccole e medie imprese e altro ancora. Vista da un’altra angolazione, una parte di quei fondi viene spesa direttamente dalle amministrazioni nazionali e regionali, mentre un’altra parte è a disposizione di privati cittadini e aspiranti imprenditori che vogliono avviare un progetto o un’attività commerciale. Ecco qualche imbeccata su queste due facce della stessa medaglia. Partendo dai governi nazionali e locali, gli obiettivi dichiarati dalla Polonia nel 2014 sono il decisivo salto di qualità nel potenziamento di ferrovie, autostrade, innovazione e sostegno agli imprenditori, senza trascurare energia, protezione ambientale, cultura, occupazione ed istruzione. Tra i tanti aspetti presi in considerazione, in Polonia si guarderà anche a piani regionali (Polonia Orientale, zone rurali, settore ittico), investimenti urbani, trasporto locale, diminuzione del consumo di carbone e, non ultimo, le politiche di prestiti e crediti agli imprenditori coordinate dal Ministero dello Sviluppo Economico. Ed eccoci al punto: cosa può ottenere un privato cittadino dai fondi europei? Se si ha o si vuole aprire una partita IVA, le agevolazioni non mancano, ne avevamo già viste alcune di tipo statale per chi apre un’attività per la prima volta. Allargando la visuale, hanno accesso ai finanziamenti europei sia le persone fisiche che le aziende:
Persone sotto i 30 anni d’età che non lavorano e non studiano – Previa un’analisi delle proprie predisposizioni individuali, sono possibili alcune strade che possono aiutare nella propria crescita. Si può definire un piano d’azione individuale per un miglior inserimento nel mercato del lavoro, con consulenze che aiutano nella ricerca di un lavoro, corsi affini agli obiettivi prefissati, e stage che consentono di maturare una prima esperienza professionale. Lo stesso sostegno si può ottenere con la presentazione di un progetto che descriva la realizzazione di un proprio business. Condizione necessaria è essere registrati all’ufficio di collocamento. Aiuti europei vengono elargiti anche agli under30 che si ritrovano a traslocare per aver trovato lavoro in un’altra città e che ne fanno richiesta.
Persone oltre i 30 anni d’età che non lavorano e non studiano – Come per gli under30 descritti pocanzi, anche in questo caso si può ricevere un aiuto economico per avviare un’attività imprenditoriale. I requisiti di base sono gli stessi (v. sopra), ma quantità e qualità degli aiuti può variare da regione e regione. Inoltre ci sono controlli più restrittivi a verifica delle effettive difficoltà economico-lavorative dell’aspirante beneficiario, il quale per sigillare l’ottenimento degli aiuti deve mantenere aperta l’attività per almeno 5 anni (3 per piccole e medie imprese). Tra le categorie incluse negli over30 ci sono donne, disabili, cittadini con basso grado d’istruzione e disoccupati di lungo corso (fa fede la registrazione all’ufficio di collocamento).
Persone oltre i 50 anni d’età che non lavorano – Anche per loro sono disponibili fondi europei per trovare un’occupazione o aprire un’attività autonoma, oltre all’iscrizione a corsi di formazione o aggiornamento, stage e altri tipi di assistenza.
Micro, piccole e medie imprese – per loro in questo settennato ci sono a disposizione ben 20 miliardi di euro. Prediletti sono i progetti di ricerca, innovazione e informatizzazione. Chi necessita dell’acquisto di nuove attrezzature o di piccoli lavori di sviluppo infrastrutturale, i fondi arrivano sotto forma di prestito, elargito però a condizioni più facili di quelle proposte dalle banche, così come la loro restituzione. Ulteriori possibilità ci sono per chi svolge attività imprenditoriali in zone rurali o in Polonia orientale grazie ai settori creati apposta per queste due dimensioni territoriali. In aggiunta, vengono sostenuti anche progetti validi legati all’ambiente, come il miglior uso dell’energia o lo sviluppo di fonti ecologiche e rinnovabili. Non bisogna comunque sentirsi esclusi se la propria idea di impresa non rientra nelle categorie appena citate: i numerosi punti d’informazione dei fondi europei sparsi in tutta la Polonia sono disponibili a vagliare ogni tipo di progetto credibile e valido che porti lavoro o benessere. Nel video qui sotto, l’esempio di una piccola commerciante polacca.
Dunque la chiave di tutto è lo sviluppo e la presentazione di un progetto o di un business plan, che cambia a seconda del settore in cui lo stesso viene inserito, così come diversi sono anche i budget a disposizione: ad esempio, nel caso di piccole e medie imprese e nei settori di innovazione, energia e ambiente si arriva a coprire fino al 70% del costo del progetto; per ricerca e sviluppo la copertura può arrivare al 100%. Di norma il finanziamento si ottiene con un acconto iniziale del 30% e resto per avanzamento, e l’iter attuato è il seguente: definire il progetto: specificare di cosa si tratta (es. avvio, sviluppo o innovazione), quali obiettivi ci si prepone, qual è il budget necessario stimato e la durata. Come scritto pocanzi, deve essere credibile e portare benessere o posti di lavoro. Selezionare la fonte di sostegno: il progetto deve rientrare negli obiettivi del programma dei fondi ed essere inviato entro la data specificata dall’ente che fornisce il sostegno. Prima di ciò è necessario anche inviare richiesta ufficiale delle sovvenzioni europee. Firma dell’accordo di sovvenzione: lo si fa qualora il progetto venga selezionato per il sostegno nella procedura di valutazione dello stesso. Predisposizione degli aiuti europei: si ha al completamento del progetto in linea con la richiesta di sovvenzione e al raggiungimento degli obiettivi dichiarati nella presentazione. Ribadiamo che l’ente coordinatore di questo processo è il Comitato Interministeriale per gli Investimenti Esteri presso il Ministero dello Sviluppo, che definisce procedure e criteri di selezione dei progetti per valutarne l’idoneità al loro finanziamento, gestisce la concessione dei fondi ai beneficiari e verifica la regolarità dell’utilizzo del danaro e la corretta realizzazione del progetto attraverso monitoraggi che permettono di stabilire il livello di raggiungimento degli obiettivi più rilevanti. In casi specifici un ente terzo può fare da intermediario, come le regioni – preposte per i progetti locali – o istituzioni/ministeri adibiti al controllo o alla fornitura di consulenze con i cittadini.

How to access EU Structural and Investment Funds – Interactive

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La Rai racconta cosa vedere a Danzica

Ormai la televisione di stato ci ha preso gusto – o forse sono consapevoli di essere i primi a farlo in italiano – e ci sta fornendo un numero sempre maggiore di servizi sulle città polacche più importanti e interessanti da visitare per la loro storia e la loro bellezza. Infatti grazie all’infaticabile redazione de “Alle falde del Kilimangiaro”, da oggi nel nostro archivio QP&I è disponibile anche il videoarticolo che state leggendo, dedicato a Danzica , in polacco Gdańsk (gli altri si possono trovare agevolmente scrivendo “Rai” nel motore di ricerca interno o esplorando la sezione “turismo & natura” del nostro blog). Noi come al solito forniamo il video, disponibile qui sotto, seguito da un breve riassunto per chi al momento non può guardarlo o ascoltarlo.
Danzica è una delle finestre della Polonia sul mar Baltico, sicuramente la principale se pensiamo alla sua storia. La zona dell’ex magazzino di munizioni di Westerplatte, raso al suolo dai tedeschi il 1° settembre 1939, è stata completamente ricostruita, e ora è un museo all’aperto. La città vecchia (główne miasto) ha in serbo tanto fascino a partire dalla Porta d’Oro (Zlota Brama), imponente arco in pietra, e dalla Porta Verde (Zielona Brama), A collegarle c’è ulica Długa, la strada reale percorsa dai sovrani che visitavano la città. E’ in stile olandese, e tra gli edifici che si incontrano durante il tragitto non è da perdere il Municipio, palazzo del ‘400 che si affaccia sulla via del vecchio mercato. Sdraiati su dei materassini si può ammirare al meglio la volta con 25 diversi dipinti dell’olandese Isaak van den Blocke. Di fronte al municipio si trova la fontana di Nettuno (Fontanna Neptuna): già dal XV secolo Danzica era uno dei principali porti europei per il commercio di frumento e ambra (tra le più pregiate al mondo), a prova del rapporto strettissimo della città con il mare. Non lontano dal municipio si trova via Mariacka, formata da palazzi con un ingresso a terrazzino chiamato przedproże (in italiano, verone). Ancora oggi su queste vie ci sono tanti negozi che vendono ambra. I cantieri di oggi sono soprattutto di industria navale, ed è in uno di questi, a Stocznia Gdańska, che sono iniziate le rivolte operaie degli anni ’80 capeggiate da Lech Wałęsa e Solidarność. Dal ponte sul fiume Motława si può godere di un fantastico panorama. Da vedere è la gru (żuraw) portuale di origine medievale, usata un tempo per lo scarico delle merci (sollevava fino a due tonnellate a 27 metri d’altezza). Oggi è possibile fare delle gite turistiche su navi medievali per godersi le tre città (con Gdynia e Sopot), insieme chiamate Trójmiasto. Proprio a Gdynia c’è un altro importante porto da non perdere per gli appassionati di nautica, mentre Sopot, risparmiata dalla guerra, è un piccolo centro vivace e una destinazione ideale per chi vuole rilassarsi e fare il bagno. Il molo di legno di oltre 500m che ospita è il più lungo d’Europa.

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Una Pasqua tra uova colorate e gavettoni

La Pasqua nel mondo cristiano è sentita tendenzialmente come una festa bella, gioiosa, più che per la resurrezione di Cristo probabilmente perché è la prima ricorrenza della primavera, che apre la strada a mesi più miti e soleggiati. In Polonia c’è un momento per tutto: la fase di digiuno e astinenza materiale e spirituale che caratterizza la Quaresima pare essere più sentita di quanto non lo sia in altri Paesi occidentali, così come le usanze e le tradizioni festose legate alla Pasqua sono tante e di diverso genere, forse più di quante se ne possano vedere in Italia. Oggi faremo una bella panoramica a questo proposito soffermandoci sui costumi più in voga o più curiosi. Come retroterra storico ricordiamo solo che la Pasqua è la più antica delle festività cristiane – ufficializzata dal Concilio di Nicea dell’anno 325 e ispirata alla Pesach ebraica -, una ricorrenza che racchiude nella Passione l’atto di fede nella cristianità, ovvero l’immolazione di Cristo in croce e la sua risurrezione per liberare l’uomo dal peccato originale e testimoniare la vittoria della vita sulla morte… Ma nei secoli al sacro si è mischiato sempre di più il pagano. Ecco dunque le peculiarità che caratterizzano la Pasqua in Polonia:
Le palme pasquali – Si entra nel vivo già la domenica delle Palme con le cosiddette palmy wielkanocne, a queste latitudini fatte con ramoscelli di salicone, lamponi o ribes, e decorate con diversi tipi di fiori, erbe e piume colorate. 187.1 Palme di pasqua A ridosso della Settimana Santa non è cosa rara trovare queste particolari composizioni – alte anche diversi metri – in alcune vie cittadine, e in qualche località si svolgono vere e proprie competizioni per la palma più bella. Le più conosciute sono a Łyse, in Mazuria, e Lipnica Murowana, vicino Cracovia. Come per le nostre palme o ramoscelli d’ulivo, è tradizione per le famiglie portarne qualcuna per la benedizione durante la messa domenicale e tenerla poi a casa. Al sacro si unisce inevitabilmente la superstizione: si dice portino fortuna per il resto dell’anno, e che nascoste dietro un quadro allontanino la sfortuna e le malizie dei vicini di casa. Passando ai giorni successivi, il giovedì e il venerdì santo presentano le stesse celebrazioni tradizionali presenti in Italia. Il clou arriva il sabato.
Le ceste pasquali – Durante la vigilia di Pasqua si è soliti preparare una cesta con del cibo, chiamata Święconka, da far benedire in chiesa il giorno stesso. In Polonia quest’abitudine esiste almeno dal XII secolo (alcune fonti parlano perfino del VII), attinta forse dalle civiltà romano-germaniche. Immancabili nel cesto sono l’agnello simbolo di Cristo risorto – vero o riprodotto simbolicamente con marzapane, burro o ingredienti simili -, altra carne per celebrare la fine della Quaresima, burro (prosperità), pane, e soprattutto le uova, simbolo di vita e rinascita, opportunamente dipinte. Il tutto si consuma il giorno seguente, a risurrezione avvenuta.
Le uova colorate e dipinte – L’uovo è apprezzato da sempre, forse per la sua forma così caratteristica, o forse perché contiene tutti gli elementi necessari al nostro organismo, acqua, sali minerali, grassi, proteine e carboidrati. Fatto sta che l’origine dell’uovo colorato parte da molto lontano, verosimilmente dagli antichi Persiani, che se le scambiavano dopo averle tinte di rosso. Quest’usanza fu successivamente assimilata da Greci e Romani: oltre ad essere simbolo di cuore e amore, si pensava che avessero il potere di sconfiggere il fascino emanato dal male. Un vecchio proverbio rumeno recita: “Se noi cristiani smettiamo di colorare le uova di rosso, in quel momento inizierà la fine del mondo”. In Polonia il fenomeno esiste dal X secolo e si è ampliato, dando origine alle odierne pisanki (uova decorate con dipinti o disegni). Ecco alcune tecniche di colorazione. 187.2 Il procedimento più usato è sciogliere un colorante in acqua calda e immergervi le uova: temperatura, tempo di immersione e quantità di colorante sono direttamente proporzionali all’intensità del colore che si vuol dare. Per rafforzarlo, aceto o lacca per capelli possono essere d’aiuto. Un’ottima alternativa ecologica sono i coloranti naturali come succo di barbabietola (rosso-rosa), succo di frutti di bosco (viola), decotto di cipolle (giallo-marrone), o erbe bollite in acqua (verde), ottenendo le kraszanki. Una volta colorate e lasciate asciugare si passa alla decorazione. Il metodo più diffuso è quello di dipingerle con smalti per le unghie di vari colori: è la via più facile, pratica e veloce. Si può usare della carta colorata adesiva, ritagliata a piacimento e attaccata sull’uovo (oklejanki), ma chi si sente un vero artista sfrutta altri piccoli espedienti come piccoli batuffoli di ovatta, perline colorate, o fili di cotone per riprodurre ad esempio un pollo o un agnello. In alcune zone di Polonia e Austria si possono incontrare opere raffinatissime realizzate svuotando un uovo fresco con una particolare tecnica a soffio e grattandone il guscio con un ago per formare dei motivi a mo’ di pizzo (ażurki). Chiudiamo con una curiosità pagana per le ragazze: secondo un’antica credenza, lavarsi il viso nell’acqua in cui sono state cucinate le uova fa scomparire le lentiggini e altri difetti estetici!
La colazione di Pasqua – Secondo la tradizione, di prima mattina il rumore assordante dei petardi e il suono delle campane dovrebbero svegliare il cavaliere dormiente dei monti Tatra e muovere i cuori degli avari e dei vicini maligni. Vestiti di tutto punto, ci si siede attorno ad una tavola adornata di fiori primaverili e pisanki per la ricca colazione domenicale che pone fine alla Quaresima. Le uova giocano un ruolo dominante, preparate nei più svariati modi. Dopo di ché si passa al żurek, una zuppa a base di farina di segale, panna acida, pezzi di salsiccia, patate, uova e spezie. Oggi apprezzato, in passato si era soliti celebrare il “funerale del żurek” (pogrzeb żuru): durante la Quaresima infatti la si mangiava quasi ogni giorno senza carne, risultando alla lunga stancante, così una volta ricevuta la propria porzione durante la colazione pasquale la si versava a terra. Ad arricchire il pasto ci sono salsicce bianche ed affettati di vario tipo, e come dulcis in fundo non mancano torte tipiche come la baba (precursore del nostro babà), il mazurek (in diverse versioni con biscotti, marzapane, frutti, marmellata, noci o altro ancora), la makowiec (con semi di papavero) o il sernik (al formaggio dolce). Per celebrare la gioia famigliare spesso si organizza una “caccia al coniglio“, di solito dei piccoli dolci di cioccolato nascosti che i membri della famiglia devono cercare. Il coniglio (zajączek) è un altro antichissimo simbolo pasquale, portatore di regali ai bambini, e segno anch’esso di vita e fertilità.
Pasquetta – In polacco Lany Poniedziałek (lunedì bagnato), ma spesso si indica anche con le espressioni śmigus-dyngus o święto lejka. Tempo permettendo, si esce in famiglia o tra amici per un picnic o una passeggiata lungo il fiume o nei boschi. Qualunque sia la compagnia, si deve stare molto attenti a gavettoni d’acqua di ogni genere e portata, i cui autori possono essere anche perfetti sconosciuti “in nome della tradizione”, una tradizione sviluppatasi tra il XIV e il XV secolo e diffusasi anche in altri Paesi balcanici e centrorientali. 187.3 Cartolina ucraina In origine le parole śmigus e dyngus (di etimologia probabilmente tedesca) indicavano due concetti diversi, il primo legato allo sciacquare ramoscelli di salicone con acqua per segnare la purificazione contro sporcizia e malattie, e il secondo alle visite ad amici e parenti e ad un maggior consumo alimentare. Con il tempo i due termini sono stati unificati, e il potere purificatore dell’acqua è stato abbinato anche all’auspicio di una maggiore fertilità. Ecco il motivo per cui erano (e sono) prese di mira più le ragazze che i ragazzi. Quest’attività ludica aiutava molto la socializzazione tra i giovani, tanto che la Chiesa in quei secoli aveva più volte espresso la sua contrarietà (come l’editto “Dingus prohibitur” del 1420 del Vescovo di Poznań). Le superstizioni più consolidate si reggono su questa logica: se la vittima è una giovane ragazza, avrà più possibilità di trovare un marito, ma se si offende le toccherà l’esito contrario. L’unico modo per salvarsi da questo destino è di pagare un piccolo “riscatto”, il proprio uovo dipinto. Anche per questo, il sabato precedente le ragazze cercano di fare l’uovo dipinto più bello. Infine, se un ragazzo dona ad una ragazza un uovo dipinto significa che gli piace. In alternativa all’acqua, si possono dare delle frustate con i ramoscelli di salicone benedetti la settimana prima, anch’essi portatori di salute e fortuna. Giochi molto simili allo śmigus-dyngus e praticati su scala locale sono ad esempio śmiergust, dziady śmigustne e kurek dyngusowy, dove l’acqua la fa sempre da padrone e dei travestimenti contribuiscono ad arricchire il carattere ludico della giornata.
Emaus – Nella Polonia Sud-Occidentale il giorno di Pasquetta esistono ancora delle bancarelle di vario genere dove comprare giocattoli, dolcetti, o dove si può giocare in piccole fiere o lotterie. Il fine è quello di ottenere l’indulgenza: l’origine infatti va ricercata nella Cracovia del XVI secolo. Proprio in questa città l’Emaus, chiamato così perché fatto nei pressi di una vecchia chiesa chiamata comunemente in questo modo, era unico nel suo genere grazie ai diversi rabbini ebrei e studiosi della Torah che vi prendevano parte.
L’aringa appesa (wieszanie śledzia) – Qui entriamo in alcuni esempi di come si rappresenta l’eliminazione del male, un costume in uso soprattutto per i bambini. Il primo è quello dell’aringa, non necessariamente vera, appesa o inchiodata con gioia dai ragazzini ad un albero o ad un palo. La causa è simile a quella del funerale del żurek: in passato l’assenza di carne e altri cibi prelibati obbligavano a passare la lunga quaresima mangiando quasi sempre aringhe, fino quasi a nauseare i fedeli osservanti di questa regola alimentare. L’assassinio dell’aringa era una liberazione, permetteva il ritorno ad una dieta più varia ed abbondante.
L’annegamento di Giuda (Topienie Judasza) – Il giovedì di Pasqua i ragazzini costruiscono un pupazzo di paglia e lucchetti, e lo si appende sul campanile della chiesa. Il venerdì lo si fa cadere dal campanile, lo si picchia e trasporta per le vie della zona, e arrivati sulla riva del fiume gli si da fuoco e lo si butta in acqua per punire il suo tradimento. L’origine è relativamente recente, parliamo del XVIII secolo, poiché in realtà è la sostituzione – tentata ma non riuscita dalla Chiesa – di una ben più antica leggenda di origine slava, quella della dea Marzanna (in italiano Morana), simbolo dell’inverno e della morte (probabilmente dal latino mors, morte). Anche in questo caso si fa un fantoccio di paglia decorato con vestiti, perline e altri ornamenti a mo’ di giovane fanciulla o di vecchia donna. Maltrattata e strattonata, la si porta per le strade del paese accompagnata dai bambini con in mano rami verdi di ginepro. La sua fine è la stessa di quella di Giuda: data alle fiamme e gettata nel fiume. La sua morte infatti significa la fine dell’inverno, dunque l’inizio della primavera. Da qui sono nate altre superstizioni, come non prendere burattini trovati in acqua o non guardarsi sulla via del ritorno: potrebbero provocare rispettivamente serie malattie alla mano e un incidente mortale. Inoltre, chi torna per ultimo al paese dopo l’annegamento di Marzanna deve fare i conti con la morte entro la fine dell’anno.
Siuda Baba – Un’altra vecchia leggenda è diffusa in Piccola Polonia (regione di Cracovia), e parla dell’esistenza di una sacerdotessa che viveva in un bosco sacro di Lednica Górna. All’interno del suo corpo ardeva il fuoco, e una volta l’anno andava in giro in cerca di seguaci. Così il giorno di Pasquetta si può vedere un uomo travestito da vecchia donna con abiti strappati e ricoperto di fuliggine nera andare casa per casa insieme ad uno zingaro e 4 o 6 ragazzi di Cracovia – così vuole la tradizione – per ricevere dei piccoli doni. In caso di accoglienza positiva intonano un canto per la risurrezione di Gesù, diversamente potrebbero fare un dispetto, come sporcare porte o maniglie con il nero della fuliggine.
Le pulizie di primavera – Non ultimo per importanza, con l’arrivo della Pasqua, anche in Polonia c’è l’abitudine di fare le grandi pulizie, non solo per una questione intrinseca di igiene, ma anche con un preciso significato simbolico, sempre lo stesso: si scaccia l’inverno dalla casa, e con esso il male, la sfortuna e le malattie.

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La Rai racconta cosa vedere a Wrocław

Continua il giro turistico della Rai per le principali città della Polonia. Dopo Varsavia, Cracovia e Łódź, è arrivato il momento di Wrocław. Lingue come italiano, spagnolo o portoghese la riportano con il nome di Breslavia, traduzione letterale dal tedesco “Breslau”, ma gli stranieri emigrati nel capoluogo della Bassa Slesia tendono a rigettare tale denominazione prediligendo quella polacca.
In soli dieci minuti (video sotto) la squadra di “Alle falde del Kilimangiaro” è riuscita a raccontare in modo intenso e mai banale non solo il volto storico e culturale della città, ma anche quello economico e turistico. Le immagini parlano già da sole, con le centinaia di edifici storici riportati al loro antico splendore. Le telecamere ci fanno vedere i meccanismi, costruiti nel 1801, che muovono l’orologio di una torre di 66 metri posta nella piazza principale, grande come Piazza San Pietro a Roma e progettata nel 1242. Accanto alla torre vi sono anche il municipio e il museo storico, mentre poco lontano si trova l’Università e la sua aula Leopoldina, in stile barocco. Da non perdere sono anche il Museo Nazionale, istituito dagli antichi dominatori tedeschi nel 1815, e l’Isola della Cattedrale, sul fiume Odra, con l’altissima cattedrale di San Giovanni Battista. Ad un paio di chilometri dal centro storico si trova il Palazzo del Centenario, chiamato così in occasione del centenario della vittoria prussiana del 1813 su Napoleone a Lipsia. E’ una delle strutture più complesse e grandi del XX secolo, e patrimonio dell’Umanità tutelato dall’Unesco. Sempre a pochi passi dal centro ci si può recare al Panorama Raclawicka, una struttura che ospita una tela di 15x114m raffigurante la resistenza dei polacchi di Raclawice sull’esercito zarista nel 1794, conclusasi con la vittoria polacca.
Venendo a caratteri più contemporanei, uno dei simboli di Wrocław, chiamata la Venezia polacca per le centinaia di ponti ad ovviare alle ramificazioni del fiume Odra che la bagna, sono gli gnomi, piccole statuette di bronzo ideate in epoca comunista per trasmettere messaggi politici – all’epoca censurati – e deridere il potere. Tra i posti più all’avanguardia sono segnalati il nuovo Auditorium Musicale e un vero e proprio museo dell’acqua chiamato Hydropolis, ottenuto convertendo un antico serbatoio sotterraneo. A rendere ancora più appetibile una città già di suo così bella è l’immancabile gastronomia polacca, tra pierogi e carne alla brace, e le centinaia di piccoli e grandi eventi organizzati in occasione della nomina di Wrocław a Capitale della Cultura 2016.

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Un italiano in Polonia 5 – Un manager tra Parigi e Varsavia

L’intervista che vi proponiamo oggi vede la Polonia raccontata e vissuta da un manager milanese ora a Varsavia, e diviso tra Francia, Italia e Polonia. La sua esperienza personale offre un panorama particolare del Paese, in parte diverso da quelli descritti nelle puntate precedenti, ma proprio per questo utile per permetterci di guardare la Polonia da un ulteriore punto di vista, allo stesso tempo diverso e complementare con gli altri.
Andreaa Andrea, raccontaci un po’ di te – Ho 45 anni, sono cresciuto a Milano dove mi sono laureato in ingegneria al Politecnico. All’inizio ho aperto una mia attività nel ramo informatico, per poi collaborare con una ditta francese in cui ho conosciuto la mia compagna. Nel 2000 mi sono trasferito in Francia dove ho vissuto per 15 anni, lavorando per due grandi catene internazionali di ipermercati come manager responsabile della qualità. Nel 2013 mi è stato proposto di prendere in mano la direzione della qualità della divisione polacca dell’azienda, e dal gennaio 2014 mi sono di fatto trasferito in Polonia.
Come hai reagito quando ti hanno proposto di lavorare in Polonia? – Era il 23 settembre del 2013. Alle 10 del mattino mi avevano proposto di prendere in mano la direzione della divisione polacca, e un minuto dopo avevo già accettato. Questo perché io adoro la Polonia, già la conoscevo un po’ per il fatto di andarci una volta all’anno, sempre per lavoro. Mi piace in genere il modo di essere delle persone, le vedo come un popolo generalmente educato, forse un po’ schivo, chiuso, ma che a conti fatti stimo. Una volta ho avuto un incidente stradale in Polonia e si sono fermati forse in venti per aiutarmi. In Italia non mi è successo altrettanto.
Dunque il primo impatto non è stato nel 2014 – No, tutto è iniziato nel 2004, e sono andato sempre in una città a Nord di Poznań chiamata Piła, per visitare delle fabbriche. Il primo impatto è stato quello di una grande povertà, cosa che onestamente non mi aspettavo, non a quei livelli almeno. Poznań è una città molto bella, lo si nota subito quando si arriva con l’aereo, con tutte quelle case colorate da sembrare quasi un presepio, ma i redditi bassi di Piła mi avevano colpito. Certo, anche allora si potevano vedere macchine grosse o piscine, ma erano delle rare eccezioni. Ad esempio mi sono trovato di fronte un direttore di un’azienda di 1500 dipendenti che mi confidava di non potersi permettere un lettore DVD. Sono rimasto molto sorpreso da questa differenza tra la Polonia e il nostro Occidente. E’ una differenza che c’è ancora oggi, ma c’è un cambiamento molto positivo qui in Polonia, con un aumento del tenore di vita che in altre parti d’Europa ce lo sogniamo.
Rispetto a prima, ora in Polonia ci vivi. Cosa ti aspettavi, e cosa hai trovato? – A Varsavia ci sono arrivato solo in occasione di questo nuovo progetto partito nel 2014. Dalle ricerche fatte su internet, ne parlavano sempre molto bene, e in effetti la mia impressione è quella di una città molto pulita, forse con un po’ troppo traffico nelle ore di punta, ma sostanzialmente molto ordinata. Mentre Poznań mi dà l’idea di essere una città più antica dove l’antico viene preservato, a Varsavia si costruiscono in continuazione nuovi grattacieli, e nonostante ciò vedo anche molti spazi verdi. Forse potrei vivere anche a Poznań, ma preferisco Varsavia perché credo offra molte più opportunità per lo svago, i concerti, o per correre o andare in bici. Sull’adattamento io posso considerarmi agevolato, la vita per me è decisamente più facile rispetto a molti altri migranti che si trasferiscono qui visto che l’azienda mi paga un bell’appartamento, due ore settimanali di lezioni di polacco, la macchina aziendale. Ma al di là di questo penso sia abbastanza facile calarsi nella vita in Polonia, a parte le difficoltà della lingua. L’unico neo notato finora forse è che fare delle amicizie sembra essere complicato, più che in Francia, e non sono sicuro che sia solo un problema di lingua. In quanto a colleghi non ci sono problemi, le uscite o gli inviti ci sono sempre, ma farsi dei veri amici è un’impresa.
Parlami proprio del polacco. Come te la cavi? – Ho ancora delle difficoltà con il polacco, ma è una lingua molto affascinante perché è diversa da tutte le altre. Oltre all’italiano già parlo inglese, francese e spagnolo. Se lo si vuol parlare in modo approssimativo, probabilmente un anno e mezzo è sufficiente, ma per parlarlo bene ci vuole decisamente molto più tempo. Se per ipotesi l’azienda non mi pagasse più le lezioni, continuerei comunque io privatamente sia perché non costano molto, sia perché mi piace, e sia perché lo vedo come un veicolo per potermi integrare. Inoltre lo faccio anche per rispetto della gente che lavora per me.
Ecco, qual è la tua impressione in termini di occupazione e lavoro? – Ricevo ogni settimana dei report da Londra in cui è tracciato il profilo socio-economico della Polonia in termini di occupazione, mutui, e via dicendo. Unendoli alle impressioni che ho vivendo sul posto, l’idea che mi sono fatto è che in Polonia il lavoro c’è, più che in Italia e in Francia. Il problema sono gli stipendi. Non riesco ancora a capacitarmi che in Polonia un ragazzo che lavora da Mc Donald’s guadagni 300€. In Occidente sarebbe una cifra improponibile, mentre qui nonostante tutto riescono a viverci. Qui in Polonia ho degli ingegneri che vengono pagati 800-900€ netti, e vivono più che bene. Certo, non bisogna dimenticare che nella maggior parte dei casi c’è una proporzione con il costo della vita, inferiore in molti campi, quasi uguale all’Europa occidentale in alcuni casi, ma credo che i polacchi facciano di ogni necessità una virtù. Inoltre per mia esperienza aggiungo che i polacchi lavorano molto bene. Nella mia azienda la divisione polacca è più piccola rispetto agli altri Paesi, ma è quella che ha i benefici più alti, più di Francia e Inghilterra.
Pensi che l’economia polacca stia andando nella direzione giusta? – In quest’ultimo periodo viaggio più spesso poiché mi muovo nei dieci Paesi europei in cui la mia azienda è presente, ma principalmente mi divido tra Polonia e Francia. Dal punto di vista economico, frequentando l’Inghilterra non ho timori nel definirla un Paese in decadenza industriale, con diverse fabbriche che chiudono. Al contrario, il basso costo della manodopera in Polonia favorisce lo sviluppo e quindi paradossalmente pone le basi per un futuro più roseo. Per esempio c’è un solo Paese al mondo in cui la famosa Ikea ha tre fabbriche, ed è la Polonia. Ormai è facile trovare prodotti fatti in Polonia poiché è un posto relativamente vicino, che fornisce agevolmente molte capitali europee, e in cui il rapporto tra costi di produzione e qualità del prodotto è tra i migliori. Questo gli consente uno sviluppo economico strutturale con l’Ovest, e al contempo li ripara in parte dall’invasione del mercato cinese. Un enorme punto debole della Polonia è l’inquinamento: la raccolta dei rifiuti e il riciclaggio sono ben lontani dagli standard di altri Paesi europei, ma a parte questo sono molto ottimista, e credo che con questi presupposti il futuro del Paese possa essere migliore rispetto a quello francese o anche italiano, dove si pecca ancora di presunzione, almeno nella classe politica che penalizza e soffoca quelle persone che potrebbero dare tanto con la loro parte geniale, intuitiva o ingegnosa.
Tornando a temi di vita quotidiana, come va con il cibo? – La cucina polacca mi pare sia buona, i legumi, i polli allevati in loco, e le patate poi sono buonissime. A parte ciò, a Varsavia ci sono un sacco di ristoranti di tutte le nazioni. In generale mangio italiano, e posso dire che qui si mangia abbastanza bene, se teniamo presente che naturalmente un piatto italiano che costa 4€ non può essere buono come uno fatto in Italia. Sono un appassionato dei locali indiani che qui in città sono ottimi anche per la qualità della carne che usano. Solo la carne bovina non mi sembra ai livelli di quella francese.
Dimmi qualcosa di positivo e di negativo della tua vita polacca – Se penso al trasporto, l’organizzazione della città di Varsavia è ottima, in caso di neve le strade vengono subito pulite, e ad ogni modo gli automobilisti sanno guidare anche con la neve. Mi trovo molto bene anche con gli orari dei pasti perché ho ritrovato dei ritmi più vicini ai miei, specie con la cena. Alle 17 si esce già dall’ufficio, mentre in Francia spesso ci rimanevo fino alle 19 con una pausa più lunga a metà giornata. Per ora non ho un’opinione positiva sul sistema sanitario polacco, fatta eccezione per i dentisti, il cui rapporto qualità-prezzo è ottimo. Ho anche un amico pediatra polacco che vive a Parigi e che torna appositamente in Polonia per farsi vedere dal suo dentista di fiducia.
Il vivere in Polonia ti ha cambiato? – Con questa domanda, la cosa che mi viene in mente è l’inverno, che qui dura qualche mese in più: è una sensazione strana vedere come alle quattro di pomeriggio sia già buio. Penso sia errata l’idea che Varsavia abbia lo stesso fuso orario di Parigi.
Oltre a quanto hai detto prima, cosa puoi aggiungere sulla gente? – In Polonia noto ancora un certo attaccamento al valore della famiglia e alle abitudini ad essa legate. E’ una cosa che mi piace. E poi i polacchi hanno una passione smodata per l’Italia e per noi italiani. L’affetto verso il nostro Paese è qualcosa di fuori dal comune, e se ne hanno la possibilità ci vanno subito in vacanza, dalla Toscana a Madonna di Campiglio. Con l’aumento progressivo degli stipendi avutosi finora il numero di turisti polacchi potrà solo aumentare. Personalmente in Polonia mi sento apprezzato anche per il semplice fatto di essere italiano, cosa che negli altri Paesi non sento, non a questo livello.
Conferme o smentite su qualche stereotipo? – Dunque, che i polacchi fossero dei gran lavoratori, lo sapevo già. Io abitavo nella parte Nord della Francia, una zona dove ci sono molti polacchi insediatisi 25-30 anni prima e che lavoravano soprattutto nelle miniere di carbone per soppiantare i francesi che non volevano fare questo lavoro. Poi, si dice che i polacchi bevono molto… Io posso dire che i francesi del Nord bevono il doppio dei polacchi. Il punto sta nel numero delle persone. Forse in Polonia ci sono alcune persone che bevono quasi fino al coma etilico, e questo in Francia non succede, ma se facciamo una media complessiva, secondo me in Francia si beve più che in Polonia. Metà dei polacchi che conosco non beve per niente. Altro punto, le temperature siberiane. Ho fatto solo due inverni, questo è il terzo, e devo dire che non è così terribile come si potrebbe pensare. C’è invece un fondo di verità sulla diversità d’abbigliamento, secondo me dovuto più al budget che si ha a disposizione che ad altro. Una caratteristica che invece indicherei se volessimo tracciare il profilo di un polacco medio è forse una certa mancanza di idee, di creatività. Quando io dico ai miei ingegneri di fare qualcosa, loro la fanno, e la fanno bene e velocemente. Quando invece si tratta di avere un po’ di iniziativa, non ho grandi riscontri. Questa è forse l’unica nota negativa che mi sentirei di fare.
Come vedi il tuo futuro? – Il progetto che sto conducendo per la mia azienda scadrà nel 2017. Per ora mi sono trasferito da solo: ho due figli di 11 e 15 anni rimasti con la mia compagna in Francia perché il progetto è troppo breve per pensare ad un loro pieno inserimento in un altro Paese. Se lo prolungassero per altri tre anni sarei ben felice di restare in Polonia. Mi piace molto, e i miei weekend migliori li passo a Varsavia perché mi riposo, mi diletto nella cucina e ricarico le batterie per la settimana successiva. Solo con un progetto a lungo termine farei trasferire anche il resto della mia famiglia perché non ci sarebbe il rischio di un’eccessiva discontinuità nell’istruzione dei miei figli. Tuttavia in età da pensione non so se mi piacerebbe viverci in pianta stabile per tutto l’anno. Onestamente non mi ci vedo. Mi immagino di più in qualche regione italiana, dove il clima, il cibo e le condizioni in generale sono più buone.
Per un italiano, ora, ha senso emigrare proprio in Polonia? Se parliamo di livelli manageriali o di imprenditoria (per esempio di logistica e distribuzione), personalmente potrei consigliare di emigrare in Polonia per il fatto che i mercati di altri Paesi come Germania, Inghilterra o Francia sono ormai saturi, non possono più darti quello che magari ti davano vent’anni fa. Certo, imparare il polacco non è cosa facile, ma secondo me, chi investe oggi in Polonia ha molte possibilità di raccogliere ottimi frutti un domani. Fare l’operaio in Polonia invece vorrebbe dire prepararsi a guadagnare su per giù 500€, dunque non lo raccomanderei come la migliore delle scelte, a meno che non ci sia qualcuno che ti aiuti ad esempio con l’alloggio. Ma a parte questo, la Polonia è senza dubbio un Paese da prendere in considerazione.

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La natura della Polonia – 2. La regione baltica

Secondo appuntamento con i documentari su quanto è possibile ammirare nelle vaste e ancora poco conosciute fauna e flora polacche. Dopo un primo ampio vademecum su quanto si può vedere attraverso le quattro stagioni nella fascia orientale che va dai monti Carpazi alla terra dei laghi della Mazuria, oggi è il turno del Baltico. Gli infaticabili documentaristi di Geo hanno realizzato un lungo reportage sull’intera regione baltica, da cui noi abbiamo elaborato una sintesi che spiega l’ecosistema presente sulle coste della Polonia. Nel far ciò abbiamo incluso animali e vegetazione che, seppur ripresi in altre zone del Baltico meridionale, sono comunque rintracciabili anche sulle coste del quadrato mitteleuropeo a testimonianza di una ricchissima varietà naturalistica, osservando al contempo mare, terra e aria. Come per il documentario precedente, chi al momento non ha molto tempo a disposizione, può assaporarne un veloce anteprima con la breve sintesi scritta subito sotto.
Dopo un’introduzione sulla vastità della regione baltica circoscritta da penisola scandinava, repubbliche baltiche, Danimarca, Polonia e Germania, si descrive l’origine della stessa, venutasi a creare con lo scioglimento dei ghiacciai che ricoprivano l’intero Nord-Europa. L’esplorazione parte con la cova dei fraticelli, per poi tuffarsi subito nel mare, ricco di meduse, spinarelli, merluzzi alla ricerca di un nascondiglio, passere di mare, i pesci-ago preda delle correnti, vari molluschi e cirripedi.
Al ritorno sulla costa si mostra la stagione degli amori dei cervi, e il transito delle gru cenerine, per poi osservare gli impervi nidi dei balestrucci e, addentrati nella foresta, i daini e i meno conosciuti cani-procione.
Un nuovo tuffo in mare ci permette di vedere le focene, un incrocio tra delfino e balena a rischio di estinzione, granchi, proliferanti stelle marine, rombi, e sulla terra ferma altri due animali molto diffusi come lepri e cicogne. Nei laghi incontaminati delle foreste si incontrano il castoro e uno dei suoi pochi nemici naturali, il ghiottone. Tornando ancora una volta in mare, ecco gli edredoni, uccelli dal caratteristico richiamo, la foca grigia e le anatre. L’intenso viaggio si chiude con le alci alle prese con l’avvicinarsi dell’inverno.

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Lingua polacca – 17. La casa e il suo interno

La lezione odierna di lessico è legata al posto in cui ogni sera o quasi ritroviamo la nostra privacy individuale e i momenti di relax con la famiglia o con gli amici: la casa, un aspetto fondamentale della vita di tutti i giorni. C’è da dire che nell’articolo dedicato a come cercare un appartamento in Polonia ci siamo già fatti un’idea generale, ma decisamente insufficiente se vogliamo parlare dei contesti giornalieri legati alle varie attività che si compiono in ambito domestico.
183-dom1 Cerchiamo innanzitutto di definire i vari tipi di alloggio in cui ci possiamo trovare. Si può trattare di una casa (dom) o un appartamento (mieszkanie) che può avere o meno un giardino (ogród) o un garage (garaż), mentre in caso di condivisione di un appartamento (o in un albergo, hotel) ci si accontenta verosimilmente di una stanza (pokój). In ogni caso si tratta di un edificio (budynek) che ha un tetto, pareti, finestre e porte (dach, ściany, okna, drzwi). Può essere un edificio a uno o più piani (piętro), e in quest’ultimo caso può esserci un ascensore (winda) o delle scale (schody). La mitica tromba delle scale che i condomini hanno in comune si chiama klatka schodowa. L’interno di un’abitazione vede per forza di cose un pavimento, un soffitto (podłoga, sufit), e vari tipi di mobili (meble), e in genere è provvista anche di un balcone o di un terrazzino (balkon, taras). Vediamo più nel dettaglio quali sono le diverse stanze di una casa e cosa ci possiamo trovare.
Ingresso (wejście): è il luogo dove troviamo di solito un attaccapanni o un armadio a muro (wieszak, szafa wnękowa) per appendere il nostro cappotto (kurtka) e dove, per tenere pulita la casa, si lasciano le scarpe (buty). Per entrare nel cuore dell’abitazione si potrebbe passare per un corridoio (korytarz).
In soggiorno (salon) possiamo trovare un tappeto (dywan), un tavolo con delle sedie (stół, krzesło), un divano o una poltrona (kanapa, fotel), una televisione (telewizja o telewizor), dei quadri (obrazy), e il tutto è illuminato da un lampadario o comunque da delle luci (żyrandol, światła).
In cucina (kuchnia) ci sono l’elettrodomestico omonimo – anche in polacco – che può essere elettrico o a gas (elektryczna, gazowa), e poi il forno, il frigo, il freezer e il lavabo (piekarniklodówkazamrażarka, zlewozmywak). Per cucinare si ha bisogno di pentola e padella (garnek, patelnia), mentre per mangiare ci servono a seconda dei pasti piatto, scodella, bicchiere, forchetta, coltello, cucchiaio e cucchiaino (talerz, miseczka, szklanka, widelec, nóż, łyżka, łyżeczka), il tutto posto su una tovaglia (obrus).
In bagno (łazienka) è inevitabile pensare al water (toaleta) e alla vitale carta igienica (papier toaletowy), ma ci sono altri elementi importantissimi a partire dal lavandino (umywalka), su cui troviamo sapone, spazzolino e dentifricio (mydło, szczoteczka, pasta do zębów). Questo è il luogo per eccellenza in cui ci si guarda allo specchio (lustro),ma anche quello in cui ci si lava in un box doccia o in una vasca da bagno (prysznicwanna), per poi usare un bell’asciugamano (ręcznik). Oltre a tutto ciò, qui usiamo anche la lavatrice (pralka).
La camera da letto (sypialnia) è il nostro dulcis in fundo. Il re è inevitabilmente il letto con i suoi cuscini (łóżko, poduszka), ma anche qui non mancano altri oggetti come il comò (komoda), l’abat-jour (abażur), l’armadio (szafa) con i suoi vestiti (ubrania), o degli scaffali (regał). E infine, la finestra è provvidenzialmente provvista di una tenda (zasłona), per tutelare il nostro sonno o la nostra privacy…

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Le opinioni degli osservatori sullo stato di diritto in Polonia

182.1 Satira KaczynskiGiusto qualche giorno fa abbiamo rivissuto in dettaglio le fasi salienti del confronto tra la Commissione Europea e la Premier polacca Beata Szydło sul delicato tema dello stato di diritto in Polonia. In base ai contenuti dei temi dibattuti a Bruxelles è innegabile che certe riforme attuate dal governo di Diritto e Giustizia (PiS) non hanno dato uno slancio alla libertà e all’indipendenza dei poteri nel Paese. Ciò non vuol dire necessariamente che prima era tutto rose e fiori: il governo precedente di PO aveva usato durante la sua legislatura alcuni suoi tentacoli sia con i media che con il posizionamento di stretti collaboratori nelle posizioni presidenziali di diversi enti pubblici, conoscendo tuttavia una crescita economica con il costante aumento di investimenti esteri. L’attuale governo di PiS aveva l’occasione d’oro – ce l’avrebbe ancora se solo rivedesse il suo approccio – di rimediare ai deficit dei predecessori ponendo le basi per la costruzione di una maggiore libertà e indipendenza di istituzioni ed enti pubblici, ma invece sta rovesciando la frittata a suo favore usando i suoi, di tentacoli, e in modo decisamente più invasivo. Il rischio è quello di dare un’immagine della Polonia più instabile sotto il profilo dello stato di diritto, e forse meno invitante per gli investitori a causa delle ideologie protezioniste ostentate. Insomma, se si vuole dare imparzialità e pluralismo in TV bisognerebbe migliorare la trasparenza dei concorsi, e non eliminare un consiglio d’amministrazione e subordinare le uniche tre nomine al governo. Se si vuole riequilibrare la Corte Costituzionale, lo si fa nel corso del tempo attraverso le regole di garanzia già esistenti sulla nomina dei giudici costituzionali, e non approfittare dell’incostituzionalità della nomina di tre giudici del precedente governo per spodestarne con un colpo di mano parlamentare altri due legittimamente eletti.
Se estendiamo le riflessioni su alcuni temi sociali, nel precedente contributo dicevamo che la Szydło ha assunto delle posizioni comprensibili sulle capacità strutturali di accoglienza di profughi già usate per i numerosi ucraini, su operazioni di assistenza come il baby-bonus di 500zł promesso in campagna elettorale, e in generale sulla volontà di avere un occhio di riguardo a quelle fasce deboli della società che PO ha colpevolmente trascurato. Tuttavia ci sono altri atteggiamenti decisamente più discutibili. Un’azione poco conosciuta dai più è la realizzazione del governo del licenziamento lineare di presidenti e direttori di tutti gli enti pubblici, operazione già iniziata e che dicono di concludere entro marzo. Se da un lato ci sono alcune posizioni presidenziali che gli addetti ai lavori sanno bene essere state occupate da “amici” del precedente governo con concorsi poco trasparenti e manovre sottobanco, è bene sapere che la maggioranza dei direttori e la quasi totalità dei vicedirettori non solo è al suo posto grazie a concorsi regolari, ma è gente distaccata da rapporti politici di sorta. Se PiS farà quanto dichiarato, il licenziamento di un direttore o vice-direttore vorrebbe dire negazione sia di una giustizia che di diritti per questi lavoratori, e una tale manovra fatta da un partito chiamato “Diritto e Giustizia” sarebbe un bel paradosso. Altro tema, un paio di mesi fa il governo voleva usare la sua mannaia per mano del Ministro della Cultura Gliński contro il direttore artistico del Teatro Polacco di Wrocław nel tentativo di bloccare l’opera della scrittrice austriaca e premio Nobel Elfriede Jelinek “La morte e la fanciulla”, in cui era prevista anche l’interpretazione di un atto sessuale. Per fortuna di chi liberamente ha scelto di pagare il biglietto e assistere allo spettacolo, la censura di stato non è riuscita e lo spettacolo si è potuto svolgere. E ancora, in queste settimane il Parlamento sta lavorando su una severa legge anti-aborto, aborto che già ora in Polonia è vietato eccetto casi di gravi malformazioni del feto o di pericolo di vita per la madre, e che tuttavia PiS vuole inasprire ulteriormente. Quanto ai diritti civili per le coppie LGBT, è una tema non all’ordine del giorno, riducendo la Polonia a unico stato in Europa a non avere una regolamentazione in merito – dando per scontata la modernizzazione dei diritti in discussione ora in Italia -. A tutto ciò aggiungiamo la scelta strategica sull’uso del carbone, già intrapresa dal passato governo, ma che PiS vuole consolidare e potenziare sia per la produzione di energia sia per il riscaldamento domestico, vista la massiccia presenza di miniere di carbone utile per il mercato interno e per l’esportazione. Il carbone però è la prima causa dell’inquinamento atmosferico nel Paese, che lo rende tra i peggiori in Europa. Un incentivo a sostituire gli obsoleti riscaldamenti a carbone dei vecchi edifici con impianti più moderni sarebbe stato provvidenziale: avrebbe coinvolto soprattutto la parte più indigente della popolazione (che PiS dice di voler aiutare), avrebbe giovato alla salute di tutti, e il governo avrebbe dimostrato di essere più sensibile e lungimirante del precedente governo quanto alla salute dei suoi cittadini.
182.2Queste sono alcune delle principali informazioni con cui ci si può fare un’idea sull’attuale situazione politica e sociale in Polonia. Come corposa cornice vi proponiamo dal giornale indipendente politico.eu le principali due posizioni politiche, e le diverse analisi critiche di alcune autorevoli personalità nel campo della politologia e della storia. Per chi vuole un quadro completo, è da leggere fino alla fine.
Guy Verhofstadt, europarlamentare dei liberaldemocratici, ex-permier belga dal 1999 al 2008 – “Dopo l’Ungheria pensavamo di aver visto tutto. Ma in appena poche settimane il presidente polacco Duda e la premier Szydło sono riusciti a piazzare il loro Paese in un percorso rovinoso. Epurazioni nei servizi di intelligence e in polizia, misure per indebolire la Corte Costituzionale e ora il licenziamento di manager della TV pubblica hanno creato un’atmosfera nociva in Polonia e angoscia al di fuori. Il Ministro degli Esteri Waszczykowski dice di curare il Paese da una “malattia” dopo “25 anni di indottrinamento liberale”, ma lui stesso mostra una seria mancanza di consapevolezza sui princìpi basilari della democrazia. Le misure che Varsavia sta prendendo non solo sono anti-liberali, ma sono soprattutto anti-democratiche e contrarie ai princìpi dello stato di diritto firmato dalla stessa Polonia durante il suo ingresso nell’UE. E’ chiaro che se un accordo di ingresso dovesse essere richiesto adesso, fallirebbe. D’altra parte i trattati europei non prevedono l’esclusione di uno stato membro. Inoltre, attualmente non c’è nessuna ragione per punire la Polonia e i polacchi per gli errori dei suoi leader. Fortunatamente la società civile polacca non si è convertita alla visione retrograda e nazionalista di Jarosław Kaczyński, leader di PiS e deus ex machina del governo polacco. La sua gente aspira a far parte di un grande stato europeo aperto al mondo e alla modernità. In decine di migliaia hanno marciato per le strade per protestare contro il crescente autoritarismo del governo di PiS, mentre il partito centrista pro-Europa Nowoczesna continua a dare voce alle paure dei polacchi. In questi tempi pericolosi il popolo polacco ha bisogno e merita il supporto dell’UE. Ci sono regole che consentono sanzioni per violazioni “serie e persistenti” dei princìpi dell’UE, in particolare rimuovendo temporaneamente il diritto di voto in Parlamento. La prima fase di questa procedura è stata l’ammonizione verbale, nella speranza che questi piani draconiani cadano prima che la situazione a Varsavia diventi fuori controllo. Ciò ha funzionato nel caso degli eccessi di Orban in Ungheria”.
Marek Magierowski, portavoce del presidente Andrzej Duda – “La sfida più importante nell’Europa di oggi è la crisi di responsabilità. Non si può guidare una nazione, lasciare da soli l’intero continente, se si rifiuta di prendere decisioni difficili. C’è una frustrante carenza di politici responsabili nelle élites dell’attuale Europa. Quando alcuni provano ad agire responsabilmente – come Andrzej Duda in Polonia – e segue i desideri e le richieste dei propri cittadini, un coro di indignazione riverbera improvvisamente a Bruxelles, Berlino o Vienna, con orribili storie su una “rottura di valori europei”. Perché un simile oltraggio? La risposta è semplice. Sostenendo il peso maggiore di riforme dure e attenendosi alle promesse elettorali, il presidente polacco svela l’irresponsabilità e l’indolenza dei politici che ora lo criticano. Quando Duda firma leggi attese dalla maggioranza dei polacchi, molti leader europei si sentono colpevoli per aver trascurato per anni le aspettative dei loro cittadini. E quando Duda parla del pericolo legato alle ondate incontrollate di immigrazione, i suoi colleghi europei preferiscono restare pigri e muti. Ma ironicamente, agli occhi di alcuni commentatori europei, è la Polonia che “viola i fondamenti della democrazia”. Gli eurocrati sono bravi a dibattere sulle quote di ricollocamento dei rifugiati, ma non sono capaci di rinforzare i controlli al confine. Sono bravi a marciare in protesta contro il terrorismo, ma incredibilmente inetti a proteggere la sicurezza della propria gente, come evidenziato dai recenti eventi di Colonia. Loro eccellono a dare lezioni di democrazia agli altri, ma hanno paura dei loro elettori. Quando è stata l’ultima volta in cui alcuni di loro si sono presentati a delle manifestazioni elettorali? Quando è stata l’ultima volta in cui hanno visitato un paese europeo impoverito, diciamo nella Polonia orientale? La democrazia non è darsi delle arie e puntare il dito. La democrazia è responsabilità. La nostra nazione è ora governata da politici che rendono conto agli elettori polacchi, non agli intellettuali tedeschi, britannici o francesi di sinistra. La democrazia in Polonia se la sta passando piuttosto bene”.
Adam Zamoyski, storico britannico di origini polacche – “L’elezione di Duda prima e di Diritto e Giustizia poi sono state riportate dai media internazionali come uno “sbandamento a destra”. Questo è molto fuorviante. La leadership di PiS è infatti profondamente segnata dalla cultura politica dell’era comunista. Le bravate notturne che caratterizzano la nomina dei nuovi giudici alla Corte Costituzionale e la determinazione nel mettere la museruola ai media è politica in stile puramente sovietico. In un ritorno ai giorni che furono, il Ministro della Cultura deciderà quali opere saranno messe in atto al prestigioso Teatro Vecchio di Cracovia. Il cuore di PiS non è capitalista: sono ostili all’economia di libero mercato, guardano agli imprenditori come speculatori e credono nel controllo governativo di tutto, incluso il diritto di proprietà. La loro politica fiscale è tutto tranne che di destra. Hanno promesso un giro di vite sulle banche, abbassare l’età pensionabile e dare massicci sussidi in contanti ai genitori per ogni figlio. Sono conservatori solo per il modo in cui guardano alle aree liberali della politica occidentale: con sospetto. Il loro conservatorismo è essenzialmente provincialismo, la loro politica populista. Battono il tamburo del patriottismo e parlano di preservare la sovranità nazionale, ma la loro idea di patriottismo è di rimuginare nel martirio della Seconda Guerra Mondiale, e il tema della sovranità è principalmente un’espressione di xenofobia. La loro idea di “valori polacchi” è selettiva: espongono lo stesso odio per le élites pre-belliche e i proprietari di terre così come fecero i loro predecessori comunisti, e in una recente intervista il Ministro degli Esteri Waszczykowski ha disprezzato ciclisti e vegetariani come a dire che sono non-polacchi. La loro vittoria nelle elezioni dell’ultimo anno non rappresenta nessuno sbandamento a destra da parte dell’elettorato. E’ stato il risultato del disincanto verso il governo precedente, percepito come incompetente, arrogante e non aggiornato. La gente ha votato PiS non tanto pensando ad un cambiamento, e molti di quelli che lo hanno fatto hanno già chiarito che non approvano certe azioni del nuovo governo. Ci sono anche molti ciclisti e vegetariani in Polonia”.
Agnieszka Kolakowska, filologa e traduttrice polacca a Parigi – “PiS è denigrato per l’abbracciare valori tradizionali e famigliari, il suo pizzico di euroscetticismo, il suo rifiuto di sottomettersi al bullismo dell’UE e della Germania in particolare, la sua enfasi sulla sovranità nazionale e la sua insistenza che la cristianità e la Chiesa hanno un ruolo pubblico da giocare in Polonia. Nessuno di questi necessita di indagini dalla Commissione Europea. PO ha nominato 5 suoi giudici alla Corte Costituzionale all’ultimo minuto, con alla fine 14 giudici su 15 nominati da PO. Ora ce ne sono 9. Non riesco a capire come questo possa essere meno democratico. Quando PO è salito al potere, hanno depurato i media nominando gente che si sarebbe messa in linea con il partito. Né la stampa straniera né la Commissione Europea sembravano infastiditi da ciò. I media pubblici erano indipendenti solo sulla carta. Erano infatti controllati da PO e seminavano un flusso infinito di propaganda anti-PiS. Gli elettori polacchi hanno vissuto otto anni di scandali, una corruzione incredibile, si sono sentiti trattare con arroganza e disprezzo, e hanno sentito una Polonia troppo accomodante verso l’UE. Erano stanchi di questo e volevano essere orgogliosi di essere polacchi. Gli elettori volevano porre fine al clientelismo e alla corruzione. Vogliono trasparenza e l’affermazione della loro sovranità”.
Wojciech Przybylski, capo-editore di Eurozine e presidente della fondazione Res Publica – “La nostra democrazia se la cava bene. Il problema è nello stato di diritto. La Polonia sarà in pericolo se il governo introduce le leggi ora solo ipotizzate o programmate, inclusa la revisione della Costituzione. Una legge passata nel dicembre 2015 limita i poteri della Corte Costituzionale, ostacolando un’istituzione radicata nella cultura democratica europea di pesi e contrappesi. Facendo così, PiS ha assunto più poteri di quanti ne ha assunti con le elezioni di ottobre, e lo ha fatto sotto false pretese. Il danno irreversibile è stato fatto da Duda quando ha rifiutato di accettare dei giudici nominati legittimamente nominandone di nuovi nel cuore della notte, appena poche ore dopo la loro elezione dal nuovo parlamento, lasciando nel limbo tre precedenti nomine. La sua decisione è stata sonoramente criticata dalla comunità di giurisprudenza nel Paese per aver violato la Costituzione. Ora il partito dominante vuole rinforzare i poteri centrali e danneggiare la privacy e i diritti umani attraverso una serie di nuove regole che limiterebbero il potere dei difensori civici e l’indipendenza dei pubblici ministeri. Sono già state approvate leggi che danno alla polizia il diritto di raccogliere dati privati su Internet senza alcuna supervisione giurisdizionale e permette a PiS di bypassare i corpi regolatori dei media stabiliti nella Costituzione. Un cambio della Costituzione è possibile in due modi: uno corretto, con una decisione consensuale di maggioranza e opposizioni, e uno “truccato”, senza l’opposizione, dal momento che sono necessari i 2/3 della maggioranza con la presenza minima in aula di metà dei parlamentari. PiS dice che questa seconda opzione è improbabile, ma di fatto hanno già intrapreso un percorso decisamente Orwelliano”.
Tomasz Wróblewski, editore del settimanale Wprost – I giornalisti della nostra redazione ricordano bene una sera dell’estate 2014, quando degli ufficiali dei servizi speciali hanno fatto irruzione nei nostri uffici chiedendo computer e attrezzature dove pensavano fossero state depositate conversazioni di politici del partito al governo. Le registrazioni dateci dalle nostre fonti rivelavano scioccanti casi di abusi di potere, inclusa una conversazione tra il Ministro dell’Interno e il capo della Banca Centrale in cui, in cambio di un taglio dei tassi d’interesse, il ministro prometteva l’eliminazione del Ministero delle Finanze e un aumento dei poteri al capo della Banca Centrale. Seguirono infinite interrogazioni, ma le indagini sono state archiviate solo di recente. I nostri giornalisti non sapevano che per diversi mesi le conversazioni dai loro telefoni privati erano intercettate. E’ difficile per noi trattare seriamente le accuse secondo cui il nuovo governo sta attaccando la nostra libertà d’espressione. Sono le stesse persone che hanno accusato i giornalisti di Wprost di pubblicare conversazioni registrate illegalmente. Per quelli che con entusiasmo hanno supportato il partito di governo, la perdita del loro lavoro sarà sicuramente un’esperienza spiacevole, ma non è la fine della democrazia. Il mercato dei media non include solo la TV pubblica”.
Jiri Pehe, analista politico, docente di studi dell’Europa Mediterranea all’Univ. di New York – “La Polonia sta diventando rapidamente una democrazia di tipo illiberale. Continuerà ad aderire ai meccanismi basilari della democrazia, come le tornate elettorali, ma continuerà a violare alcuni princìpi fondamentali del costituzionalismo liberale. Tutte le istituzioni che sono per definizione indipendenti dal governo nelle democrazie liberali, come i media, il potere giudiziario e la Banca Centrale, saranno sotto una crescente pressione. Gli sviluppi in Polonia mostrano come la concezione della democrazia sia ancora limitata in molti Paesi post-comunisti, in cui ci sono ancora larghi segmenti di società che desiderano ancora leader autocratici e sono intolleranti alle minoranze. Oltre 25 anni dopo la caduta del comunismo, non hanno ancora assimilato certi valori di democrazia. Queste società reagiscono all’integrazione europea con un timore che i populisti trasformano facilmente in nazionalismo militante. Tre Paesi dei quattro di Visegrad sono guidati da partiti populisti che non rispettano lo stato di diritto. Sta diventando evidente un grave errore dell’UE, che nel contesto del suo allargamento a Est avrebbe dovuto adottare misure di garanzia più forti, consentendo la sospensione di un qualsiasi stato membro il cui governo agisce nel non rispetto dello stato di diritto. La situazione è di tipo straordinario e non è detto che vi siano soluzioni”.
Harold James, docente di Studi Europei all’Università di Princeton – “La strategia di PiS è impressionante. La modifica silenziosa delle regole per aumentare le possibilità di vittoria alle prossime elezioni non è una pratica in disuso nelle democrazie, e alcuni commentatori hanno fatto riferimento ad altri Paesi (vedi l’Italia) dove i governi intervengono sui media. Ma le rapide azioni che il partito ha preso dopo la vittoria elettorale erano chiaramente pianificate per ottenere una reazione ostile da Bruxelles e dalla Germania. L’effetto combinato della sfida polacca con la reazione europea dividerà l’Unione, forse fino addirittura a distruggerla, rendendo i singoli stati vulnerabili dalle pressioni esterne – e la Polonia è vulnerabile -. In realtà, l’unica via per rispondere alle multiple sfide presenti in Europa è una risposta collettiva in cui Est e Ovest lavorino insieme. Ciò di cui si ha bisogno è un nuovo modo di pensare ai motivi per cui l’Europa è importante, e capire che importanti obiettivi non posso essere realizzati da singoli stati o a maggior ragione da singoli individui. Quale miglior punto per iniziare a ragionare se non con il reale fondatore della Polonia post-comunista, Giovanni Paolo II, che offrì la visione di un'”Europa dello spirito”? A seguito della rivoluzione politica del 1989, ha spiegato come le dimensioni politiche e costituzionali di un nuovo ordine europeo dovrebbero coinvolgere “la neutralità ideologica, la dignità della persona umana come fonte di diritti, la precedenza della persona sulla società, il rispetto per norme giuridiche democraticamente concordate, il pluralismo nell’organizzazione della società” “.

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Il faccia a faccia tra UE e Polonia per filo e per segno

Nell’ultimo quarto di secolo, da quando un elettricista navale chiamato Lech Wałęsa contribuì alla fine della Guerra Fredda, la Polonia è stata la prova del successo dei valori europei: una florida economia di libero mercato, un maturo potere regionale, una stampa pluralista e, con un sistema politico vivace anche se non sempre brillante, un membro influente dell’Unione Europea e della Nato. Ma ora la musica sembra diversa: subito dopo la salita al governo dettata dalla netta vittoria elettorale dell’ottobre 2015, il partito Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość, PiS) ha approvato leggi che secondo molti esperti neutralizzano il potere giudiziario e limitano la libertà di stampa. Dal canto suo il governo, sicuro del suo mandato elettorale e della maggioranza assoluta in parlamento, liquida i critici come guastatori di sinistra e promette ulteriori cambiamenti. PiS dice che il suo lavoro è di pulire la Polonia da un élite liberale spesso corrotta e distaccata dai valori cristiani e patriottici. Da due mesi però quasi tutti i weekend migliaia di cittadini si riuniscono nei principali centri polacchi (il 23 gennaio erano 36 città, più altre 11 in giro per il mondo) per protestare contro le riforme di PiS, proteste che il governo dice essere organizzate da partiti oppositori e oscure forze economiche. Se i manifestanti fossero davvero spinti in piazza a pagamento, sarebbe una cosa grave su cui indagare, ma se sono adesioni spontanee dettate dal libero sentire, probabilmente l’identità dell’ente organizzatore rimane un fattore di poca importanza.
La Commissione Europea, che ha sollevato delle critiche su alcune azioni del governo polacco, si è riunita lo scorso 19 gennaio per parlarne insieme al Primo Ministro Beata Szydło. In quest’occasione è stata applicata per la prima volta la nuova procedura ultimata nel 2014 che va ad integrare l’originario articolo 7 sullo stato di diritto firmato e ratificato da tutti gli stati membri. La seduta è durata oltre due ore e mezzo, aperta dal Ministro degli Esteri olandese Koenders con un intervento di ampio respiro sul retroterra socio-politico europeo e polacco. Koenders ha ricordato a sé stesso e all’assemblea che l’Europa non è solo un club fatto di benefit ricevuti, ma anche un’unione di stati fondata su responsabilità e valori comuni; lo stato di diritto e il rispetto sono alcuni dei cardini dell’UE, e non sono valori scontati ma pazientemente costruiti, a volte con fatica; nessuno stato, UE inclusa, ha il monopolio sulla virtù o sul buon costume, tutti hanno i loro innegabili deficit, ma a questi si deve cercare di far fronte come in quest’occasione, con il dibattito democratico e la condivisione di valori concordati, ovvero con una miglior cooperazione tra gli stati membri, per migliorare l’UE ed evitare doppi pesi se ce ne sono. E’ solo grazie a ciò che per la prima volta nella storia vige in Europa uno stato di pace così duraturo, e l’implosione dell’Unione Europea porterebbe solo un regresso e un ritorno a egoismi nazionali che rischierebbero di degenerare. Koenders ha sottolineato la propria ammirazione verso un popolo che più di tutti ha sofferto le guerre in Europa, la doppia cancellazione della propria sovranità nella storia, e il sacrificio di molti suoi soldati per la liberazione di alcuni stati nel 1945 (tra cui la sua Olanda); la Polonia si è risollevata tenacemente ancora una volta dopo la caduta del Muro di Berlino, e il suo ingresso nell’Unione Europea le ha dato quella marcia in più che l’ha portata ora nel cuore dell’Unione. Koenders non ha potuto tuttavia negare il contrasto tra i valori nobili del popolo polacco degli ultimi due secoli e la situazione attuale, ma ha precisato che questo dibattito non nasce con il recente caso polacco, dacché già dal 2013 alcuni stati come Finlandia, Danimarca e la stessa Olanda premevano per organizzare in ambito UE dibattiti e seminari su diritti fondamentali dell’uomo e stato di diritto (iniziativa che in quest’anno si tradurrà in alcuni convegni tra il febbraio e il giugno di quest’anno).
Con il vice-presidente della Commissione Europea, l’olandese Frans Timmermans, si è entrati più nel vivo con la descrizione delle tre cause alla base di una potenziale precarietà dello stato di diritto in Polonia: 1) la disputa sul numero di giudici della Corte Costituzionale eleggibili da un governo, tema che avrebbe dovuto essere affrontato e risolto internamente dalla Corte stessa e non con l’ingerenza del potere legislativo; 181. Szydlo-Timmermans2) la rimozione simultanea del presidente e del vicepresidente della Corte ad opera del nuovo governo con voto parlamentare attuato il 28 dicembre; 3) la riforma dei mass media, con il controllo diretto di quelli statali da parte del Ministero del Tesoro, fatto che minerebbe alla piena libertà di espressione e per estensione alle basi per un compiuto stato di diritto. Per garantirlo, dice Timmermans, è necessario che la Corte Costituzionale funzioni e lavori in libertà e indipendenza per valutare la costituzionalità o meno delle riforme attuate dal governo; per due volte la Commissione ha inviato delle richieste di chiarimenti alla Polonia, ricevendo in cambio risposte incomplete e segnate da un tono di confronto invece che di cooperazione, cooperazione che invece la Commissione auspica. Timmermans ha puntualizzato due dettagli fondamentali per il corretto prosieguo del dialogo: il primo è che questo tipo di procedura è stato concepito con lo scopo preciso di prevenire dei problemi solo in base a dati e fatti concreti, facendo capire che non si stanno prendendo azioni pregiudiziali nei confronti del governo polacco; il secondo è che la Commissione non mette in dubbio la sovranità della Polonia così come quella degli altri Paesi, in linea con le responsabilità e i doveri descritti nei vari trattati ufficiali che gli stati stessi – Polonia inclusa – hanno accettato, firmato e ratificato.
Il momento atteso era ovviamente la difesa di Beata Szydło, che nei suoi ben quattro interventi ha espresso come l’attuale governo polacco creda nell’Unione Europea e sia disponibile ad aiutarla in situazioni difficili. Il suo governo si dice aperto al dialogo e alla collaborazione, vuole dare all’UE fiducia e aiuto così come dall’UE si vuole rispetto della sovranità interna. Dopodiché ha cercato di entrare nel merito del dibattito giustificando l’operato del suo governo anche con motivazioni non propriamente legate ai temi in discussione, e sollevando tuttavia altri punti interessanti che meriterebbero più attenzione da parte dell’Europarlamento. La Szydło ha detto che il suo governo sta rispettando la Costituzione, non presa sottogamba come qualcuno pensa, e che la Corte Costituzionale sta funzionando normalmente poiché la sua composizione vedeva una pesante maggioranza di nominati da parte del precedente governo centrista di PO, e che per questo urgeva un riequilibrio. Continua dicendo che la modifica della norma rispetta gli standard UE ed è una conseguenza della legge del giugno 2015 sulla Corte Costituzionale fatta dal governo precedente. Tale legge è stata ritenuta parzialmente incostituzionale dalla Corte stessa nel dicembre 2015 (si noti che tale sentenza lascia capire come la Corte non fosse asservita al governo precedente come PiS dichiara a gran voce). In quanto ai media, l’intenzione dichiarata dalla Premier è dare pluralismo e renderli imparziali, e per questo era necessario rompere il legame tra il consiglio di amministrazione e gli editori. Insomma, pur apprezzando le parole di Koenders, per la Szydło lo stato di diritto c’è, i cittadini possono frequentare le sessioni parlamentari e parlare, e gli affari polacchi devono essere gestiti in Polonia, uno stato che non merita di essere monitorato poiché non vuole destabilizzare l’UE ma anzi la vuole aiutare da attrice protagonista.
Le argomentazioni della Premier polacca hanno incluso anche dei temi non all’ordine del giorno ma utili per la propria difesa, come il voler risolvere il disagio di numerosi pensionati, poveri, malati e disoccupati che per diversi motivi si sentono lasciati indietro. In molti hanno notato la poca attinenza di questo passaggio con gli interventi sulla Corte e sui mass-media, tanto che la Szydło stessa non calca troppo la mano. Il ritornello costante invece – in almeno sei occasioni – è stato un altro: il governo polacco è lì grazie ai cittadini che hanno votato in delle libere elezioni democratiche. Un tormentone superfluo non solo perché le due riforme così come sono state fatte non erano nel programma elettorale di PiS, ma anche perché nessuno ha mai messo in discussione la legittimità della vittoria elettorale, come diversi parlamentari hanno continuato a farle notare durante la seduta. Ci sono altre due tematiche lontane dai temi della Corte Costituzionale e dei media polacchi, che però porterebbero dei punti a favore della Szydło almeno da un’ottica di buonsenso. La prima è legata ad una certa iniquità di trattamento tra i vari stati membri dell’UE, un sentimento percepito – a torto e a ragione – da una certa fetta dell’Europa orientale e meridionale. La seconda sono i criteri con cui impostare la spartizione dei profughi, con l’esclusione dai calcoli europei di alcune centinaia di migliaia di ucraini riversatisi in Polonia negli ultimi due anni per i disordini che ben sappiamo.
Tra i vari parlamentari intervenuti c’è chi ha ammesso certe lacune dell’UE in campo sociale e la necessità di fare meglio, ma sia questi che altri rappresentanti hanno ribadito alla Szydło l’importanza dei fondamenti su cui si poggia la UE, lo stato di diritto, i valori condivisi, la riconciliazione, la cooperazione, i doveri e le responsabilità, firmati da tutti, che devono sempre prevalere sui rancori, gli egoismi e gli autoritarismi illiberali. Il nodo cruciale del dibattito si è toccato quando Timmermans ha ripreso le repliche della Szydło coniugandole con le azioni del governo polacco. Capitolo Corte Costituzionale: c’è pieno accordo sul fatto che una Corte equilibrata sia necessaria, ma necessaria deve essere anche l’indipendenza. PiS ha eletto cinque giudici, e con la modifica legislativa appena apportata ha dato a tre di loro il potere di veto, limitando di fatto il pieno svolgimento delle funzioni della Corte. Nei suoi interventi la Szydło ha fatto sempre riferimento alla sentenza della Corte del 3 dicembre, che ha invalidato le nomine in eccesso fatte dal precedente governo, ma Timmermans ha citato la sentenza del 9 dicembre, con cui la Corte polacca, pressata, ha annullato la nomina di altri giudici precedenti, inclusi quelli nominati da PO in modo legittimo. E’ da questo fatto che si auspica la piena separazione tra i tre poteri e la piena applicazione del tripode composto da diritti umani, stato di diritto e democrazia: non si può usare uno dei tre piedi contro un altro (come in questo caso, usare la democrazia contro lo stato di diritto), pena l’instabilità del tripode, quindi dello stato. Tra le varie difese del governo polacco c’è quella secondo cui anche PO ha fatto degli errori non di poco conto. E’ una cosa vera e innegabile – per quanto in pochi a suo tempo ne parlassero. Ma Guy Verhofstadt ha ricordato che probabilmente PiS è stato eletto per fare meglio di PO, non per fare gli stessi errori. Anche in quanto alla riforma dei mass-media, Timmermans ha messo le cose in chiaro: prima c’erano sette elementi di amministrazione e supervisione dei mass-media pubblici, due scelti dai ministeri della cultura e dell’economia e i restanti cinque mediante concorsi. Con la nuova legge tutto è stato ridotto a tre membri, tutti eletti per nomina personale del Ministro del Tesoro.
Con la fine della seduta, il prossimo appuntamento sullo stato di diritto in Polonia è costituito dalla disamina da parte della Commissione di Venezia, un gruppo di esperti che fornisce assistenza giuridica e consulenze agli stati membri dell’UE in quanto a democrazia, diritti umani e stato di diritto. In sede parlamentare è stato ricordato che la Polonia è ancora in tempo per anticipare la Commissione e smussare le riforme eliminando gli elementi di ingerenza, altrimenti dovrà essere affiancata giocoforza dalle consulenze della Commissione stessa. Una curiosità: per l’annuale convegno sui diritti fondamentali della Legge, il 19 e 20 maggio prossimi la stessa Commissione sarà proprio a Varsavia, in occasione dei trent’anni della Corte Costituzionale polacca, e l’atmosfera che si respirerà è un mistero, per ora. Intanto la carne sul fuoco del Parlamento europeo è già tanta: oltre allo stato di diritto, si sono aggiunti la distribuzione dei profughi e il rischio del fallimento di Schengen. Nella riunione informale dei Ministri degli Esteri dell’UE del 26 gennaio la Polonia ha annunciato di porre il veto nel caso in cui il computo non venisse fatto in modo corretto. Inoltre, le fresche iniziative “protettive” prese singolarmente da nazioni come Svezia, Danimarca, Slovenia e Austria indicano come il tema delicatissimo delle frontiere debba essere affrontato in modo deciso ma collettivo e responsabile, cosa che non sta ancora succedendo. Se a questo ci mettiamo anche il tanto imminente quanto poco conosciuto intervento militare che l’UE sta per intraprendere in Libia, il futuro è veramente imprevedibile. Vedremo cosa ne verrà fuori.

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“Non è un Paese per giovani”: siate l’italiano in Polonia del film

La fuga degli italiani all’estero sta inesorabilmente crescendo, non è la prima volta che ne parliamo. I dati Aire dicono che solo nell’ultimo anno l’aumento degli iscritti è stato del 3,3%, per un totale di oltre 4mln 636mila persone. Il fenomeno è stato ancora più accentuato nel 2014, con un aumento del 7,6% rispetto al 2013. Di questo se n’è accorto il regista Giovanni Veronesi, conduttore della trasmissione radiofonica “Non è un Paese per giovani” in onda su Radio2. Veronesi inizierà a girare nelle prossime settimane le riprese del suo nuovo film, che affronterà proprio il tema dei ragazzi italiani che vanno vivere all’estero e porterà il titolo omonimo “Non è un Paese per giovani”.
VeronesiIl regista stesso ha chiesto allo staff di italiani all’estero Goodbye Mamma di cui QuiPolonia&Italia è co-fondatore di aiutarlo a trovare dei giovani under 30 (massimo 20 persone) che vivono all’estero e che volessero comparire nel suo film.
Queste sono le regole del gioco. Il filmato deve essere realizzato:
1) Tenendo in mano il telefonino o la telecamera se siete da soli, o facendovi aiutare da qualcuno con un’inquadratura che faccia vedere bene il luogo dove vi trovate e che rappresenti in qualche modo la città in cui vi trovate.
2) I filmini vanno realizzati di giorno e non di notte e dovete avere l’accortezza di controllare il sonoro prima di spedirlo.
3) Nel filmato dovrete raccontare il perché ve ne siete andati dall’Italia, cosa state facendo adesso in quel posto e un saluto finale.
4) Il tutto entro 30 secondi.
5) Il tono della voce deve essere chiaro e comprensibile.
6) Se volete potete anche muovere la telecamera e mostrare il posto in cui vi trovate.
I filmati che verranno scelti saranno la cornice iniziale e finale del film, prima di uscire nelle sale verranno contattati i ragazzi per far firmare loro una liberatoria e i loro nomi verranno messi nei titoli con un ringraziamento a parte. L’idea è avere un ragazzo per ogni Paese, quindi se siete interessati a rappresentare la Polonia (o un altro Paese estero in cui vivete) potete mandare il vostro video a quipoloniaeitalia@gmail.com. Noi lo inoltreremo direttamente a Veronesi (i protagonisti selezionati ovviamente verranno ricontattati per dare la liberatoria).
Il regista pare avere a cuore questo fenomeno. Al Corriere ha detto: “Grazie alla radio ho toccato da vicino l’esodo lento e inesorabile dall’Italia: 100mila ragazzi all’anno. Salteremo una generazione. E non è solo una questione economica. Un diciottenne che è andato in Argentina mi ha spiegato: non vado dietro a uno stipendio ma per seguire la speranza di un futuro”. L’Aire ha registrato che negli ultimi 10 anni l’aumento dell’emigrazione si attesta al 49,3%, e la vera notizia è che non si tratta solo di meridionali. Il 48,6% di emigranti che parte dal Sud e dalle Isole, e il 15,4% originario del centro-Italia, fanno capire che a lasciare il Nord è ben il 33,2%. Più eterogeneo rispetto al passato è anche l’identikit di chi scappa dal Bel Paese: il 59% non sono sposati, il 56% sono uomini, solo il 35,8% ha tra 18 e 34 anni.

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Come aprire un’attività in Polonia (NIP, REGON)

Tra crisi dell’economia occidentale, delocalizzazioni e disoccupazione, oggi nel mondo del lavoro regna il caos che vediamo intorno a noi e che in molti si risparmierebbero volentieri. Se a questo aggiungiamo lo sviluppo turistico ed economico che i grossi centri polacchi stanno conoscendo da 20 anni a questa parte, ecco che si spiega come mai cresce non solo il gruppo di italiani pronti a farsi assumere nel quadrato dell’Aquila Bianca, ma anche il numero di piccoli e medi imprenditori che considera la possibilità di aprire una propria attività in loco. In passato abbiamo visto cosa serve per soggiornare e lavorare in Polonia (permesso di soggiorno, residenza, PESEL). In quest’articolo invece tracceremo delle linee-guida utili per capire come ottenere una partita IVA, sia essa un’attività individuale o una società. Nel corso di questi anni lo stato ha fatto molto per cercare di semplificare la macchina burocratica, tanto che la procedura è riassunta con la definizione “jedno okienko“, riferito alla possibilità di risolvere il tutto presso un unico sportello in 24 ore. E’ davvero così? Per le entità fisiche e civili in teoria sì, ma vediamo i particolari in cinque tappe esplicative.
  1. I codici NIP e REGON (la partita IVA)
Il passo fondamentale per aprire una partita IVA è l’iscrizione al Centralna Ewidencja i Informacja o Działalności Gospodarczej (CEIDG), un dipartimento generalmente situato nell’ufficio comunale della città di riferimento (Urząd Miasta). Nella prima parte del formulario CEIDG-1 si compilano diversi dati personali, tra cui l’indirizzo della propria residenza polacca. Ciò vuol dire che prima di registrarsi al CEIDG o contestualmente a ciò è opportuno richiedere e ottenere almeno una residenza temporanea: una copia del CEIDG-1 compilato viene inviata al distretto locale di competenza che confermerà o meno l’identità del richiedente. Tale conferma di norma si riceve entro 24 ore lavorative, e se l’applicazione contiene errori se ne richiede la correzione, da effettuare entro sette giorni. Piccolo appunto: alcuni recenti ritocchi normativi fanno sì che il codice PESEL (l’omologo del nostro codice fiscale) non sia più necessario. Tuttavia è un dato che consigliamo vivamente di richiedere sia per eventuali operazioni future e sia perché non comporta spese o complicazioni di sorta. In caso non lo si possedesse, è possibile farne richiesta sulla base della propria residenza polacca con un secondo semplice formulario spesso fornito dai dipartimenti dell’Urząd Miasta in cui ci si trova. Quel che è cruciale con la registrazione al CEIDG è la creazione della partita IVA vera e propria, che in Polonia consta di due codici, il NIP e il REGON.
Il NIP è il Numero Identificativo del Contribuente (Numer Identyfikacji Podatkowej), ed è sempre di 10 cifre. Proprio come per la partita IVA italiana, il NIP deve essere riportato ogniqualvolta si effettui la dichiarazione dei redditi e in genere nelle documentazioni a fini fiscali o burocratici. A rilasciarlo è l’ufficio fiscale (Urząd Skarbowy) dopo aver ricevuto una copia del CEIDG-1 compilato, e lo invia alla persona richiedente via posta. Una piccola curiosità: il NIP in principio era necessario per tutti i contribuenti a fini fiscali (insieme al PESEL); una prima riforma applicata il 1° settembre 2011 obbligava solo chi ha una propria attività ad avere anche il NIP, mentre per i lavoratori non aventi attività in proprio era sufficiente il PESEL. Tuttavia dal 1° marzo 2015 una sorta di piccola controriforma non obbliga più le aziende a inoltrare richiesta per il PESEL per i neo-assunti stranieri, dunque per il versamento dei contributi e delle tasse tendono a rivolgersi piuttosto all’ufficio fiscale per la creazione del NIP (riferimenti anche nella prima metà di quest’altro articolo). Attenzione: chi avvia un’attività operante anche in altri stati dell’Unione Europea, deve richiedere il cosiddetto europejski NIP, che si ottiene all’Urząd Skarbowy successivamente all’iscrizione al CEIDG e attraverso il formulario VAT-R/UE, atto a registrarsi come debitori di imposta. Ci torneremo nell’ultima parte.
Oltre al NIP, con il CEIDG-1 si richiede anche il codice REGON. REGON è l’acronimo di Rejestr Gospodarki Narodowej, è un altro codice obbligatorio poiché attesta la registrazione della propria attività al Krajowy Rejestr Urzędowy Podmiotów Gospodarki Narodowej, un registro ufficiale nazionale facente parte dell’Ufficio Principale di Statistica (Główny Urząd Statystyczny -> GUS). Di fatto è necessario solo per fini statistici e di raggruppamenti settoriali delle varie attività, per i rapporti con lo ZUS (Zakład Ubezpieczeń Społecznych, omologo dell’Inps) e con la propria banca. Niente di pragmaticamente utile. Ci sono due tipi di REGON, uno di 9 cifre per attività operanti in un unico voivodato, e uno di 14 per aziende che si trovano in più regioni (le prime 9 cifre rimangono sempre le stesse, e le ultime cinque cambiano in base alle varie sedi dislocate sul territorio nazionale).Quindi il formulario CEIDG-1 viene inviato anche al GUS che nel giro di sette giorni recapita il REGON al richiedente, via e-mail per le persone fisiche, e via posta per quelle giuridiche. Si può anche controllare l’esistenza del proprio REGON sul sito ufficiale del GUS, e chi desidera richiederne un certificato – gratuito – deve recarsi al centro GUS più vicino (ce n’è uno per regione). IMPORTANTE: la procedura dell’unico sportello (quindi del solo formulario CEIDG-1) è praticabile solo per le persone fisiche; per le società invece (che elencheremo tra due paragrafi) è necessario recarsi di persona anche in un altro ente, il Krajowy Rejestr Sądowy, un Registro Nazionale dove si completa la richiesta sia del NIP che del REGON compilando un formulario KRS ad hoc che sarà inoltrato sia all’Urząd Skarbowy che al GUS. Una sezione è riservata alle coperture sanitarie fornite dallo ZUS, ma è prudente andarci successivamente di persona per definire alcuni dettagli, che vedremo più tardi. A titolo di curiosità, sempre nell’ottica della semplificazione voluta dallo stato, dal 1° dicembre 2014 questo formulario KRS sostituirebbe i formulari NIP-2, RG-1, KRS-Z3 e quello sullo ZUS (ve ne sono di quattro tipi, che vedremo in seguito), ma a seconda della situazione cui ci si trova, gli uffici addetti potrebbero richiedere di compilare uno o più di questi tre formulari citati, tuttora disponibili. Altri formulari complementari potrebbero essere necessari a seconda dei connotati della società che si desidera avviare. Per ragioni di spazio non ci soffermeremo su questo, ma generalmente tutto si risolve in loco senza il rischio di diventare succubi della burocrazia.
Tornando nel merito della compilazione del formulario CEIDG-1, è fondamentale avere già ben in testa che cosa si vuol fare, dacché tra i dati da compilare nel modulo CEIDG-1 c’è il nome della propria attività. Nel caso di partite IVA fisiche è obbligatorio indicare il proprio nome e cognome (es: “Ristorante Bella Italia – Mario Rossi”). Tale denominazione è necessaria solo nei rapporti con istituti e uffici pubblici e fiscali; a fini pubblicitari e commerciali non si è tenuti a indicare il proprio nome (e si può citare semplicemente “Ristorante Bella Italia”). Inoltre, si devono indicare i settori commerciali in cui l’attività vuole estendere il suo raggio d’azione (scegliendo da un’apposita lista, la Polska Klasyfikacja Działalności), motivo per cui sarebbe illegale fatturare per una commissione di un settore non indicato al momento dell’iscrizione (naturalmente qualsiasi dato relativo all’attività si può modificare, incluso il settore commerciale in cui si vuole operare – sempre con lo stesso formulario e a costo zero). Tra gli altri dati è richiesto il numero previsto di personale da assumere, la sede / le sedi, il conto bancario (personale o aziendale), le caratteristiche principali dei versamenti IVA e la comunicazione allo ZUS – l’INPS polacco – sull’apertura della nuova attività (torneremo su questi ultimi due punti nei paragrafi successivi). La domanda di registrazione al CEIDG si può presentare anche online con firma elettronica previa registrazione al sito www.ceidg.gov.pl, o per posta cartacea. Verosimilmente questo allungherebbe i tempi burocratici, motivo per cui suggeriamo di effettuare il tutto di persona. Ad ogni modo la firma definitiva avviene personalmente presso l’ufficio distrettuale (Urząd Gminy).
  1. Ditta individuale o società?
A seconda delle esigenze quindi si può aprire una ditta individuale, una società civile o una vera e propria società commerciale. Vediamo qui le varie forme disponibili con le principali caratteristiche strutturali e burocratiche:
– Firma jednoosobowa (Ditta individuale) -> Tempi di avvio: un giorno. Dichiarazione simultanea a ufficio fiscale (US), ZUS (l’Inps polacco) e registro nazionale (GUS) con un unico formulario. Registrazione gratuita. Capitale minimo non necessario. Facile cambio di profilo dell’attività. Contributi sociali e sanitari non dipendono dalle entrate (si può scegliere l’opzione più bassa e pagarla mensilmente a prescindere dalle entrate). Possibilità di sovvenzioni europee e finanziamenti dall’ufficio di collocamento. Responsabilità personale dei debiti con il proprio patrimonio (responsabilità estesa anche al coniuge, ma senza il suo patrimonio).
– Spółka cywilna (Società civile – non presente in Italia) -> Tempi di avvio: un giorno. Dichiarazione simultanea a ufficio fiscale (US), ZUS (l’Inps polacco) e registro nazionale (GUS) con un unico formulario. Registrazione gratuita. Capitale minimo non necessario. Proprietari due o più persone, che condividono solidalmente spese e profitti. Responsabilità personale dei debiti con il proprio patrimonio privato. Contratto tra i soci non necessariamente via atto notarile. Questa società non costituisce un ente: si basa sul codice civile e i soci suddividono individualmente tra loro le tasse.
Spółka jawna (Società in nome collettivo) -> Tempi minimi di avvio: due settimane. Capitale minimo non necessario. Costi di registrazione: da 1300zł. E’ necessaria l’iscrizione al registro KRS (a pagamento) della regione di competenza. Contratto tra i soci non necessariamente via atto notarile. Simile a spółka cywilna ma sotto la giurisdizione del codice delle società commerciali (e non quello civile). La denominazione della società deve contenere il cognome (o il nome attività) di almeno uno dei soci. Ogni socio risponde degli obblighi societari solidalmente con gli altri con il proprio patrimonio.
– Spółka partnerska (Partenariato – non presente in Italia) -> Tempi minimi di avvio: due settimane. Capitale minimo non necessario. Costi di registrazione: da 2300zł. Contratto tra i soci via atto notarile. E’ necessaria l’iscrizione al registro KRS (a pagamento). Formata da due o più persone abilitate ad una libera professione (medici, avvocati, architetti, traduttori, farmacisti, etc.). Come soci, solo persone fisiche e non giuridiche. Un partner non è responsabile per l’eventuale negligenza di uno degli altri partner. Sotto la giurisdizione del codice delle società commerciali (e non quello civile). Soci responsabili con il loro patrimonio solo sugli obblighi societari non legati alla professione. La denominazione della società deve contenere il cognome di uno dei soci e l’espressione “i partner/partnerzy”.
Spółka komandytowa (Società in accomandita semplice) -> Tempi minimi di avvio: due settimane. Capitale minimo non necessario. Costi di registrazione: da 2300zł. Contratto tra i soci via atto notarile. E’ necessaria l’iscrizione al registro KRS (a pagamento). Facile condivisione tra soci con diverse quote di capitale. Responsabilità limitata per obblighi finanziari: almeno uno è tenuto a rispondere agli obblighi societari con l’intero patrimonio, ma gli altri sono responsabili fino a quote prestabilite con i soci. Alti costi di contabilità. La denominazione della società deve contenere il cognome di uno dei soci e l’espressione “spółka komandytowa “.
Spółka komandytowo-akcyjna (Società in accomandita per Azioni) -> Tempi minimi di avvio: due settimane. Costi di registrazione: da 2800zł. Capitale minimo: 50.000zł. Contratto e statuto tra i soci via atto notarile. E’ necessaria l’iscrizione al registro KRS (a pagamento). Come da definizione, unisce i caratteri della società in accomandita a quella per azioni (composizione e gestione capitale, azionisti, consiglio d’amministrazione, etc.). Almeno un socio è tenuto a rispondere agli obblighi societari con l’intero patrimonio (accomandatario), e gli altri azionisti sono responsabili fino a quote prestabilite con i soci (nota bene: se il nome di un azionista è incluso nel nome della società, risponde degli obblighi societari così come l’accomandatario). La denominazione della società deve contenere il cognome di uno dei soci e l’espressione “spółka komandytowo-akcyjna”.
– Spółka z ograniczoną odpowiedzialnością (Società a responsabilità limitata) -> Tempi minimi di avvio: due settimane. Costi di registrazione: da 2800zł. Capitale minimo: 5.000zł. E’ necessaria l’iscrizione al registro KRS (a pagamento). Può essere composta da soggetti sia fisici che giuridici, ma anche da una sola persona. Contratto tra i soci via atto notarile. La società costituita è entità giuridica, e a rappresentarla è un consiglio di amministrazione, in cui possono esserci anche persone/enti diversi da proprietari o soci. Altri organi necessari dovrebbero essere l’assemblea degli azionisti e la commissione di vigilanza. Responsabilità limitata al capitale, alle quote e ai limiti prefissati nell’accordo tra i soci (no con patrimoni privati dei proprietari o soci). Vantaggi ma anche rischi penali in caso di fallimenti o illegalità. Costi legali e contabili più alti. La denominazione della società è libera, ma deve contenere l’espressione “spółka z ograniczoną odpowiedzialnością” (sp. z o.o.).
Spółka akcyjna (Società per Azioni) -> Tempi minimi di avvio: due settimane. Costi di registrazione: da 2800zł. E’ necessaria l’iscrizione al registro KRS (a pagamento). Capitale minimo: 100.000zł. Può essere avviata da una o più persone, ma non da una sp. z o.o. (cioè non da una S.r.l.). Struttura simile per certi versi ad una sp. z o.o.. Contratto e statuto tra i soci via atto notarile. La società costituita è entità giuridica, e a rappresentarla è un consiglio di amministrazione, in cui possono esserci anche persone/enti diversi da proprietari o soci. Per la sua funzionalità sono necessari consiglio d’amministrazione e consiglio di sorveglianza. E’ l’unica società che può cercare capitali attraverso la borsa e le obbligazioni. Azionisti non responsabili per gli obblighi societari, ma hanno diritto di riunirsi in assemblee per azionisti. Il costante bisogno di spese amministrative e consulenze contabili, finanziarie e legali la rende profittevole solo per grandi aziende. La denominazione della società è libera, ma deve contenere l’espressione “spółka akcyjna” (S.a.).
  1. Operazioni accessorie, varie ed eventuali
A seconda del tipo di attività che si apre, altre operazioni supplementari potrebbero rivelarsi necessarie o utili per raggiungere il proprio obiettivo. Determinate categorie commerciali infatti richiedono delle particolari licenze, delle concessioni o dei permessi. E’ il caso di chi vuol produrre o vendere: alcolici, energia e/o carburanti, servizi di sicurezza, tabacco, prodotti farmaceutici, armi o materiali esplosivi, guide aeree, etc. A seconda del tipo e della quantità di quanto appena citato vi sono differenti tariffe, che non approfondiamo per le solite ragioni di spazio, ma tutto è sempre risolto nei dipartimenti interni addetti dell’Urząd Miasta.
Conto bancario: prima accennavamo che può essere aziendale o personale. C’è da aggiungere che in teoria non è un elemento obbligatorio per l’apertura di un’attività. Tuttavia, è richiesto un conto bancario se si effettuano transazioni superiori ai 15.000€ al mese o se vi sono particolari tipi di transizioni in entrata o in uscita come in ambito contabile e fiscale (anche questi dettagli si definiscono seduta stante con l’ufficio competente). Per aprire un conto aziendale servono documenti personali e dell’attività aperta (iscrizione al CEIDG). A rigor di legge non è obbligatorio fornire il REGON alla banca, ma potrebbe comunque essere richiesto per uso interno. Alla creazione del conto si informano ZUS e Urząd Skarbowy.
Timbro: non è obbligatorio ma può essere utile per dare maggiore ufficialità e professionalità ai documenti. Per farlo è sufficiente l’iscrizione al CEIDG, e i costi sono modesti. Solitamente vengono riportati il nome dell’azienda con quello del proprietario, indirizzo, numero di telefono o pagina internet, NIP e REGON.
  1. ZUS – Previdenza sociale e contributi
Con l’iscrizione al CEIDG (e al KRS se necessario), si deve informare anche lo ZUS (Zakład Ubezpieczeń Społecznych), che ricopre le funzioni dell’Inail (assicurazione contro gli infortuni) e dell’Inps (in quanto a contributi pensionistici). Per stabilire i dettagli dei contributi da versare non nuoce recarsi appositamente – per legge entro sette giorni dall’avvio dell’attività o entro sette giorni dall’assunzione di un dipendente. Servono documenti personali, iscrizione al CEIDG, NIP, REGON (che dicevamo dovrebbero essere generati nel giro di 24 ore), e un conto bancario, necessario per pagare oneri sociali, coperture sanitarie, assicurazioni e fondo pensione. Il tutto si salda sempre entro il giorno 10 del mese successivo. Naturalmente è più agevole commissionare i calcoli delle varie coperture ad uno studio di contabilità, ma per capirne un minimo i meccanismi schematizziamo a mo’ di esempio alcuni numeri per un’attività individuale. Queste sono le coperture:
  1. Contributi per pensione (emerytalne), obbligatorio: 19,52%
  2. Contributi per invalidità (rentowe), obbligatorio: 8%
  3. Contributi per malattia e riabilitazione (chorobowe), opzionale: 2,45%
  4. Fondo di lavoro e della tutela dei dipendenti (fundusz pracy), obbligatorio: 2,45%
  5. Contributi sugli incidenti (wypadkowe), per chi svolge mansioni pericolose: 1,8%
E in più:
  1. Contributi per la salute (zdrowotne), obbligatorio (per usufruire di ospedali e istituti pubblici): 9%
Su cosa si calcolano queste percentuali? Per i primi cinque punti i contributi standard si versano in base alla retribuzione media mensile stabilita dallo stato (per il 2016 è di 4.055zł, nel 2015 era di 3.959zł) da cui si calcola una percentuale minima del 60% (per il 2016, 2.433zł). In parole povere, il totale delle sei coperture si aggira sui 1111zł mensili, circa 20zł in più rispetto al 2015. Tuttavia le persone fisiche che aprono un’attività per la prima volta godono di forti agevolazioni sul pagamento dei contributi per i primi due anni: oltre ad essere esenti dal pagamento per la copertura d, le percentuali delle altre quattro coperture si calcolano prendendo come parametro il 30% dello stipendio minimo (nel 2016 è di 1850zł, 100zł in più rispetto al 2015). E’ facile intuire che così facendo gli importi sono decisamente più bassi: il totale da versare è di circa 456zł, e dunque l’agevolazione è di circa il 60%. Piccolo appunto: la copertura f è l’unica a non offrire agevolazioni di sorta per i neoimprenditori, e si versa allo stato in modo autonomo dacché si ottiene prendendo come dato di partenza il 75% sul reddito medio nel settore imprenditoriale di appartenenza (per il 2015, 3.104,57zł. 9% = 279,41zł mensili).
Un altra situazione di grosso vantaggio si ha allorché un imprenditore è in possesso di un contratto da dipendente: in questo caso si paga di tasca propria solo i contributi per la salute (f), mentre il resto è coperto dal proprio datore di lavoro.
A seconda del contesto personale o societario è opportuno compilare uno dei seguenti formulari:
  • ZUS ZZA – chi ha contratti a tempo pieno e guadagna almeno il minimo mensile stabilito ogni anno dal Consiglio dei Ministri (per il 2016 la quota stabilita è di 1850zł – ogni anno in media cresce di poche decine di złoty);
  • ZUS ZUA – chi non ha altri lavori, o sono part-time, o si guadagna meno del minimo mensile stabilito;
  • ZUS ZFA o ZUS ZPA – per le società, dipende se civili o di capitale, e se ci sono uno o più azionisti.
Inoltre, entro 30 giorni dall’inizio dell’attività si dovrebbe informare, se necessario, l’Ispettorato del lavoro sul tipo di attività e numero di impiegati, così come bisognerebbe comunicare l’eventuale servizio di un commercialista, poiché successivamente per gli enti fiscali o previdenziali il referente sarebbe direttamente quest’ultimo.
  1. Ufficio Fiscale (Urząd Skarbowy) – IVA e Irpef
E’ da qui che i codici NIP sono generati e inviati ai richiedenti, ma abbiamo detto in precedenza che non è necessario ritirarlo di persona dal momento che lo si riceve via posta. Oltre a ciò, è a quest’ufficio che si versano le imposte IVA (in polacco VAT) e Irpef (podatki dochodowe). Se i passi precedenti sono stati fatti in modo corretto e completo, è possibile evitare del tutto di recarsi all’Urząd Skarbowy, ma se si volessero chiedere tutti i dettagli sulla tassazione e magari cambiare qualche impostazione, sarebbe bene farci un salto di persona poiché solo lì si possono avere informazioni certe e complete. Ritorna qui l’opportunità di servirsi dell’aiuto di uno studio di contabilità.
Come visto all’inizio di questo lungo percorso, nel formulario CEIDG-1 si devono già indicare modi e tempi sul pagamento dell’IVA, oltre a riportare chi e come presenterà i documenti contabili. Al di là di ciò, vediamo quali altri passi sono opportuni o necessari. Partiamo dalla registrazione come debitore d’imposta, tramite il formulario VAT-R: non è obbligatoria per le persone fisiche ma solo per le società. In questo formulario si indica anche se pagare ogni mese o ogni trimestre. Chi vuole il NIP europeo è tenuto a compilare questo formulario nella versione VAT-R/UE. Dal 1° gennaio 2015 questa registrazione è gratuita, e l’obbligo di chiedere la dichiarazione di conferma della registrazione è stato abolito. Tuttavia se si volesse avere tale dichiarazione, si porta la ricevuta di un bollo di 170zł versato all’ufficio distrettuale (Urząd Gminy) nello stesso territorio dove si trova l’ufficio fiscale.
Per il pagamento dell’IVA si possono effettuare versamenti mensili o trimestrali. Nel primo caso si compila il modulo VAT-7, mentre nel secondo si compila il VAT-7K. Queste imposte si devono versare entro e non oltre il 25 del mese successivo alla scadenza del mese/trimestre. In caso di società operanti in UE, si deve compilare anche il VAT-UE prima della fine del mese/trimestre in corso (si paga con bonifico bancario o in posta all’US).
Le imposte sul reddito (podatki dochodowe, l’Irpef polacco) invece si  pagano solo a intervalli mensili, entro il 20 del mese successivo. Non è necessario alcun formulario, si indica questo dettaglio solo nel CEIDG-1, dopo di che si paga all’US con bonifico bancario. Un passo importante da fare è scegliere la tipologia di tassazione calcolata sul guadagno ( = ricavi totali meno i costi di produzione). Si può optare per una tassazione lineare al 19% (liniowy) o per una generale (na zasadach ogólnych) che prevede uno scalone: un guadagno al di sotto dei 85.528zł annui consente una quota fiscale al 18%, mentre al di sopra di tale quota scatta un gradone al 32%. Dunque per scegliere l’opzione più opportuna bisogna prevedere all’inizio dell’anno le entrate della propria attività – ed evitare di fatto la supertassazione al 32% -. Ultimo ma non ultimo, la dichiarazione dei redditi, che le entità fisiche devono presentare entro il 30 aprile dell’anno seguente.
Torniamo a ribadire che queste sono procedure e linee-guida che, per quanto dettagliate, rimangono nell’ottica di un panorama burocratico generale che prevede anche casi particolari per attività e categorie specifiche. Ecco perché all’atto dell’apertura della propria attività in Polonia è bene chiedere una conferma agli enti preposti per evitare eventuali sorpresine.

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La Polonia in satira su Gazebo

E’ successo non molto tempo fa su RaiTre, una profezia in chiave satirica in cui si immagina un’invasione ai danni della Germania in un non lontanissimo 2026. Ma per quale motivo?278. La storia al contrario Il perché ha un peso molto più leggero di quanto si possa pensare. L’autore di questo schizzo è il vignettista satirico Marco D’Ambrosio, alias Makkox, che in una puntata del programma Gazebo ha sintetizzato in chiave paradossale la vittoria della destra conservatrice di Kaczyński alle ultime elezioni politiche del 25 ottobre.
Gazebo è un programma che racconta stralci di attualità sociale e politica, alle volte in chiave più seria, come nei casi di manifestazioni popolari, dei migranti, o di calamità naturali che coinvolgono una determinata comunità, e alle volte più leggera – fino ad arrivare alla satira -, come il seguire con curiosità alcuni eventi organizzati o partecipati da personalità di ogni appartenenza politica, da Alfano a Meloni, da Renzi a Salvini, non tralasciando alcun rappresentante che in quel momento sia sulla cresta dell’onda per un determinato motivo. Il tutto senza guardare in faccia a nessuno, e condito dalla verve romana umoristica e intelligente del videomaker Diego Bianchi, alias Zoro, e della sua squadra di autori e operatori al suo fianco. Una peculiarità di questo programma è la grande attenzione nei confronti dei social network (Twitter, Instagram, Facebook), e in particolare all’uso che ne fanno politici, giornalisti e personaggi/enti più o meno famosi o che “fanno rete”. Uno dei punti forti è costituito dalla social top10, una classifica dei dieci tweet o post più curiosi, sia per il contenuto in sé, sia per i commenti dei seguaci dello stesso personaggio/ente, spesso irriverenti e dissacranti.
Da qui nasce la nostra idea di coinvolgere voi lettori: commentate la vignetta di Makkox sulla Polonia come meglio credete scrivendo una battuta, un’osservazione, qualsiasi cosa che esprima la vostra opinione, sia essa esaltata, divertita o irritata. Potete scrivere il vostro intervento qui sul blog o sul nostro forum Facebook, e chissà che il vostro nome non possa finire dritto su RaiTre. Per farvi un’idea del programma, abbiamo preparato due brevi video, una social top10 trasmessa nella settimana di questo Natale, e un’altro ancora più divertente su un’insolita disputa tra abruzzesi e islandesi. Aspettiamo da tutti quanti più commenti possibili sulla vignetta dedicata alla Polonia. Proviamoci!

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Un italiano in Polonia 4 – Olsztyn, insegnare e vivere a due passi dalla Russia

Con l’esperienza di un italiano in Polonia che andiamo a raccontare oggi osserveremo due peculiarità un po’ atipiche rispetto a quelle che si incontrano di solito. La prima è di tipo professionale: buona parte di noi trova un’occupazione in aziende più o meno grandi legate a settori commerciali, finanziari, contabili, di servizi alle aziende, oppure si tenta in vari modi la via della gastronomia. Qui invece raccontiamo come si può diventare insegnanti di italiano all’estero (si noti, non parliamo di chi si arrabatta con “lezioni” più o meno improvvisate). La seconda invece è relativa al luogo: non siamo nelle tanto spesso nominate Varsavia, Cracovia o Wrocław, ma in una città della Mazuria non nota all’estero dove Vincenzo ha deciso di stabilirsi, Olsztyn, a soli 85km dall’exclave russa di Kaliningrado.
277. Vincenzo FerrariVincenzo, presentati brevemente. Sono nato nel 1970 e originario di Civita, piccolo paese della provincia di Cosenza. Dopo aver studiato ragioneria mi sono iscritto alla facoltà di lettere a Bari, dove ho sostenuto una decina di esami. Con il tempo ho dovuto concentrarmi soprattutto sui lavoretti che già svolgevo per potermi mantenere, abbandonando di fatto gli studi. Ho svolto diverse mansioni qui e là in ristoranti, supermercati , fino a tornare nel mio paese per lavorare in una delle fabbriche principali della regione. Nel 2004 ho conosciuto quella che poi sarebbe diventata la mia ragazza, arrivata in vacanza da un’amica comune.
Dunque è tramite lei che hai conosciuto la Polonia. Possiamo dire che ha ricambiato le sue vacanze in Italia con le mie in Polonia, e sono stato per due settimane a Olsztyn. E così è nato questo rapporto.
Quindi è per lei che ti sei trasferito. Sì, ma non è stata una decisione avventata. Dopo alcuni mesi era inevitabile il dilemma su chi si doveva trasferire, lei in Italia o io in Polonia? Dal momento che lei aveva già un buon lavoro come insegnante di francese in una grande azienda, abbiamo pensato che la seconda opzione sarebbe stata migliore.
E con il lavoro come hai fatto? Come ti dicevo, ho fatto le cose con una certa razionalità. Dapprima ho pensato di sondare di persona il terreno e capire se era possibile trovare qualcosa di consono per me. Avendo un contratto da dipendente, ho preso sei mesi di aspettativa e mi sono trasferito ad Olsztyn con l’inizio del 2005. Dopo poco tempo, l’azienda dove lei lavorava aveva bisogno di un insegnante d’italiano per alcuni dipendenti. Così ho deciso di buttarmi e vedere come sarebbe andata. Era un corso intensivo di un mese, già avevo un po’ d’esperienza più che altro come lettore madrelingua, e i suggerimenti della mia ragazza mi hanno sicuramente aiutato.
E così hai scoperto in cosa potevi farti valere. Sì, quest’esperienza mi ha portato a specializzarmi in questo settore, e mi sono costruito quella che è la mia professione, ovvero l’insegnante d’italiano. Per farlo avevo bisogno di una qualifica, che ancora non avevo. Dopo essere tornato per un paio di mesi in Calabria per risolvere il contratto con la ditta per cui lavoravo, mi sono trasferito definitivamente in Polonia, dove nel frattempo avevo già inviato il mio CV a diverse aziende e scuole in cui poteva essere utile un lettore d’italiano. Tra una lezione e l’altra studiavo per ottenere il certificato Ditals, che includeva anche dei corsi di preparazione in Italia coordinati dall’Università di Siena. Dopo aver ricevuto nel 2008 l’attestato di insegnante di italiano come lingua straniera ho aperto la mia partita Iva, ma non ho mai chiuso le mie collaborazioni con le scuole di Olsztyn. Da allora faccio solo questo.
Ti piace? E’ un lavoro pesante? Sì, mi piace, però io faccio il possibile per trovare il giusto equilibrio tra numero di ore lavorate e guadagni. Dico questo perché vedo che alcuni lavorano ben più di otto ore al giorno, e non capisco ancora quanti lo facciano per piacere e quanti per la voglia o il bisogno di avere un guadagno maggiore o dignitoso.
Torniamo indietro, al tuo primo impatto con la Polonia. Come è stato? Il mio primo impatto confermava il pensiero che era un mondo molto differente dal mio, ma all’inizio avevo accantonato quest’osservazione perché avevo altre priorità a cui pensare. Solo con il tempo ho iniziato ad accusare il peso di certe differenze culturali, specialmente nel rapporto interpersonale.
Che cosa intendi? La dimensione da cui provengo è quella di una piccola comunità dove tutti si conoscono, cosa ben diversa da una città straniera di oltre 200mila persone. Io sono abituato a stringere le amicizie in modo più forte, ad incontri o contatti molto frequenti, mentre qui è più difficile, e ho notato che gli appuntamenti sono molto più rari. Ciò non significa necessariamente che siano più freddi, quanto al fatto che tutto sembra più “prestabilito”, più programmato. Forse dipende anche da un approccio diverso che si ha verso il lavoro, così intenso che alla fine non si ha neanche il tempo per dedicarsi ad altro. Io, finché posso, rifiuto eventuali ore extra di lavoro che possono togliere tempo al mio svago o agli incontri con altre persone.
…fino al punto da farti pensare ad un ritorno in Italia? Da una parte mi mancano delle cose, quindi ci penso sempre. In genere torno a casa due volte all’anno, ovvero ad agosto e durante le feste natalizie per trascorrerle con la famiglia, ma dall’altra parte se ci tornassi definitivamente non saprei cosa fare. Perciò per il momento sto bene dove sto, anche perché l’organizzazione del mio lavoro mi soddisfa, e in più oramai ho qui una mia cerchia di amici italiani. Mi ha fatto un certo piacere vedere il formarsi di una piccola comunità di italiani che fino a uno o due anni fa non sembrava ci fosse.
Come si è formata questa comitiva di italiani? Si è creata per caso. In un pub con un mio amico peruviano, abbiamo incontrato due suoi amici italiani, e tramite conoscenze a catena si è formata questa piccola comitiva. In realtà credo che l’intera comunità italiana a Olsztyn possa contare una trentina di persone, ma molti conducono una vita propria, c’è chi è pensionato, chi non vive qui in pianta stabile, e via dicendo.
E con il polacco come va? All’inizio ho frequentato un corso di sei mesi organizzato  per gli studenti Erasmus dall’università di Olsztyn, e successivamente la vita quotidiana e il lavoro mi hanno consentito di continuare ad apprendere e a praticare gradualmente la lingua. L’essere una persona molto affabile mi ha aiutato ulteriormente in questo, quindi posso dire che me la cavo. L’unica cosa in cui difetto è la lettura: su quello tendo ancora e leggere materiale in italiano.
Come valuti i salari e il costo della vita? I salari penso siano un po’ bassi, non tanto in relazione ai beni di prima necessità, quanto ad altri prodotti di consumo, come quelli tecnologici, dove i prezzi sono a livelli più europei che polacchi. Se penso a chi svolge lavori di manovalanza e guadagnano il minimo, anche 1200zl, si capisce che non rimane poi molto per vivere, specie se si paga un affitto.
Al di là del tuo settore, in generale credi sia facile trovare un lavoro in Polonia? Secondo me per avere un lavoro in Polonia è più facile se si è imprenditori, diversamente la strada potrebbe essere in salita, a meno che magari non si conosce il polacco o non si è specializzati in un determinato settore.
Capitolo stereotipi: quelli sui polacchi sono veri? Direi che in linea di massima non sono fondati. Sì, bevono un po’ più di noi, ma non sono degli ubriaconi. Le ragazze non sono facili, tutt’altro, nelle ragazze polacche ho notato molti più princìpi morali di quanto siamo portati a pensare.
Lati positivi della Polonia? E’ una bella nazione. Oltre a quanto ho detto prima, una volta superata la diffidenza iniziale, la gente è affabile. Bisogna solo attraversare questi pregiudizi che a volte hanno – per esempio verso noi italiani associati al dolce far niente o robe del genere.
E qualcosa di negativo? Quello che ho notato, almeno qui a Olsztyn, è che un razzismo latente è presente in una certa fetta della popolazione, specialmente se vedono un colore della pelle un po’ più scuro. Il trovarsi di fronte a un qualcosa di diverso, di estraneo, a volte gli fa questo effetto. L’impressione che ho è che in alcuni di loro gli stereotipi funzionano e anche in modo piuttosto radicato.
Cos’ha la Polonia che l’Italia non ha? Mi ricollego a quanto detto prima, forse proprio la voglia di fare, di mettersi al livello dei Paesi più industrializzati, cosa che noi non facciamo con la stessa determinazione, preferendo dormire sugli allori – allori che tra l’altro forse iniziano anche a mancarci.
E cos’ha invece l’Italia che la Polonia non ha? Il saper apprezzare ancora la lentezza, nonostante la globalizzazione stia forse soffocando un po’ questa dote.
La Polonia ti ha cambiato in qualcosa in questi 11 anni? Mah, forse nel modo di rapportarmi con le amicizie. Anche se non sono ancora così capace di tenermi distante così come si fa qui, quando torno in Calabria mi rendo conto di essere un po’ diverso, di non “buttarmi” subito, di aspettare un momento prima di aprirmi come di solito faccio. Per il resto, faccio il possibile per non rendermi troppo preda di altre cose che vedo a Olsztyn come la fretta o lo stacanovismo. Mi va bene così.

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La natura della Polonia – 1. La Polonia Orientale

Il videoarticolo che ci regaliamo oggi è un bellissimo documentario in italiano sulla natura presente in Polonia, prodotto da Geo per RaiTre. E’ sicuramente un ottima fonte per chi vuole farsi un’idea generale sui climi e sulla fauna che è possibile trovare nella parte orientale del Paese, per la maggior parte selvaggia e incontaminata. Rilassatevi dunque sul divano per guardare il video, ne vale la pena. Chi non ha molto tempo, può assaggiarne i contenuti con la breve sintesi scritta qui di seguito.

Il viaggio parte con il lungo inverno che si respira sul “tetto della Polonia”, a Sud-Est, con i monti Tatra che raggiungono i 2500m di altezza. Tra i tanti animali è possibile vedere linci, cervi, o uccelli meno noti come le nocciolaie. Scendendo gradualmente verso le valli, in direzione Nord, si trovano i bisonti, estinti ad inizio del ‘900 e reimpiantati dall’uomo nel secondo dopoguerra, e ancora volpi, corvi imperiali, gazze. Qui la vita dell’uomo si adatta alla natura grazie anche all’aiuto dei cavalli. Sono zone in cui si seguono stili di vita “arretrati”, una scelta precisa dell’uomo per vivere secondo le tradizioni e vivere in armonia con l’ambiente che l’ospita. Nell’ampia regione tra i fiumi Biebrza e Narew (siamo ancora più a Nord, in Mazuria) è facile incontrare castori e lontre.
Con l’arrivo della primavera sbocciano anemoni, agrimonie, calendule. I due fiumi formano una delle zone acquitrinose più grandi e impenetrabili d’Europa, e il parco più esteso della Polonia è proprio lungo il fiume Biebrza, con i suoi 600km². Questa vasta area favorisce la riproduzione della rana arvale e ospita tanti uccelli migratori, si dice 180 specie, anch’essi qui per riprodursi, tra cui il gabbiano, l’airone bianco, il cigno reale, la cicogna alla ricerca di sanguisughe, lo storno, e il combattente. In tutta la Polonia orientale le innumerevoli fattorie non invadono la natura, e l’uomo convive in armonia con gli animali, come in una storica fattoria di Florianka (nel voivodato di Lublino) famosa per l’allevamento di pony e mucche. Anche qui come in Italia sono diffusissimi i passeri. I fiumi sono lasciati volutamente senza argini, e con lo scioglimento di neve e ghiacci trasformano ogni anno il paesaggio. Si possono ammirare le damigelle, specie di libellule dal battito d’ali asincronico, e le pittime reali. Tornando in Warmia e Mazuria a Nord, nella terra dei laghi più grande del Paese, è impossibile non imbattersi nelle cicogne: il 25% delle cicogne mondiali è polacca, e ogni anno si cimenta nella caccia al citello (fatto per cui forse a qualcuno le cicogne diventeranno un po’ meno simpatiche).
Sempre in Mazuria, d’estate si possono ammirare campi di papaveri e fiordalisi che attraggono farfalle e api, e nel nostro caso si osserva anche una mamma volpe con i suoi cuccioli. Altri volatili che popolano la regione sono l’upupa, il picchio e la ghiandaia marina, quest’ultima tanto rara quanto spettacolare. E infine la cicogna nera, che rispetto alla sua cugina bianca si tiene ben alla larga dall’uomo. Nell’estremo Nord-Est polacco troviamo la costa baltica. Le dune del parco nazionale di Słowiński costituiscono il Sahara d’Europa, con dune di tipica sabbia ambrata alte 40 metri ed estese per 330km², dune che si spostano continuamente con i venti.
In autunno il documentario ci riporta alle foreste dei monti Tatra popolate da cervi e alci. In breve tempo si torna così all’inverno montano, e il legno degli alberi, abbondante, è vitale per i lavori e il riscaldamento dell’uomo, che si aiuta con i cavalli per il trasporto seguendo sempre i vecchi metodi tradizionali, e mantenendo così ferme nel tempo quelle regioni spettacolari.

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Wojciech Szczęsny, il “coso” che ha conquistato Roma

Ormai ci siamo affezionati anche noi. E’ già il terzo articolo in cui il giovane portierone polacco è al centro della nostra attenzione, il terzo videoarticolo, per la precisione. Nel primo ci siamo gustati una piccola prodezza balistica fatta in allenamento durante il torneo di Euro2012, mentre nel secondo – appena quattro mesi fa – si parlava del suo arrivo in prestito alla Roma e dei tentativi da parte dei romani nel pronunciare il suo cognome dalla fonetica proibitiva, divertendoci anche a paragonarli con una famosa scena del film comico “Jak rozpętałem drugą wojnę światową”, in cui un comandante tedesco provava invano a pronunciare “Grzegorz Brzęczyszczykiewicz”. Due missioni impossibili, sia per il comandante del film che per i tifosi della capitale.
Come accennato nel precedente intervento a lui dedicato, all’inizio una parte della tifoseria era preoccupata non tanto per il nome, quanto di essersi messo in casa un secondo Cassano, visto l’animo stravagante del ragazzo. Tra liti con l’allenatore, sigarette fumate negli spogliatoi, festini conditi dal cosiddetto “hippy crack” e passeggiate con tigre al guinzaglio, in effetti non si poteva dormire sugli allori. Nonostante tutto, Szczęsny si è fatto voler bene dai romanisti in pochissimo tempo: ancora prima di arrivare a Roma aveva già iniziato a studiare l’italiano “perché so che mi servirà molto in campo”, ma soprattutto, ha sposato in pieno la causa romanista – lo scudetto – con prestazioni maiuscole (e qualche papera). Come ciliegina sulla torta, la genuina simpatia e l’animo estroverso con cui mostra la sua antilazialità e l’attaccamento alla maglia giallorossa lo hanno definitivamente incastonato nei cuori dei tifosi.
Tornando ad ambiti più strettamente linguistici, oltre alle preoccupazioni miste alle buone speranze per il potenziale valore dell’acquisto, dicevamo che il suo arrivo aveva destato una certa ilarità per la pronuncia impossibile del suo cognome. 175. Szczesny Coso Nel videoarticolo dell’estate scorsa era da incorniciare l’intervento di un rivenditore di alimentari che, immaginando di dover attirare l’attenzione dell’atleta, aveva pensato bene di battezzarlo “ao’!“. La soluzione a cui si arrivò pochi giorni dopo non fu così lontana: “coso“. Szczęsny alias “Coso è un mucchio di consonanti” che è valso anche un fotomontaggio sui social, “perché tanto il cognome vero non lo impareremo mai”. C’è chi osserva che “per motivi contrattuali ogni anno la Roma deve avere in organico un portiere con un nome impronunciabile. L’anno scorso era Skorupski”, e altri supporters prontamente integrano l’intervento citando recenti predecessori come Dimitrios Eleftheropoulos, Tomas Švedkauskas e Maarten Stekelenburg. Ma a quanto pare quest’anno la storia è diversa dal momento che “le parate fatte finora gli permettono di farsi perdonare il cognome che c’ha”.
Morale della favola: se dagli spalti della curva Sud dell’Olimpico si incoraggia Szczęsny a suon di “daje Coso!“, e davanti alle telecamere i fan romanisti si cimentano con sana ironia a fare lo spelling del suo cognome, noi vogliamo tirare in ballo i tifosi della Fiorentina e invitarli a mettersi alla prova con il loro nuovo beniamino Jakub Błaszczykowski, evitando la facile scorciatoia di chiamarlo “Kuba”. Giallorossi e Viola si giocano lo scudetto, e anche distorsioni della lingua. Ma se il gioco si fa duro…

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Italia o Polonia: dove si vive meglio (2015)

E’ arrivato il nostro consueto appuntamento annuale con l’indice di prosperità mondiale – economico e sociale – misurato dal londinese Legatum Institute. Lo seguiamo puntualmente fin dal 2012, e anno dopo anno abbiamo visto progressi e regressi dei 142 Paesi presi in esame nei singoli settori analizzati, e che sono stati ribaditi anche per questo 2015: economia globale, imprenditoria e opportunità, fiducia nelle istituzioni, istruzione, salute, sicurezza, libertà personale e capitale sociale. Nelle precedenti annate Italia e Polonia viaggiavano appaiate intorno alla 30° posizione in una serie di sorpassi e controsorpassi, fino a lasciarci l’anno scorso con uno scivolone dell’Italia al 37° posto (sette anni fa era 26°) e con una stabilità polacca al 31° posto. Com’è andata quest’anno? Come di solito procederemo con una rapida panoramica globale che ci farà capire il peso delle posizioni occupate dai nostri due Paesi, e un occhio all’ultimo quadriennio faciliterà inoltre la comprensione dei trend che le varie nazioni stanno avendo in questi anni nei vari campi.
In vetta i valori sono relativamente cristallizzati, con Norvegia e Svizzera a fregiarsi del titolo di Paesi più prosperi del mondo, e a parte qualche scambio di posizioni, la top10 è costituita dagli stessi Paesi del 2014. Andando nei particolari, la Svizzera in questi quattro anni ha continuato a migliorare nell’istruzione (dal 32° al 18° posto) e nella libertà individuale (dal 22° all’11°), mentre la Finlandia è retrocessa dal 16° al 33° posto in quanto a economia. Ma da come si vede nel grafico, non c’è molto spazio a regressi, né tantomeno a miglioramenti – per questioni di logica ben comprensibili. 174.1 Ranking 2015 1-10
Scorrendo la graduatoria, continuano a non notarsi rivoluzioni nelle posizioni generali: il cambio più significativo rispetto a un anno fa è il salto di Lussemburgo dal 16° al 13° posto, dopodiché solo qualche isolato scambio di posizioni tra vicini e niente più. Nei singoli settori invece la musica cambia: è evidente il salto di qualità dell’economia islandese che salta dal 61° posto del 2012 al 31° di quest’anno. Sempre nel quadriennio in questione, sensibili progressi anche per Singapore (istruzione dal 41° al 15° posto; libertà individuale dal 54° al 38° posto; capitale sociale dal 39° al 25° posto), e per la libertà personale dei giapponesi (dal 42° al 33° posto). Peggiora invece Hong Kong in quanto a economia (dal 9° al 24° posto) e istruzione (dal 39° al 53° posto). Stessa sorte per Taiwan (economia dal 7° al 20° posto; istruzione dal 4° al 22° posto). La Francia perde in un solo anno otto posizioni in economia, mentre la Spagna ne guadagna nove per il suo capitale sociale. 174.2 Ranking 2015 11-25
E’ così che troviamo al 29° posto la Polonia, più in alto di due posizioni rispetto ad un anno fa e per la prima volta nella sua storia nella cosiddetta fascia verde, che il Legatum Institute appunta ai primi trenta. Nei quattro anni appena passati si può notare una sostanziale crescita in termini economici (da 52° a 34°) con dei passi avanti fatti anche in termini di capitale sociale, libertà personale e istruzione. I punti deboli sembrano essere le opportunità di imprenditoria e la fiducia negli enti governativi.
Se si nota bene, tutti gli stati dell’Europa occidentale sono stati già citati. Tutti tranne uno. E’ l’Italia, anche quest’anno relegata al 37° posto, in compagnia di stati non esattamente emergenti o prosperi né economicamente né socialmente. E’ il settore della salute (22°) a tenerci ancora a galla, dal momento che negli altri campi veleggiamo tra il 39° e il 48° posto. Certo, l’anno scorso eravamo in acque peggiori – si veda il trend sulla libertà personale – ma d’altro canto non abbiamo da gioire sul grado d’istruzione, crollato in un anno di ben nove posizioni. Nell’Unione Europea ci seguono Lettonia, Lituania, Ungheria, Grecia, Romania, Bulgaria e Croazia. 174.3 Ranking 2015 26-40
E gli altri stati che tutti chiamano “emergenti”? La Cina è 52° (+2 rispetto al 2014, +6 sul 2009) e si contraddistingue per essere al terzo posto tra le economie e al 28° per capitale sociale, ma anche al 100° posto per sicurezza e al 120° per libertà personale. Il Brasile è 54°, la Russia 58°, l’India 99°.

174.4 Ranking 2015 41-142

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“Il voto in Polonia e il peso della Storia”

I conservatori di Legge e Giustizia (PiS) hanno sconfitto i centristi di Piattaforma Civica (PO) per 37,58% a 24,09%, con un astensionismo che ha superato il 49%. I numeri con cui si sono chiuse queste elezioni parlamentari 2015 in Polonia hanno generato in Italia e in Europa fiumi di articoli in cui si parla del tonfo dei centristi, di una sinistra totalmente assente dal parlamento per la prima volta, e in cui i vincitori sono stati descritti in varie salse, da “conservatori” a “euroscettici”, da “nazionalisti” a “xenofobi”. Kaczynski szydloSe abbiano veramente questi connotati o meno, ognuno può farsene un’idea generale ma sufficiente con il profilo sintetico tracciato nel nostro articolo precedente. L’obiettivo di quest’intervento non si centra sulla stretta politica interna, su cui si sono già spese molte parole, ma vorrebbe fornire una riflessione più ampia. Partiamo con il giornalista ed esperto diplomatico Sergio Romano, che ha disegnato per il Corriere della Sera i nuovi risvolti da una prospettiva squisitamente storica e geopolitica, tra oppressioni subite, nostalgie imperialiste e vecchi fatti a suo dire trascurati dall’istruzione impartita agli studenti dello stato mitteleuropeo. Il suo punto di vista però non è piaciuto a buona parte dell’opinione pubblica polacca, tanto che in un comunicato ufficale l’ambasciatore in Italia Tomasz Orlowski è entrato nel merito di alcuni punti non molto convincenti chiarendoli o correggendoli. Due interventi stimolanti che forniamo nell’ordine per comprendere i due punti di vista espressi.

Il voto in Polonia e il peso della Storia

La vittoria del partito dei gemelli Kaczynski apre a nuovi screzi con Mosca

di Sergio Romano per il Corriere della Sera
La vittoria nelle ultime elezioni polacche di Diritto e Giustizia, il partito dei gemelli Kaczynski, piacerà a tutti gli esponenti del nuovo nazional-provincialismo europeo, da Nigel Farage in Gran Bretagna a Marine Le Pen in Francia. Il risultato del voto e il possibile ritorno al potere di Jaroslaw, il gemello sopravvissuto dopo il disastro di Smolensk, sembrano dimostrare che nazionalismo, populismo ed euroscetticismo sono ormai i soli caratteri veramente comuni della grande Europa da Dover al Pireo. Eppure vi sono differenze di cui occorre tenere conto.
In Polonia, e per certi aspetti in Ungheria, esistono gruppi sociali che non hanno mai smesso di considerarsi vittime di una storia ingiusta. La Polonia non ha mai dimenticato le grandi spartizioni della seconda metà del Settecento e le sanguinose insurrezioni contro la Russia nell’Ottocento. Quando le circostanze le restituiscono la libertà, come è accaduto dopo la Grande guerra e dopo fine della Guerra fredda, ha quasi sempre ceduto alla tentazione di mirare alla riconquista del potere perduto nelle regioni (l’Ucraina, la Galizia, il Baltico) che appartenevano alla sua area d’influenza. Il caso dell’Ungheria è diverso, ma anch’essa ha un passato regale che condiziona i suoi istinti e le sue reazioni. Persino qualche leader comunista, a Budapest, ricordava privatamente le umilianti mutilazioni territoriali del Trattato di San Germano, nel 1919, quando una parte considerevole dei domini ungheresi divenne cecoslovacca, jugoslava, romena.
Nessuno di questi Stati vittime è privo di colpe e di errori. Anche Polonia e Ungheria sono state in molte circostanze aggressive e tracotanti. Anche la Polonia ha una sua parte di responsabilità nelle convulse trattative che precedettero la dichiarazione di guerra della Germania hitleriana il 1° settembre 1939. Ma i maestri delle scuole polacche, in particolare, non hanno mai smesso di ricordare agli alunni che la loro patria nel corso della storia è stata tradita, umiliata, crocifissa. Il clero cattolico ha recitato la sua parte facendo della Polonia il baluardo della fede di Roma contro quella di Bisanzio. Quando diceva che l’Europa, dopo la morte del comunismo, avrebbe respirato con i due polmoni dell’Ovest e dell’Est, Giovanni Paolo II lasciava comprendere che era giunto il momento in cui i cristiani del grande scisma si sarebbero infine riunificati sotto la guida di un prete polacco.
Questa storia, che i polacchi non smettono di raccontare a se stessi da qualche secolo, ha influito sulle loro scelte politiche. Quando hanno chiesto di aderire all’Unione Europea, non erano probabilmente maggioranza quelli che aspiravano a costruire con altri europei uno Stato federale nello spirito di Spinelli, Monet, De Gasperi, Adenauer. Chiedevano di entrare in un club dove avrebbero trovato, grazie al grande alleato americano, la possibilità di riemergere, magari saldando qualche vecchio conto, come potenza regionale. Per la Polonia, come per altri Paesi dell’Europa centro-orientale, l’alleanza americana conta molto più di Bruxelles e Strasburgo. Sostenuti da Washington, questi Paesi, con l’eccezione della Ungheria di Viktor Orbán, hanno cercato d’indurre l’Ue a fare una politica antirussa; e vi sono in parte riusciti.
Prepariamoci quindi, dopo il successo elettorale di Beata Szydlo e, soprattutto Jaroslaw Kaczynski, a nuovi screzi con Mosca. Ma non dimentichiamo che questi inconvenienti sono il risultato di un allargamento prematuro e frettoloso dell’Unione Europea. Quando si cominciò a parlare delle politiche che l’Ue avrebbe dovuto fare per favorire il ritorno alla democrazia degli Stati post sovietici, Jacques Delors, allora presidente della Commissione di Bruxelles, propose a François Mitterrand la creazione di due organizzazioni di cui la prima avrebbe aspirato a una Federazione e la seconda avrebbe formato con i vecchi membri una grande zona di libero scambio. Finché non saremo riusciti a stabilire una distinzione formale fra chi vuole l’Europa per l’Europa e chi la vuole per altri motivi, l’Ue sarà il peggiore dei condomini: quello in cui una minoranza intralcia il percorso della maggioranza.

Replica del’Ambasciatore polacco in Italia Tomasz Orlowski

Leggendo Sergio Romano ho la curiosa impressione che egli conosca la Polonia meglio di me. Non so da dove vengono le sue certezze che io, polacco, non condivido. Scrivere che il mio paese ha tentazioni espansioniste (“dopo la fine della Guerra fredda, ha quasi sempre ceduto alla tentazione di mirare alla riconquista del potere perduto nelle regioni […] che appartenevano alla sua area d’influenza”) è falso e non giustificato. Da diplomatico, non mi permetterei mai di giudicare un altro popolo senza conoscerlo a fondo, rischiando di indurre in errore i lettori del maggiore quotidiano d’Italia.
Il brillantissimo passaggio sull’Ungheria merita una correzione. Il signor Romano ha evidentemente confuso due trattati. A Saint Germain è stato firmato il trattato con l’Austria. Il trattato di pace tra potenze alleate e associate con l’Ungheria è invece quello di Trianon.
Non è per la prima volta che il signor Romano accusa la Polonia di avere “una sua parte di responsabilità nelle convulse trattative che precedettero la dichiarazione in 1939”. Mi sembra un’accusa alquanto singolare se si pensa che la conferenza di Monaco è stata un’iniziativa dell’Italia. È ovvio che nessun paese democratico può oggi essere responsabile di un passato di settanta anni fa. Che cosa significa allora questo ripetuto richiamo nei suoi scritti?
Esprimere la considerazione che Giovanni Paolo II parlando di due polmoni, ortodosso e cattolico, esprimeva una volontà imperiale è proprio indegno e non richiede commenti. L’approccio del pontefice era stato sempre quello di riconoscere le due realtà dell’Europa che possono convivere insieme in armonia. Basta ricordare che durante la sua vista a Auschwitz nel 1979 il papa polacco ha chiesto il pieno rispetto per il sacrificio dei soldati sovietici che avevano liberato il campo.
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Elezioni 2015 in Polonia – QP&I su “Panorama”

Ci siamo. Mancano poche ore alle elezioni parlamentari del 25 ottobre che designeranno il nuovo Presidente del Consiglio della Polonia. Tra i vari candidati in corsa, a contendersi la nomina sono le rappresentanti dei due principali gruppi politici: Ewa Kopacz, attuale premier in carica e capo del partito centrista ed europeista Platforma Obywatelska (PO, Piattaforma Civica), e Beata Szydło, esponente del partito conservatore Prawo i Sprawiedliwość (PiS, Legge e Giustizia) scelta dal leader Jarosław Kaczyński. E’ una tornata elettorale dai risvolti imprevedibili, ed è difficile tracciare un pronostico. Forse anche per questo i media italiani continuano a trascurare l’evento. Nel migliore dei casi dedicano degli spazi riempitivi, come la rivista Panorama, che ci ha chiesto di vestire il ruolo di opinionista e spiegare l’aria che tira nel Paese in poche parole, decisamente troppo poche. E’ così che sfruttiamo il nostro intervento sul settimanale per fornire sul blog una visione più organica del contesto politico e vedere meglio chi sono le persone e le idee in griglia di partenza.
Panorama La nostra analisi inizia dagli ultimi otto anni di governo da parte del PO, presieduto prima da Donald Tusk e sostituito nell’ultimo anno, dopo la sua nomina a Presidente del Consiglio Europeo, dalla 59enne Ewa Kopacz. Sono stati anni di crescita complessiva per lo stato polacco, fatta di attrazione di investimenti stranieri, sviluppo economico, aumento dell’economia interna, miglioramento delle condizioni di vita specialmente in grosse zone urbane e industriali come Varsavia, Wrocław, Cracovia, Katowice, insieme alle emergenti Łódź, Danzica, Poznań, Stettino e Lublino. A questo però si contrappone la seconda faccia della medaglia, costituita da promesse non mantenute e strati sociali curati in modo non sufficiente, come quelli dei pensionati e dei dipendenti pubblici – alle prese con redditi poco soddisfacenti -, la poca assistenza alle famiglie e agli agricoltori, e i pochi fondi destinati alla modernizzazione infrastrutturale delle regioni rurali. Questo lasso di tempo ha fatto sì che il PO consolidasse suo malgrado il ruolo di “partito delle promesse mancate”, materializzatosi con la sconfitta di Bronisław Komorowski nel ballottaggio delle elezioni presidenziali dello scorso maggio, per la gioia dei conservatori di PiS rappresentati dal 43enne Andrzej Duda. Il PO per queste elezioni sta ancora puntando sulla Kopacz, e il messaggio trasmesso sembra voler evidenziare soprattutto quanto di buono è stato fatto in questi anni, in modo da usarlo come leva per chiedere un supplemento di fiducia necessaria a realizzare quanto non è stato fatto e quanto il popolo chiede più a gran voce.
172.2 nowacka-kopacz-szydlo Intanto le promesse trascurate del PO hanno spianato la strada al partito conservatore PiS, l’altro pretendente al governo del Paese, con la 52enne Beata Szydło. Il PiS è da alcuni definito nazionalista ed estremista. E’ davvero così? Stiamo parlando di un partito già al governo dal 2005 al 2007 con Kazimierz Marcinkiewicz prima e Jarosław Kaczyński poi, e con suo fratello gemello Lech Presidente della Polonia dal 2005 al 2010. In quegli anni la Polonia non si è contraddistinta per aver assunto posizioni oltranziste o estremiste né in politica interna né in quella estera, ma è altrettanto vero che in diverse occasioni Jarosław Kaczyński e altri esponenti si sono dimostrati poco amichevoli con le vicine Germania e Russia, ostili verso i diritti civili per i LGBT (lesbiche, gay, bisex e trans), sfavorevoli all’aiuto ad immigrati e profughi, e hanno spesso mal digerito un certo dominio europeo su questioni economiche e sociali. Kaczyński sembra essere consapevole di come la trasparenza di certe opinioni legate alla sua immagine di politico consumato non giovi alla sua campagna elettorale, e da qui la scelta della Szydło come candidata, una figura femminile, determinata e d’esperienza (educazione storico-culturale, parlamentare da 10 anni e tesoriere del partito da un anno). La sua campagna si basa su riforme che mettono al primo posto la Polonia e i polacchi a dispetto di tutto il resto. In chiave internazionale non si tollerano ingerenze della NATO o della UE. Se già il PO con Tusk aveva rimandato più volte l’ingresso nell’Euro, con il PiS lo złoty avrebbe lunga vita; in quanto a politica interna invece si dichiarano aiuti ai pensionati, ai ceti bassi, ai dipendenti pubblici, alle famiglie, e una riforma dei latifondi che sostenga i contadini. Il tutto, dice la Szydło, secondo piani concreti. Ma una buona fetta del popolo polacco ricorda che anche con il PiS tra il dire e il fare c’è una bella differenza.
Secondo gli ultimi sondaggi Ariadna e Millward Brown sembra profilarsi una lotta serrata tra le due principali antagoniste, ma per certi versi è quasi una lotteria poiché non sono pochi i fattori che possono cambiare totalmente le carte in tavola. Il bacino di astenuti e scontenti dell’una e dell’altra parte è storicamente ampio (circa il 45%), e soprattutto non sono solo la Kopacz e la Szydło a contenderselo. Tra i vari candidati, ci sono due liste che hanno la reale possibilità di accedere al parlamento e risultare determinanti per gli equilibri parlamentari.
A sinistra sembra profilarsi un terzo polo con la 40enne Barbara Nowacka e la lista Zjednoczona Lewica (ZL, Sinistra Unificata) imperniata sul movimento Twój Ruch fondato insieme a Janusz Palikot, eccentrica personalità già nota per il suo anticlericalismo e il suo essere contro il sistema. A formare la lista ci sono anche Sojusz Lewicy Demokratycznej (SLD, Partito Socialdemocratico), Unia Pracy (UP, Unione del Lavoro), Polska Partia Socjalistyczna (PS, Partito Socialista) e Partia Zieloni (PZ, Verdi). Oltre ad essere un’ingegnere informatica, la Nowacka è figlia di Izabela Jaruga, importante esponente del partito “Unione di Sinistra”, vicepremier nel 2004-2005 e scomparsa nella strage di Smoleńsk del 2010. E’ politicamente attiva fin da giovanissima, e la sua campagna tocca punti economici, sociali e strategici. Tra questi citiamo l’aumento di 200zł delle pensioni più basse, l’innalzamento dello stipendio minimo a 2500zł nell’ottica di una standardizzazione con il resto d’Europa (“sentiamo appieno l’Europa spiritualmente, ma non sempre materialmente“). Sostiene la necessità di un piano energetico a lungo termine, oggi inesistente, una ristrutturazione economico-industriale che non guardi solo al settore dei servizi ma anche a quello della produzione. Tra le riforme sociali si prevede il diritto all’aborto (oggi illegale), quello alla fecondazione assistita, quello per le coppie omosessuali e all’adozione dei bambini anche da parte loro. Se nelle ultime due legislature l’SLD da sola è stata un’importante componente di governo, sarà interessante verificare se questa lista avrà una reale consistenza elettorale o si rivelerà un minestrone poco convincente. Ricordiamo che secondo la legge vigente le percentuali minime di consenso per entrare in parlamento sono il 5% per i partiti singoli e l’8% per le coalizioni.
172.3 Kukiz Un’altra grossa mina vagante è costituita dal movimento Kukiz’15 fondato dal rocker 52enne Paweł Kukiz. In realtà si interessava alla politica già da tempo come cittadino, con continui cambi di trincea: tra il 2005 e il 2007 ha sostenuto le candidature centriste di Tusk per il premierato e della Gronkiewicz-Waltz come sindaco di Varsavia, nelle parlamentari del 2010 ha appoggiato il candidato conservatore Marek Jurek, e dal 2014 guida un suo movimento autonomo, non collocabile nelle ideologie tradizionali. Vorrebbe ridurre i mandati dei parlamentari a uno, delocalizzare alcuni ministeri, riformare la giustizia (con controllo dei cittadini), eliminare i finanziamenti pubblici ai partiti, far pagare le tasse ai polacchi all’estero (ma in modo “semplice e giusto”), ricostituire un forte esercito nazionale, e rifiutare definitivamente l’Euro. D’altro canto, in ambito sociale non vede di buon occhio né l’aborto né l’adozione da parte degli omosessuali. Se sulla carta sembra una candidatura improbabile, nel primo turno delle elezioni presidenziali dello scorso maggio Kukiz si è piazzato al terzo posto nei consensi con un incredibile 20,8%, alle spalle di Duda (PiS, 34,7%) e Komorowski (PO, 33,7%). Dunque l’esito di queste nuove elezioni è tutto da vedere.
Questa è la prova tangibile di come anche in Polonia le ideologie sembrino essere superate e i sondaggi possano rivelarsi sballati. L’incertezza domina la società, e il desiderio del nuovo, della sicurezza, della fiducia, porta ad evoluzioni di ogni tipo, dall’avere tre donne forti e competenti come candidate nelle liste principali fino al cantante capace di calamitare il voto di protesta. Vedremo come finirà stavolta.

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L’esodo dei profughi in Europa: le 27 obiezioni di chi non li vuole

In TV, sui giornali, alla radio, sui social network, tra amici. Oramai se ne parla dappertutto e in ogni momento. E del resto un motivo c’è. Profughi, clandestini, migranti, rifugiati, immigrati, i significati di queste cinque definizioni differiscono di molto, ma a prescindere da come li si vuol chiamare, la massa di persone che dalle aree mediorientali e africane si sta riversando in Europa è cosa di non poco conto. Quantità, motivi e sviluppi di quest’esodo rendono il tema alquanto complesso, ma gli interlocutori politici aiutati da diversi mass media lo hanno finora ridotto ad un dilemma fin troppo scarno e semplicistico tra l’accoglienza tout court e il respingimento di massa, decisamente insufficiente per poter abbracciare l’intero fenomeno nella sua complessità. Premettendo che è fisiologico e comprensibile avere posizioni più permissive o più rigide, esse non possono essere ridotte a quelle due: sprazzi di verità si trovano da una parte e dall’altra, e noi abbiamo pensato di raccogliere le opinioni e le idee “ruvide” che più spesso si sentono sui mass media e tra i cittadini, e di commentarle mediante dati, informazioni e un pizzico di buonsenso per far luce su alcuni aspetti della realtà migratoria. Non ci teniamo a convincere nessuno a cambiare le proprie opinioni, l’idea è solo quella di verificare lì dove possibile se i ragionamenti che facciamo, le informazioni che sentiamo e il modo in cui le cerchiamo sono corretti o presentano delle lacune.
A mo’ di tappa propedeutica iniziamo proprio con il metodo di ricerca delle informazioni, dove ci serve una piccola autocritica: una parte imprecisata di noi cittadini non ha una conoscenza sufficiente di certi dettagli, sia per il fatto di consultare fonti parziali o non accreditate, sia per colpa della nostra pigrizia che ci limita a leggere solo i titoli, a ricordare facili slogan pro- o anti- accoglienza, e a generalizzare su intere etnie eventi negativi di cronaca che riguardano una minoranza di individui. Indichiamo qui alcune delle fonti attendibili che possono tornare utili. In ambito internazionale i media angloamericani sono spesso quelli che realizzano inchieste e reportage tra i migliori, BBC, Economist e New York Times per citarne degli esempi, gli istituti indipendenti e governativi sono ottimi supporti (UNHCR, Frontex, OECD, ONU, etc.), e i più impazienti possono accontentarsi di Wikipedia. Ai “poloniofili” può far piacere leggere il libro di Ryszard Kapuściński “Ebano” sulla sua esperienza pluriennale in Africa. Approfittiamone anche per chiarire un aspetto lessicale su cui talvolta anche politici e giornalisti fanno confusione, la differenza tra emigrati, immigrati, profughi, rifugiati, clandestini. L’emigrato è in generale colui che si trasferisce da un Paese ad un altro: per un italiano, Monica Bellucci e Stefano Accorsi sono degli emigrati poiché italiani trasferitisi all’estero. L’immigrato è in generale colui che proviene da un altro Paese: per un francese, Monica Bellucci e Stefano Accorsi sono degli immigrati poiché stranieri trasferitisi in Francia. Il profugo è colui che scappa da una zona teatro di guerre, violenze, cataclismi e qualsiasi fenomeno che non renda sicura la vita nel proprio Paese. Il rifugiato è colui che, scappato da una zona teatro di guerre o persecuzioni, viene riconosciuto da uno stato straniero come perseguitato e gli viene offerto asilo politico. Oltre alle cause del trasferimento, la differenza tra l’immigrato e il rifugiato è che quest’ultimo non può trasferirsi in un altro Paese, pena la perdita dello status in questione. Il clandestino è colui che entra in un Paese straniero non rispettando le leggi e le norme che regolano l’ingresso degli stranieri: se un immigrato non si trova nella posizione di profugo, non ha lo status di rifugiato, e non ha elementi lavorativi o affettivi che lo legano al Paese ospitante, è un clandestino.
Le cause dell’esodo – C’è chi dice la guerra, chi la fame, chi per ragioni economiche, e c’è chi parla di invasione pianificata. Su quest’ultima affermazione c’è poco da dire se non ribadire l’evidenza: tutto possono essere tranne che un esercito organizzato, armato e assetato di sangue o di conquista. Sulla tipologia dei migranti, i numeri sono in continua evoluzione ma secondo gli istituti del settore non è corretto dire né che “quasi tutti sono profughi” né che “quasi tutti sono clandestini”. Quel che è certo è che le guerre e i regimi in atto sono decine e ne sappiamo poco o nulla. Le situazioni più cruente sono in Siria, Iraq, Afghanistan, Nigeria, Niger, Camerun, Darfur (Sudan), Somalia, Kenya, Congo, Burundi, Burkina Faso, Mali, Yemen, Repubblica Centrafricana, Libia, Palestina e Ucraina, e disordini di diverso tipo ci sono anche in Eritrea, Kosovo e Kurdistan (tra Turchia e Iran). I Paesi a vendere le armi sono quelli “occidentali”, dunque abbiamo un certo legame con i conflitti in atto, e le armi vengono comprate dalle fazioni che si contendono il potere di un territorio o di una nazione, gli unici a godere delle ricchezze disponibili. Il resto di quelle popolazioni vive nella povertà che, con i conflitti, peggiora, aggravando a sua volta anche il problema della fame. A volte l’unico modo per rimediare un pasto al giorno è quello di farsi sfruttare dalle fazioni dominanti: in molti conflitti africani i bambini vengono usati come soldati, spesso premiati con sigarette e drogati con oppio per fargli sparire il senso della paura, le donne picchiate o violentate, gli uomini uccisi. A ciò si può aggiungere la colonizzazione economica, prima monopolio europeo e ora praticato da Paesi emergenti come Cina e India, che sfruttano l’enorme quantità di minerali presenti nel continente africano. Insomma, la tesi “sono tutti clandestini” non è totalmente corretta: verosimilmente la maggior parte dei profughi provenienti da una delle nazioni sopracitate è un potenziale rifugiato per guerra e persecuzioni; quelli di altre nazionalità possono rivelarsi immigrati economici o clandestini (ad esempio per tunisini, algerini, marocchini e pochi altri), ma dietro il loro lungo viaggio potrebbero anche esserci cause geo-climatiche: secondo il National Geographic eruzioni, terremoti, alluvioni e desertificazioni su larga scala stanno generando 22 milioni di profughi in tutto il mondo.
“Sono tutti delinquenti, non vogliono lavorare”: come abbiamo appena visto, intanto la maggior parte di loro vuole salvarsi. Dopo di ciò, non si può negare che una parte tende a vivere di espedienti o a compiere reati come scippo, furto, spaccio di stupefacenti, stupro, omicidio: anche in questo caso si tratta di una sparuta minoranza (attualmente in Italia è in detenzione lo 0,34% degli immigrati regolari e irregolari), e anche volendo ipoteticamente gonfiare questa percentuale, non ci sarebbe una situazione tale da accusare un’intera etnia o l’intera categoria dei “neri”, dei “musulmani” o degli “stranieri”, altrimenti avalleremmo una logica assurda secondo cui gli italiani sono tutti mafiosi, i polacchi sono tutti ladri o i tedeschi sono tutti nazisti. Sui singoli individui che commettono reato, perché di individui si tratta, devono essere presi provvedimenti come la detenzione o l’espulsione, ma per una basilare questione di tutela e di diritto delle persone, non ci si può permettere di ostacolare con un infondato pregiudizio chi di illegale non ha fatto nulla e, anzi, vorrebbe poter costruirsi una vita semplice trovando un lavoro.
“Ci rubano il lavoro”: una tesi in contraddizione con quella precedente, ma altrettanto discutibile. Chi riesce a stabilirsi in un Paese europeo deve sostentarsi in qualche modo. Generalmente si tratta di lavori di manovalanza o comunque umili, che non tutti gli europei sono disposti a fare – è sufficiente incontrarsi con dieci amici qualsiasi e chiedersi chi sarebbe disponibile a fare lo spazzino notturno, a scaricare cassette alle quattro di mattina, o a lavorare nei campi per dieci ore al giorno -. Al di là di questo, sono i datori di lavoro a decidere a loro discrezione chi assumere: è ciò che viene chiamato libera impresa, e se davvero esiste una preferenza per lo straniero, forse ci si dovrebbe rivolgere di più ai propri governatori in modo da occuparsi globalmente del problema della disoccupazione. Insomma, per quanto spesso le cause della “disoccupazione autoctona” possano risiedere anche nelle minori esigenze economiche di certi immigrati, sarebbe errato dar loro una qualsiasi colpa o responsabilità.
“Non sono razzista, chiedo solo ordine e legalità, dunque i musulmani e i neri non devono entrare”: questo è il risultato di una certa confusione tra il rispetto delle regole e la visione degli immigrati. C’è chi sostiene infatti che la qualità del rispetto delle leggi sia inversamente proporzionale all’accettazione di un gruppo etnico piuttosto che di un altro, e soprattutto è convinto che tale affermazione non abbia un’accezione discriminatoria e quindi razzista. E’ fin troppo banale puntualizzare che se ci si limita a evocare l’ordine e la legalità non c’è niente da obiettare, ma se si effettua un’associazione diretta tra l’illegalità e “i musulmani” o “i neri”, l’elemento xenofobo è fin troppo evidente. L’ordine e la legalità non si tutelano con il respingimento di un gruppo etnico o religioso, ma attraverso un controllo efficace del territorio e un governo efficiente della comunità e della cosa pubblica. Se ciò avviene, sono disincentivati al contempo l’insediamento nel Paese di potenziali delinquenti e il proliferare di azioni illegali; se invece controllo e sicurezza sono insufficienti o mal gestiti è prevedibile che un individuo che vive di espedienti e azioni illegali possa trovare terreno fertile e decidere di insediarsi, a danno dei cittadini per bene, autoctoni e stranieri.
“Sono musulmani, e in quanto tali sono pericolosi”: è profondamente sbagliata l’equiparazione di un arabo o di un musulmano ad un terrorista, e non solo per questioni razziali. Non sono in pochi a parlare della religione musulmana senza conoscerla o per sentito dire. Così come il Cristianesimo è diviso in sette cattoliche, protestanti, luterane, ortodosse, anglicane, e altre minori, anche l’Islam non è unico e omogeneo. La quasi totalità è divisa in sunniti (90%) e sciiti (9%), oltre a piccole minoranze eterodosse come Alawiti, Drusi, Aleviti, Sikh, Yazidi e altri ancora. La delegittimazione reciproca secolare tra sunniti e sciiti (che non approfondiremo) ha riacceso degli scontri tra le due parti, scontri che in alcuni casi degenerano nella violenza in una sorta di lotta fratricida. A condurre questi atti violenti sono cellule estremiste di fanatici, di cui le principali sono Boko Haram e il cosiddetto “Stato Islamico di Iraq e Siria” (e cioé l’ISIS), entrambe di matrice sunnita ma da cui i normali sunniti si dissociano. Sia sunniti che sciiti vedono un’equiparazione tra stato politico e sistema religioso, anche se per gli sciiti c’è una minima libertà d’azione dello stato dalla religione non previsto dal sunnismo. Il corto circuito è lì dove la frangia fondamentalista di parte sunnita interpreta in modo ancora più radicale il Corano, essendosi posta l’obiettivo di realizzare l’antico sogno di un unico grande Califfato che comprende l’intero Medio Oriente e l’Africa centro-settentrionale. Boko Haram si trova in una regione al confine tra Nigeria, Camerun, Chad e Niger, mentre l’ISIS occupa attualmente un vasto territorio tra Iraq e Siria, con propaggini in alcuni punti di Libano e Libia. Entrambe basano le loro azioni sull’eliminazione fisica di chiunque non sposi la causa del Califfato, siano essi musulmani o meno. L’unica opposizione politica sciita è costituita dall’Iran, ma folte comunità sciite si trovano in buona parte del Medio Oriente a partire dall’Iraq. Fino a prima dell’ascesa dell’ISIS i cristiani in Siria erano il 25% dell’intera popolazione, in Iraq oltre un milione (4,8%), in Iran il 2% non si dichiara musulmano, ciò significa che tradizionalmente vi è stata una convivenza – non sempre idilliaca, chiaro – tra cittadini di diverse religioni. Per quanto sintetica, con questa descrizione si capisce già un po’ meglio come la delinquenza e il terrorismo hanno poco a che fare con l’Islam in sé, ma è ristretta a quelle bande estremiste che, con le armi fornite da chi li capeggia, mettono lo scompiglio in primo luogo negli stessi ambienti musulmani. Se consideriamo solo i conflitti che coinvolgono Boko Haram e ISIS, le vittime in questi ultimi due anni sono oltre 175mila: il numero di cristiani uccisi è quantificato intorno agli 8mila. “I terroristi arrivano con i barconi”: se si parla di un possibile infiltrato tra i profughi, questa potrebbe sicuramente essere una possibilità, cosa per cui i governi europei hanno la responsabilità e il dovere di identificare in qualche modo chi entra nel continente. Se invece ci si riferisce a “tutti quelli che arrivano con i barconi”, allora ribadiamo quanto spiegato in questo paragrafo: l’equivalenza del terrorista con tutti i profughi o i musulmani è fuori luogo. La maggior parte dei musulmani non accetta le azioni dell’ISIS, così come la maggior parte degli italiani non accetta quelle della mafia.
“Devono restare nel loro Paese, difenderlo e risolvere i loro problemi”: questa asserzione potrebbe essere comprensibile se si parla di qualcuno che non rischia la vita e non ha niente di serio per cui lasciare tutto e andare via. Ma se parliamo di chi ha seri problemi con guerra, fame e persecuzioni, il discorso cambia. Qualcuno potrebbe voler rimanere nel proprio Paese e provare a fare l’eroe, ma se si rischia di essere uccisi o di morire di fame o di sete, si ha tutto il diritto di scappare: è poco probabile vincere una ribellione a mani nude contro chi è in forze ed ha armi e potere, e nessuno può permettersi di dire cosa una persona in quella situazione deve o non deve fare, dove può o non può andare. Del resto noi “occidentali” ci sentiamo il diritto di andare in un qualsiasi stato straniero per cercare un lavoro, per amore, o per motivi privati, e perché loro no? Si dirà: “I regolari vanno bene, ma gli irregolari rimangono fuori”, pensando al classico documento d’identità. Ma per i contesti violenti o critici ripetuti più volte in precedenza, non è facile stabilirlo tra documenti sequestrati, inesistenti perché non registrati, o falsi per la cinicità dei soliti criminali che li vendono. Dunque la questione è molto più complessa di quel che sembra, e le condizioni di guerra diffusa non permettono di risolverla con respingimenti sommari e affrettati. Bisogna “rimanere nel proprio Paese per aiutarlo a crescere”: nelle situazioni di guerra, persecuzione o fame, ribadiamo la bassa probabilità di vincere una ribellione a mani nude contro chi è in forze ed ha armi e potere. Negli altri casi, secondo questa logica tutti gli emigrati – compresi gli italiani e i polacchi all’estero – dovrebbero tornare a casa loro. Decisamente una visione poco chiara del mondo e della società.
171. Migranti 2015 “Non possiamo accogliere tutti”: su scala nazionale è vero, e se si pensa agli arrivi futuri, senza un piano condiviso il problema diventerebbe davvero ingombrante anche a livello europeo. Mai come in questo caso vale il detto “l’unione fa la forza”, ma al momento ciò non si addice all’Unione Europea dei 28, in aperto contrasto sulle ripartizioni dei migranti. Partiamo dal presente, da un 2015 in cui il numero dei profughi è stimato intorno ai 450-500mila. Anche nell’ipotesi in cui quasi tutti siano rifugiati, un calcolo grossolano ma indicativo dice che ripartendoli nei 16 stati europei più grandi ogni stato – quindi anche Italia e Polonia – ne accoglierebbe circa 28mila. Chi ha già letto il nostro articolo sull’immigrazione in Italia ricorderà che il numero degli stranieri – regolari e irregolari – si attesta oltre i 5 milioni. Sebbene sia necessario rivedere la propria organizzazione strutturale, assorbirne 28mila in più non sarebbe un problema insormontabile per uno stato grosso come l’Italia. Qualche problema in più si avrebbe forse in Polonia per la serpeggiante xenofobia di 2/3 dei polacchi e per la carenza di infrastrutture, ma l’aiuto della Chiesa potrebbe essere determinante in questo.
Il vero enigma è il futuro, in cui è molto probabile l’arrivo di altre centinaia di migliaia di persone. Fermi restando che muri e frontiere non possono fermare un’onda umana di quella portata, ecco perché è così importante stabilire a livello europeo un piano condiviso di gestione e organizzazione, senza il quale i singoli Paesi avrebbero serie difficoltà. Si può andare da un piano di assorbimento in Europa a uno decisamente radicale di intervento militare di stabilizzazione, ma si badi bene, anche la più critica delle situazioni non giustificherebbe mai la possibilità di lavarcene le mani o di pensare frasi inaccettabili come “lasciamoli in mare”, “bombardiamoli” o “bruciamoli”: oltre a richiamare reati gravi come omissione di soccorso, istigazione all’odio e genocidio, ci declasseremmo ad animali che meriterebbero i servizi sociali a vita. Con i numeri e i contesti ambientali osservati finora, l’affermazione “stanno attuando un’invasione” lascia il tempo che trova e richiama anche un altro capitolo da noi affrontato, quello della percezione dell’immigrazione, per cui ad esempio gli italiani percepiscono una presenza straniera pari al 30% a dispetto del 7% reale; i polacchi la percepiscono al 14% contro il 2% reale. Gli immigrati arrivati nel 2015 costituiscono lo 0,13% della popolazione europea; sui 500milioni di cittadini che abitano l’Unione Europea circa 20milioni (il 4%) è extracomunitario. Anche la tesi secondo cui “vogliono imporre la loro cultura rovinando la nostra” vacilla, seppur parzialmente. Se intesa in senso letterale, i numeri visti fanno capire come questa sia decisamente un’esagerazione, si pensi agli ultimi duemila anni in cui Sicilia, Calabria e Puglia sono state più volte invase da popolazioni di fede musulmana, e in cui l’Italia è stata sempre popolata da una nutrita minoranza ebrea: non ci risultano realtà italiane locali con tratti culturali simili o comparabili a quella musulmana o ebraica. D’altro canto, effettivamente esiste un’importante differenza culturale da gestire che prevede per i musulmani un parallelismo tra stato e Corano (con alcune differenze tra sunniti e sciiti), mentre in Europa le sfere civile e religiosa sono distinte. Qui il buonsenso è fondamentale in quanto una cultura laica come quella europea dovrebbe cercare di dare il maggior numero di diritti a tutti i singoli cittadini fin dove l’organizzazione e l’amministrazione di una società e di un territorio lo consentono. Solo qualora ciò non fosse realmente fattibile nonostante l’impegno profuso dai governatori sarebbe opportuno attenersi alle regole del Paese ospitante, sedando le eventuali “arroganze” di sorta che portano anch’esse a criminalizzare ingiustamente un’intera categoria di persone.
“Tutti vanno in Italia”: l’evidenza di certi eventi ha sfatato questo slogan, ora è la penisola balcanica ad essere la meta preferenziale. L’aspetto più rilevante è che per la maggior parte dei profughi sia il Belpaese che i Balcani sono solo un luogo di passaggio (da qui il neologismo di “transitanti”) mediante il quale arrivare nell’Europa centrale e settentrionale. A causa del trattato di Dublino fanno il possibile per non farsi identificare nel Sud Europa, in modo che al Nord con la richiesta di asilo non possano essere allontanati e abbiano diritto alla (buona) assistenza prevista dalle legislazioni locali. Un’altra frase ricorrente è “se sono così in difficoltà, perché non vanno in Paesi più vicini al loro?”. Questo già accade in Medio Oriente: prendendo l’esempio dei siriani, ora ce ne sono 1,9mln in Turchia, 1,2mln nel già piccolo Libano, 630mila in Giordania, 130mila in Egitto. Più difficile è la situazione in Africa: il Chad ha già accolto 366mila persone, l’Etiopia 288mila e il Kenya 566mila. Per il resto, il continente è un’unica grande fornace in cui un Paese vicino che possa garantire sicurezza è poco più che un miraggio. Da qui la preferenza quasi obbligata per il lungo viaggio verso l’Europa. “Aiutiamoli a casa loro”: è una cosa facile da dire, ma praticamente irrealizzabile. L’impossibilità di instaurare un dialogo diplomatico con la Libia è sotto gli occhi di tutti, e la musica non cambia con le decine di altri stati teatri di guerre e regimi. “Io non li voglio, se qualcuno li vuole se li tenga a casa sua”: altro slogan di moda tra i non favorevoli all’accoglienza. Sappiamo bene di vivere in uno stato sociale in cui si pagano le tasse per fornire tutti i servizi e l’assistenza di cui le persone possono aver bisogno. Tra questi c’è anche l’accoglienza e la gestione degli immigrati, da selezionare e valutare se sono rifugiati, immigrati economici o clandestini. Dunque incentrare sui privati cittadini un tema di competenza governativa è un errore.
“Dormono negli alberghi”, “Prendono 30 euro al giorno”: sono alcune delle osservazioni per cui si nutre odio verso gli immigrati quando invece le responsabilità vanno cercate altrove. L’alloggio è deciso dai governi nazionali e locali, verosimilmente per mancanza di altre strutture adeguate. Escludendo a priori l’opzione di respingerli in mare (per i diritti umani descritti in precedenza) e quella di lasciarli vagare senza un tetto (per questioni di sicurezza pubblica), una delle soluzioni dei governatori sono gli hotel che si mostrano disponibili. I famosi 30 euro al giorno non finiscono nelle mani degli immigrati – che se fortunati ne riceveranno 5 -, bensì in quelle di enti, albergatori e cooperative private che devono far fronte alle spese di vitto, alloggio ed energia. Legittima invece la critica sull’ammontare del danaro, su quei 900 euro mensili per ogni immigrato. Nel 2014 in Italia la soglia di povertà assoluta andava dai 548 euro dei piccoli comuni meridionali fino agli 816 euro delle città settentrionali. Inoltre il  64,3% dei pensionati italiani godeva di una pensione inferiore ai 750 euro mensili. Anche qui non bisognerebbe tanto accusare gli immigrati quanto interrogare i nostri governatori.
 “Non sono poveri: hanno gli smartphone”: è possibile che chi mette piede in Europa non fa parte dei più poveri. I più poveri non hanno le possibilità fisiche ed economiche per partire, o muoiono per la denutrizione o la disidratazione. Ciò non vuol dire che chi parte vive una situazione agiata nella sua terra, anche per i conflitti e le persecuzioni descritte in precedenza. Una percentuale sconosciuta ma esistente di migranti muore durante il lungo viaggio o a causa delle violenze subite da bande criminali di diverso tipo o per il crollo fisico che un esodo massacrante di quel genere provoca. Chi parte raccoglie tutto ciò che ha per nutrirsi e sostenere il viaggio, e si munisce di quel che serve per orientarsi, informarsi e comunicare con i propri cari: uno smartphone. Tutto ciò non esclude ovviamente che una percentuale di migranti viaggi per ragioni economiche, ma sempre per il lungo ragionamento fatto prima, è verosimile che non siano la maggioranza.
Poi ci sono tesi più curiose dovute al fatto che molto spesso ci si basa su una singola immagine o un singolo episodio. Ma per valutare è necessaria una visione d’insieme, che spesso rivela come le cose siano un po’ diverse. “Sono quasi tutti uomini“, “sono tutti forti e muscolosi“: le famiglie e le giovani coppie sono numerose; diverse persone hanno visto la loro famiglia assassinata; sono state registrate più storie in cui il più forte di una famiglia parte per trovare un posto in cui poter essere accolto, in modo che gli altri membri possano raggiungerlo evitando di errare senza una destinazione precisa e mettere ancora più a repentaglio la loro vita. Dunque è piuttosto probabile che la maggioranza sia costituita da uomini, ma siamo ben lontani dal dire “tutti” o “quasi tutti”, e se ne conosciamo i motivi capiamo un pezzetto in più di quel che sta succedendo.
Chi vuole accoglierli sono i soliti buonisti“: se ci si riferisce ad un’accoglienza collettiva, immediata e senza distinzioni, quest’obiezione ha un suo fondamento, e non farebbe male ogni tanto ricordarci della necessità di organizzare e regolamentare il flusso migratorio fondendo i migliori princìpi di ordine pubblico e umanità. Questo vuol dire da una parte la detenzione e/o l’espulsione di clandestini e delinquenti, e dall’altra ascoltare le storie e le necessità delle persone che scappano da qualcosa o da qualcuno. In questo modo sarebbe possibile anche valutare meglio eventuali situazioni in cui “si lamentano di tutto“: se a volte è vero che lo fanno in modo ingiustificato, può succedere anche che la causa di questa nostra valutazione sia la nostra bassa propensione all’ascolto.
Il fil rouge di questi 27 punti è costituito dalla necessità di conoscere davvero lo straniero, la storia da cui proviene, e soprattutto dalla necessità di non generalizzare una valutazione specifica, di non attribuire ad un intero popolo, ad un’intera etnia o ad un’intera cultura le azioni compiute da un individuo o da un gruppo di individui. E’ un momento topico per la società europea. Al di là di quello che può e deve fare la Chiesa, i governi e i partiti, spetta anche a noi dimostrare il nostro livello di maturità e responsabilità: non tanto fare gli eroi o “accogliere qualcuno a casa propria”, quanto tornare a essere un po’ più umani. Insomma, così come il “buonismo” non va bene, il menefreghismo e la xenofobia non sono di certo la panacea di questo fenomeno così complesso e variegato.
(Fonti principali: ONU; Min. Interno; UNHCR; OECD; BBC; Wikipedia En; Unione Europea; The Economist; National Geographic; Frontex)

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L’esodo dei profughi in Europa: che aria tira in Polonia?

In passato avevamo già toccato il tema degli immigrati, ma mai come ora sta occupando una posizione così centrale per l’arrivo in massa di profughi dal Medio Oriente e dall’Africa. In Italia il dibattito è accesissimo, e nonostante ci sia una maggioranza silenziosa di italiani attenta almeno a chi ha veramente bisogno d’aiuto, sembra essere ben nutrita la rumorosa nicchia di chi non ne vuol sapere e se ne lava sommariamente le mani con pensieri e slogan degni degli anni ’30 europei, in preda alle paure e impegnata ad attribuire episodi riprovevoli di singoli all’intera e generalizzata categoria dello “straniero”. Le difficili trattative in corso a Bruxelles per trovare una soluzione efficace con cui gestire il fenomeno coinvolgono anche la Polonia, membro UE. In un primo momento il governo era schierato sulla stessa linea di Repubblica Ceca, Romania e Ungheria, decisamente contrari all’accoglienza di una qualsivoglia quota di emigranti, e per quanto negli ultimi giorni la posizione polacca possa essersi parzialmente ammorbidita, la prudenza rimane altissima. Le cause sembrano essere di natura prettamente elettorale, con i partiti costretti a tener conto dell’opinione pubblica in vista delle elezioni parlamentari del prossimo 25 ottobre.
Immigrati1Un sondaggio Ariadna conferma che il 65% non è d’accordo nell’accettazione degli immigrati a prescindere dalla provenienza, una preferenza che domina con percentuali simili sia tra i simpatizzanti di Platforma Obywatelska (il partito centrista di governo del premier europeo Tusk) che tra quelli di Prawo i Sprawiedliwość (il partito di destra nazionalista di Jarosław Kaczyński e del neopresidente Andrzej Duda). Le cifre cambiano solo parzialmente se si considerano gli immigrati dell’Est come gli ucraini riversatisi in Polonia a causa dei disordini in atto nel Donbass da più di un anno: qui il Paese è spaccato tra un 51% di contrari e un 49% di favorevoli. La premier Ewa Kopacz sembra stia lavorando su una soluzione che attutirebbe da una parte le pressioni dell’Unione Europea per un ruolo responsabile del governo, e dall’altra un’eventuale emorragia di consenso popolare. Tale soluzione sarebbe l’accoglimento di profughi ritenuti “in pericolo di vita”. La metà dei polacchi infatti pensa che sia questa la prima causa dell’esodo attuale, e al contempo il 44% crede che la Chiesa polacca seguirà la direttiva di Papa Francesco sul dovere di assisterli e ospitarli nelle sedi a disposizione. Considerando che lo stato ospita già 4.000 profughi, principalmente ucraini, ceceni e siriani, e che le infrastrutture adeguate non abbondano, ne viene fuori che un ruolo decisivo lo giocherà proprio la Chiesa. Per la cronaca, in Polonia un rifugiato ha diritto ad un’assistenza medica, alimentare e sociale pari ad un totale di 750zł mensili; una famiglia di tre persone a 1350zł mensili. Chi viene riconosciuto come rifugiato non può lavorare e non può trasferirsi in altri Paesi UE, pena l’annullamento dello status acquisito. Da qui al 2020 la Polonia riceverà per l’accoglienza degli immigrati fondi europei pari a 63,4mln di euro.
Tornando al sentimento popolare, e in particolare al motivo di quest’avversione verso i profughi, Ariadna individua in primis lo stereotipo dell'”arabo terrorista”, temuto addirittura da 8 polacchi su 10. A ciò, noi con occhio antropologico non escludiamo la giovanissima età della Repubblica: nell’istinto e nell’inconscio dei polacchi si nasconde ancora la paura di un passato recente senza patria per quasi 130 anni e i 50 anni di pesante influenza sovietica, a cui va aggiunto anche un retroterra fatto di convivenze con nutrite comunità ucraine, lituane, bielorusse, ebraiche e armene. Nonostante il boom economico, 25 anni di democrazia non consentono ancora di maturare quella consapevolezza interiore che possa allentare lo stato di allerta almeno nei confronti di chi tutto può essere tranne che un esercito organizzato, armato e assetato di sangue. Non a caso i più riluttanti alle famose “quote” sono proprio gli stati centrorientali che fino al 1990 non godevano di piena sovranità.
Mentre in Italia il dibattito sembra più aperto, in Polonia c’è l’impressione che nessun leader politico voglia prendersi la responsabilità di guidare il proprio popolo verso una maggior comprensione del fenomeno, anche a costo di un calo di consensi, e il timore di quest’assunzione di responsabilità continua a far serpeggiare nei polacchi il timore verso il fenomeno stesso, in una sorta di circolo vizioso. Per cui ci domandiamo: se non adesso, almeno dopo le elezioni ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di farlo?

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Lingua polacca – 16. Il passato e l’imperfetto

Se state leggendo quest’articolo e avete lavorato con le 15 lezioni precedenti, sappiate di essere ad un buon punto, più che buono. Senza neanche accorgervene, probabilmente ora possedete già un repertorio minimo soddisfacente di vocabolario e avete iniziato ormai ad assorbire i particolari meccanismi logici e sintattici su cui si basa una lingua così esigente come il polacco. Nonostante ciò, il titolo di questa lezione potrebbe sembrare un’impresa titanica, imparare in un sol colpo passato prossimo e imperfetto, anche perché nella lezione sul presente qualcuno sarà rimasto confuso non solo per i gruppi verbali, ma anche per la notizia sull’esistenza di un aspetto imperfettivo del verbo (che al presente esprime un’azione abituale, generica o che si sta facendo in quel momento) e di uno perfettivo (che, sebbene coniugato al presente, esprime un’azione futura). Ma forse nel caso di oggi il miracolo sarà meno complicato del previsto.
Per quanto concerne i tempi passati toccheremo i punti cruciali nell’ordine migliore per un buon apprendimento, e lo facciamo partendo da una bella notizia: in polacco non esistono due tempi distinti ma uno solo, chiamato czas przeszły, di cui tra cinque minuti impareremo la coniugazione. Domanda spontanea: e allora come si distingue il passato prossimo dall’imperfetto? E’ qui che rientrano in campo gli aspetti del verbo, su cui avevamo dedicato una lezione ad hoc rapportandoli al presente, al passato e al futuro italiani. Per chi non lo avesse letto sarà vitale cliccare ora sul link e leggerne almeno i primi due paragrafi esplicativi…… Fatto? Bene. Rivediamo ora nello specifico la variabile che spiega la differenza tra passato e imperfetto: per tradurre il passato prossimo (e anche il passato remoto, in polacco sono la stessa cosa), ovvero azioni passate concrete, specifiche, avvenute una volta e già terminate, si coniuga al passato l’aspetto perfettivo del verbo, czas przeszły dokonany (una settimana fa ho letto un libro -> tydzień temu przeczytałem książkę). D’altro canto l’imperfetto italiano indica azioni passate abituali o con una durata temporale lunga e indefinita, di cui non si evidenzia la fine, e in questo caso in polacco si coniuga al passato l’aspetto imperfettivo del verbo, czas przeszły niedokonany (da bambino leggevo molti libri -> jak dziecko czytałem dużo książek).
Una volta fissata nella mente questa distinzione fondamentale – e acquisito il lessico necessario che ci permette di conoscere entrambi gli aspetti di un determinato verbo -, è possibile passare alla coniugazione del verbo stesso. E’ sufficiente prendere l’infinito di un qualsiasi verbo, eliminare la desinenza finale, e aggiungere quelle che caratterizzano il tempo passato, il czas przeszły. Come si vede dal grafico qui sotto, l’unica particolarità è che le desinenze cambiano a seconda del genere del soggetto. Ecco un esempio pratico per capire i contrasti maschile vs femminile e passato prossimo vs imperfetto. Prendiamo il verbo zamówić (ordinare – es. al ristorante). Se un uomo vuole dire “ieri ho ordinato una pizza” dirà “wczoraj zamówiłem pizzę”; se invece lo vuole dire una donna dirà “wczoraj zamówiłam pizzę”. Se un gruppo di ragazzi vuole dire “anni fa ordinavamo la pizza ogni giorno” userà l’aspetto imperfettivo di zamówić che è zamawiać: “dawno temu zamawialiśmy pizzę codziennie”; se sarà un gruppo di ragazze a dirlo la frase suonerà ” dawno temu zamawiałyśmy pizzę codziennie”.
PASSATO MASCHILE
PASSATO FEMMINILE
-łem
-łam
-łeś
-łaś
-ła (neutro: -ło)
-liśmy
-łyśmy
-liście
-łyście
-li
-ły (neutro: -ły)
Come da nostro approccio originario non ci perderemo in eccezioni e cavilli minuziosi, e ci limitiamo a tre osservazioni: 1) Il genere neutro del polacco non include soggetti in grado di parlare, ma qualcuno può parlare di loro: ecco perché al passato esistono solo le terze persone; 2) se prima della desinenza vi è la vocale -e-, vi è un lieve cambio nella coniugazione al passato in quanto davanti a consonanti morbide – tra cui ł – si trasforma in -a-. La coniugazione dell’ausiliare avere (mieć) qui sotto ne è un ottimo esempio; 3) essere (być) è irregolare:
ESSERE
AVERE
MASCHILE
FEMMINILE
MASCHILE
FEMMINILE
byłem
byłam
miałem
miałam
byłeś
byłaś
miałeś
miałaś
był
była (neut. było)
miał
miała (neut. miało)
byliśmy
byłyśmy
mialiśmy
miałyśmy
byliście
byłyście
mieliście
miałyście
byli
były (neut. były)
mieli
miały (neut. miały)
…ed ecco come in una sola lezione abbiamo imparato passato e imperfetto… non era così proibitivo, no?

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Dalla Polonia in Repubblica Ceca per un giorno

Se la Polonia ha tanto da offrire in termini di storia, tradizioni, gastronomia, paesaggi e natura, ogni tanto può risultare interessante prendere una mappa e vedere cosa c’è attorno ad essa: ad ovest c’è l’Europa storica della Germania e dei suoi “amici”, mentre a Nord e ad Est si entra di fatto nell’area d’influenza russa, alla regione di Kaliningrado, in Bielorussia e in quell’Ucraina oggi politicamente così eterogenea. Al contempo, in quest’ultimo decennio l’evoluzione dell’Unione Europea e degli accordi di Schengen ha portato, tra le tante cose, la libera circolazione di merci e persone. E’ così che a Nord-Est non c’è più la dogana al confine con la Lituania, e a Sud si può entrare senza controlli in Slovacchia e in Repubblica Ceca, oltre al libero ingresso occidentale nella Germania prima citata. Chi si trova nelle regioni polacche di confine – e chi in generale vuole respirare un’aria diversa da quella polacca – ha quindi delle possibilità per qualcosa di alternativo, e chissà in quanti lo hanno già fatto partendo dalle zone di Zakopane, Bielsko-Biała, Nowy Sącz, Jelenia Góra, Suwałki e via discorrendo. Con quest’intervento ritorniamo in parte ai primordi del blog, quando storie e aneddoti per raccontare stralci di vita vissuta in Polonia erano la norma, e riportiamo oggi una nostra esperienza ciclistica in Repubblica Ceca. Se qualcuno avesse la voglia di raccontare la propria esperienza con dettagli, curiosità e luoghi semisconosciuti che vale la pena scoprire, non esitate a scriverci.
Ore 9:00. Ci si trova a Wałbrzych (Bassa Slesia) in una giornata di metà luglio, una giornata che si presenta calda sebbene il sole sia velato da un sottilissimo strato di nubi. Con quattro compagni di avventura polacchi ci avviamo con le nostre mountain-bike dalle alte colline dei Góry Wałbrzyskie verso Sud-Ovest, in direzione del gruppo dei Góry Kamienne. Il percorso è prevedibilmente caratterizzato da alcune salite – non troppo ripide – e un paio di discese che richiedono un po’ di impegno e controllo del mezzo. Il ritmo è dinamico ma sostenibile, non ci sono affaticamenti, e la mancanza di fretta ci consente di fare alcune pause, un paio decise dal resto della squadra, e più di qualcuna indotta dalle mie continue e spesso improvvise frenate per soddisfare la voglia di fare delle foto. I paesaggi che ci circondano sono suggestivi, una serie di valli e colline con boschi di verdissimi pini, querce e abeti alternati a distese di grano, mais e vegetazione verde che associo intuitivamente alla lavanda, senza tuttavia averne la certezza.167.1 Vallata ceca E poi rovine di antiche chiese, fortezze diroccate, un vecchio sanatorio di cui rimangono in piedi solo l’ingresso e alcune colonne. Insomma, di soggetti da immortalare ce ne sono a decine, ma inizio a pensare che il mio continuo frena e riparti possa irritare qualcuno. Così evito di immortalare anche soggetti più ovvi come fattorie, mucche allo stato brado, cavalli, oche e galline, e mi accontento di fare delle foto al volo, di corsa, nella speranza che non vengano mosse o sbilenche (solo una manciata si rivelerà tale). Entriamo nel parco nazionale dei Sudeti di Wałbrzych, passiamo per alcuni paesotti come Kowalowa, Sokołowsko, e poi Mieroszów, luogo di frontiera. E’ da qui, dopo una salita, che è possibile ammirare come da un balcone feudale la prima vallata ceca.
167.2 Confine ceco Attraversato il confine, una simbolica strettoia senza pretese, si continua tra alti e bassi a vedere paesaggi e località. Con le prime segnaletiche e le insegne dei negozi si ha la prova tangibile di essere “da un’altra parte”, e dopo aver superato Zdoňov si arriva a Adršpach. L’intera zona tra questo villaggio e Teplice costituisce un parco nazionale noto in Repubblica Ceca per via della particolarissima struttura del territorio fatta di insolite rocce arenarie, enormi blocchi monolitici plasmati nel corso dei millenni dall’acqua quando i ghiacciai erano ancora presenti, e di cui ora rimangono due laghi dalle acque limpide e popolati da carpe e anatre. Se si vuole, è una sorta di Morskie Oko (località polacca al confine con la Slovacchia), ma decisamente più caratteristica per via di quanto appena descritto. Un autentico paradiso per gli amanti della geomorfologia e della natura in generale. Dopo un paio d’ore di escursione a piedi in cui si ascoltano storie e leggende di quei posti, si risale in sella. 167.3 AdrspachSono le 14:00, il caldo si fa sentire. Si continua ad esplorare le strade ceche, in cui si nota un misto affascinante di passato e presente forse meno evidente in Polonia: una ragazza dai capelli biondi lunghissimi con un vestito leggero ma grazioso, occhiali da sole e elastichino sulla fronte a mo’ di hippy, nuove Volkswagen, Fiat e Opel insieme a vecchie Škoda e leggendarie Bully (i furgoncini Volkswagen anni ’60). Insomma, chi vuole rivivere l’autentica atmosfera dei figli dei fiori, in Repubblica Ceca sembra ci sia l’occasione concreta per poterlo fare, e a tutto ciò si aggiungono anche stranezze pittoresche (vedi bidet usato come vaso per le piante…). Sotto il solleone si continua a pedalare, e complice anche una strada chiusa per lavori tocchiamo paesi come Adersbach, Teplice nad Metujì, Police nad Metujì, Bukovice, fino a riavvicinarci al confine e a fermarci in un ristorantino di Mezimĕstì per un ristoro. Mentre aspettiamo in un tavolo all’ombra le zuppe ordinate, si inizia a sentire della musica, una chitarra con una voce. La lingua è sconosciuta – quindi è in ceco -, ogni tanto si sentono alcuni strappi in inglese, “Baby you are my dream, I only want love…”, e perfino in italiano, “Vivo per lei perché lei è tutto per me…uno, due e tre…”, ma la qualità del suono è ottima. Anche una seconda canzone presenta la stessa struttura linguistica. Incuriosito, chiedo al proprietario (che ciancica anche il polacco, come quasi tutti nella zona) il titolo di una di queste canzoni, ma garbatamente mi risponde di non saperne nulla e di chiedere a suo fratello. Quel che io sospettavo, e che i miei compagni escludevano, era vero: non è un CD, bensì musica rigorosamente dal vivo con il fratello del proprietario che si diverte ad esibirsi – con doti assolutamente apprezzabili. Qualcuno dei nostri intanto si reca nel negozio affianco e ammira una birra Primator che ha ben visibile sull’etichetta un “24%”. La compra, cascandoci: dopo una lettura più minuziosa si scopre che il tasso alcolico è “solo” del 10,5%. Ad ogni modo è una percentuale di tutto rispetto e il costo è più che onesto, così ne compro tre bottiglie per portarle a casa. Dopo le 17:00 ci si avvia a percorrere gli ultimi chilometri, arriviamo a Golińsk (PL) senza neanche accorgercene, niente strettoie, niente delimitazioni particolari. Con le gambe costrette a fare gli straordinari a causa delle ultime salite, lunghe e micidiali, giungiamo fino a Wałbrzych verso le 18:30. Il bilancio della giornata è di 85km percorsi, oltre 250 foto selezionate, e il mistero irrisolto del titolo di quella canzone multilingue: quel simpatico menestrello suonava e cantava senza sosta solo per far piacere agli ospiti, cioè noi.

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Szczęsny e i romani, Brzęczyszczykiewicz e i tedeschi

Wojciech Szczęsny è ufficialmente il nuovo portiere della Roma. E’ raro da parte nostra parlare di argomenti di strettissima attualità, ma di tanto in tanto ci concediamo un’eccezione, specie se si tratta di eventi davvero particolari o molto curiosi come questo. In questo caso la nota di colore non è data sicuramente dalla notizia in sé, e vedremo subito perché.
Concedendoci giusto una breve parentesi sulla cronaca, il giovane portiere 25enne dovrebbe rimanere nella capitale con la formula del prestito dall’Arsenal. La squadra inglese lo ha declassato nella gerarchia dei portieri in rosa, sia per l’arrivo dell’esperto Czech, e sia per recenti bravate di cui è stato protagonista, dalla lite per le sigarette con il suo allenatore fino all’inalazione dell’hippy crack, tecnicamente ossido di diazoto, una sorta di droga – legale – che dà lo stesso effetto del gas esilarante. “Il gigante”, 195cm per 75kg, vanta già una certa esperienza tra Premier League e nazionale polacca con ottime prestazioni (noi lo abbiamo conosciuto già con un video in occasione di Euro2012), quindi la Roma sembra aver sfruttato una buona occasione, ma dalla condotta comportamentale scopriremo se è davvero così o se si rivelerà un secondo Cassano.
Venendo al lato curioso, come hanno reagito i romani a questa notizia? E soprattutto: quale sarà il loro rapporto con il suo nome? Se i baresi e i torinisti sono stati fortunati con Glik, se ai fiorentini gli è andata bene con Boruc e Wolski, se l’Udinese se l’è cavata con Zieliński, ai tifosi giallorossi si prospetta una bella serie di esercizi per la lingua. Ma si sa, i romani sono una spanna avanti a tutti ed escono sempre brillantemente anche dalla più angusta delle situazioni. Un esempio? Davanti alla problematica del nome, un tifoso ha risposto: “Lo ponno chiama’ ‘aò’!” (“Lo possono chiamare ‘aò’!”). Grazie al gruppo editoriale RCS, ecco un bel video con le pronunce più fantasiose e le reazioni più simpatiche.
Questo ricorda un frammento conosciutissimo di “Jak rozpętałem drugą wojnę światową”, vecchio film comico del 1969 diretto da Tadeusz Chemielewski che racconta le peripezie del soldato polacco Franciszek Dolas all’epoca della Seconda Guerra Mondiale. Nella scena in questione, è alle prese con alcuni soldati nazisti che soggioga furbescamente sfruttando la complicata fonetica della sua lingua madre, basta guardare il video e sentire cognomi e luoghi per comprendere il grado di difficoltà cui ci si trova di fronte. Domandona: lo sconforto e la frustrazione dei tifosi verso Szczęsny sarà lo stesso? A quanto pare, dipenderà solo dalle sue prestazioni in campo.

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Viaggiare in Polonia e spendere poco? Si può

Esattamente un mese fa parlavamo delle possibilità che si hanno di usare la bicicletta in Polonia e in Italia. Ci eravamo introdotti all’argomento citando anche i mezzi  tradizionali di locomozione, bus, tram etc., ma sempre rimanendo nell’ambito urbano. Ora quindi è tempo di spendere qualche parola in più sull’altro lato della medaglia: come spostarsi tra i principali centri della Polonia, individuando le soluzioni migliori sotto il profilo qualitativo ed economico.
In aereo – Proviamo a fare un paragone. La geografia complessa dell’Italia e l’intelaiatura economica del Paese hanno consentito lo sviluppo dei voli interni non solo di Alitalia (e Airfrance) prima e di Ryanair poi, ma anche il sorgere di altre compagnie grandi e piccole, anche low-cost, da Easyjet a KLM, Aeroflot, Delta, Blue Panorama, Luxair, Airberlin e tante altre. Un po’ diverso è lo scenario in Polonia. In quanto a compagnie di bandiera, Lot non ha forse la stessa capillarità di Alitalia in Italia (in compenso sui voli internazionali presenta un discreto ventaglio di offerte), e i costi sono quelli tipici di una compagnia di bandiera – non proprio per tutte le tasche -. 166.1 Air Italy Polska Ma è sulle low-cost che il percorso è più accidentato. Sono diverse le compagnie che in questi anni non sono riuscite a sopravvivere: Polonia Airways (dismessa nel 1999), Air Polonia (2004), Direct Fly (2007), Fischer Air (2008), Bingo Airways (2014), e anche una certa Air Italy Polska, fallita nel 2012. La stessa dirigenza di Lot ha cercato più volte di sviluppare un suo alter ego low-cost, con Centralwings, Olt Express ed Eurolot, tutte durate solo pochi anni. La causa è verosimilmente legata alla maggior convenienza di altre soluzioni come treno o autobus, che vedremo tra poco. Da meno di un anno Ryanair è coraggiosamente scesa in campo con voli interni che collegano Danzica, Cracovia, Varsavia e Breslavia, e i prezzi competitivi le consentono per ora di avere una sua fetta di mercato.
In treno – Le storie ferroviarie di Italia e Polonia sembrano quasi parallele. La prima tratta italiana inaugurata fu la Napoli-Portici nel 1839, in Polonia la Wrocław-Oława nel 1842. La rete italiana conta tra pubblico e privato circa 19.700km di binari attivi (al 2015) contro i 19.400km della Polonia (al 2013). Per cause storiche prevedibili la manutenzione in Polonia ha mancato in costanza e capillarità, ma gli ultimi 15 anni hanno giovato al Paese, e il treno è ad ora una buona soluzione per muoversi. 166.2 Treni promo Nel dicembre 2014 si sono avute importanti novità sui binari polacchi, come l’adozione dei nuovi vettori Pendolino che consentono viaggi e servizi più rapidi e migliori – al momento collegano solo Danzica, Varsavia, Breslavia, Cracovia e Katowice -. Un biglietto normale è ancora abbordabile per un portafoglio medio italiano, per quelli polacchi forse leggermente meno ma rientra tra le opzioni possibili. Per i viaggi a lunga e media distanza (circa 650km e 350km) si pagano rispettivamente 189zł e 150zł. La compagnia ferroviaria nazionale PKP però si sta impegnando anche sotto questo profilo con le promozioni per gli acquisti anticipati: comprando il biglietto almeno un mese prima si possono pagare rispettivamente 98zł per coprire le distanze più lunghe e tra 49 e 59zł per quelle medie. 166.3 Treni2 Novità altrettanto importante è stata anche il rinnovamento delle principali tratte ferroviarie, prima non adatte a sopportare una velocità troppo sostenuta da parte delle locomotive. Se infatti il Pendolino (Express Intercity Premium) e gli Express Intercity costituiscono il top del trasporto su rotaia, si sono avuti dei miglioramenti sui tempi anche per le percorrenze con il TLK, che possiamo paragonare al nostro estinto Espresso. Qui non ci sono promozioni in caso di acquisto anticipato, ma i prezzi sono comunque più accessibili. La cartina affianco mostra i tempi attuali di percorrenza con Pendolino, Express Intercity o TLK, ma chi è avventuroso e non vuole sgonfiare il proprio portafoglio può assaporare ancora un pezzo di Polonia genuina e rurale con gli Interregio (IR), treni vecchiotti, rumorosi ma economici che compiono i loro tracciati – lì dove ancora si utilizzano – con tempi tuttavia soddisfacenti grazie alle poche fermate. Informazione per gli studenti: chi ha la legitymacja fornita dalla propria università polacca ha diritto ad uno sconto del 51%.
In autobus – Un paio di osservazioni sintetiche ma significative. E’ sufficiente andare nell’autostazione di un grosso o medio centro polacco per constatare che le compagnie di autobus non mancano. Tra le varie nominiamo a titolo esemplificativo Sindbad, Eurobus, Polbus e Polskibus. In linea di massima l’offerta è economicamente più conveniente rispetto a quella su rotaia, ma al di là della statistica generale secondo cui il trasporto su gomma è il meno sicuro, a volte può risentirne la comodità e il comfort in generale. 166.4 Bus Wa_Wro Nonostante la nostra allergia per le pubblicità, il dovere di cronisti ci porta a raccontare l’ingresso sul mercato da qualche anno di Polskibus che, con i suoi mezzi nuovi, moderni, puliti e dotati di wi-fi, ha portato ad una piccola rivoluzione nel Paese, tanto da essere ormai la prima opzione per molti viaggiatori, giovani e non. Oltre ai vantaggi appena elencati, l’elemento che sbaraglia la concorrenza sono i prezzi uguali o inferiori rispetto agli altri: se si è fortunati si può acquistare un biglietto spendendo, incredibile ma vero, 2zł. L’attenzione per il cliente è talmente minuziosa che in molte tratte è organizzata anche la distribuzione di un piccolo ristoro, in generale un piccolo dolce farcito e un succo di frutta o un caffè. A conti fatti con i 2zł spesi, si può dire di poter viaggiare letteralmente gratis. Fino a poche settimane fa queste cose in Italia erano fantascienza, e solo un intervento esterno ha consentito di sentire un’altra musica: la compagnia canadese Megabus ha iniziato ad operare anche nel Belpaese, con biglietti offerti a partire da 1€. Sicuramente una boccata d’aria per gli utenti, in attesa di una maggiore copertura nell’area centro-meridionale, ancora una volta penalizzata nei servizi.
In autostrada – E parlando di autobus, viene da sé anche il capitolo auto. Come sono messe le strade della Polonia? 166.5 Autostrade 1942-2003 In principio, le principali vie di comunicazione stradale erano costituite dalle cosiddette “strade espresse”, una sorta di “superstrade” che tra incroci, semafori, passaggi pedonali e tratti che fanno incursione nel cuore di alcune cittadine hanno sempre mantenuto gli automobilisti sullo stato di allerta. E il resto non è da meno con le provinciali che, sia prima che ora, sono in più di qualche occasione tortuose e con un fondo stradale nemico di ammortizzatori e pneumatici. Anche qui però ci troviamo ancora a ripetere il ritornello dei grandi progressi degli ultimi 15 anni, e il raffronto riportato in grafica tra gli anni ’70, il 2003 e il 2015 è significativo. Oramai tutti i principali centri polacchi sono dotati di autostrade già funzionanti o in via di ultimazione. Ad oggi si registrano circa 3.200km di autostrade e semiautostrade (in Italia sono 6.500km), ma tra il 2014 e il 2023 è progettata la costruzione di altri 1.770km per una spesa di 94,7 miliardi di złoty (di cui 39,2 sono fondi UE). Ulteriori 48,7mld sono destinati alla manutenzione, per un ammontare complessivo di 141,5 miliardi di złoty, parola del Ministero delle Infrastrutture. A questo dobbiamo accostare una nota forse poco lusinghiera: la Corte dei Conti europea ha comparato nel 2013 l’intero processo di costruzione di un’autostrada in Polonia, Grecia, Spagna e Germania. La costruzione di 1000m² è più economica in Germania (87mila euro) e più costosa proprio in Polonia (164mila euro). Questi dati potrebbero essere un esempio del virus della corruzione che, seppur non ai livelli italiani, greci o cechi, ha un suo spazio di movimento nel Paese. 166.6 Autostrade 2015 Finiamo con qualche informazione utile per gli amanti del volante: alcuni tratti di autostrada (una decina, per un totale di circa 200km) sono gratuiti, ma il resto è soggetto a regolare pedaggio in base alle tratte. Qualche esempio: Cracovia-Katowice (A4) 20zł; Cracovia-Rzeszów (A4) 0zł; Łódź-Varsavia (A2) 0zł; Toruń-Danzica (A1) 30zł; Poznań-Varsavia (A2) 44zł. Il pagamento può essere tradizionale, elettronico o viaToll ove possibile. E soprattutto: la velocità massima è di 140km/h, salvo condizioni del codice della strada e dei segnali stradali presenti sul tracciato. Posti di blocco e autovelox non mancano, quindi è opportuno fare i bravi per evitare spiacevoli sorprese.

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Un polacco in Italia 1 – Dalla Bassa Slesia alla Calabria

Parallelamente alle interviste che raccontano le esperienze di italiani in Polonia, oggi inauguriamo il percorso inverso, quello dei polacchi in Italia. Anche in questo caso proveremo a raccogliere storie di diverso tipo, con contesti geografici e umani che possano dare nell’insieme un panorama vario e in cui ognuno può trovare l’esperienza più interessante o più vicina alla propria situazione personale. Iniziamo con la storia di Beata che, come molti altri, è partita dalla provincia polacca (Lubin) per stabilirsi in quella italiana, e in particolare a Taurianova (RC).
165. BeataBeata, dicci brevemente di te  – Sono nata a Lubin nel 1976, dove ho vissuto e studiato fino a 19 anni. Dopo aver terminato il liceo economico mi sono trasferita in Italia. Il viaggio non dipendeva tanto da un'”emergenza economica”, quanto dalla voglia di conoscere un posto nuovo, oltre a quella di lavorare e guadagnare qualcosa.
Cosa avevi progettato? – Il progetto era di rimanere per un anno in Italia. Tramite una mia amica, avevo un posto di lavoro come badante, e quindi il mio obiettivo era di lavorare, e di approfittarne per apprendere la lingua italiana. Pensavo di tornare in Polonia, completare gli studi – prima di partire mi ero già iscritta ad un corso universitario -, e se possibile comprarmi con i soldi guadagnati un appartamento dove poter vivere per conto mio.
E invece…? – E invece il progetto non si è realizzato mai appieno perché nel frattempo ho conosciuto quello che sarebbe poi diventato mio marito. Da allora sono rimasta in Italia, tornando in Polonia solo per brevi periodi.
In particolare il caso ti ha riservato come destinazione Taurianova. Come è stato il primo impatto? – Era novembre, ma ricordo che faceva ancora caldo. Ho passato tutto il mio primo inverno con una giacchetta leggera mentre gli altri avevano dei piumoni abbastanza pesanti. Del resto per un polacco 12 gradi d’inverno non possono di certo essere definiti come “freddo”. L’altro primo impatto riguarda le persone: fino a quando non ho conosciuto davvero la lingua, avevo sempre l’impressione che le persone fossero brave e disponibili, pronte ad aiutarti in caso di difficoltà, come spesso loro dicevano. Quando poi si era presentato davvero il bisogno, sono stata costretta in parte a ricredermi, ma questo riguarda solo la mia esperienza personale.
Che lavori hai svolto? – Per rispondere a questo dovrei premettere un dettaglio legato al riconoscimento del mio titolo di studi in Italia. Il provveditorato non ha convalidato il mio diploma, valutandolo come un terzo anno di scuola professionale. Non essendoci dei corsi serali, mi sono ritrovata a 33 anni a ritornare a scuola (ragioneria) con i ragazzi. Dopo la maturità ho frequentato un corso per mediatori interculturali che mi ha permesso di creare un’agenzia sociale, dove ci occupiamo di traduzioni, accoglienza e integrazione degli stranieri. Questo ruolo mi ha permesso di operare anche all’interno della Croce Rossa come volontaria. L’anno scorso ho collaborato per cinque mesi con il canale televisivo locale SUD. La redazione giornalistica che si occupava delle notizie era formata anche da un team straniero, e ho avuto la possibilità di condurre alcuni telegiornali nella mia lingua madre! Ma questo non mi basta. Oltre a dare una mano al centro assistenza di componenti elettroniche di mio marito, ora frequento un altro corso, questa volta per operatori di rilevazione di atti discriminatori (UNAR). Tutto è organizzato dalla regione Calabria, la quale dovrebbe istituire degli osservatori e inserirci come operatori. La realizzazione di questi centri è una cosa a cui onestamente non credo molto, ma ci tengo comunque a ultimare il corso in quanto la qualifica può tornare eventualmente utile in altri contesti.
Come vedi il settore lavorativo in Italia? – Credo che dipenda dalle regioni e dai settori lavorativi. Qui in Calabria ad esempio è molto difficile in qualsiasi ambito. Prendendo ad esempio il lavoro per cui molte straniere arrivano qui, le colf e le badanti, già qui sono in poche, e di quelle che sono rimaste, alcune sono sposate e altre hanno una loro attività. In questi ultimi anni molte sono andate via a causa della concorrenza delle rumene, disposte a prendere un salario più basso. Al Nord c’è più possibilità, probabilmente perché si ha una buona opinione dei polacchi per il loro lavoro e la loro affidabilità, ma quello che ho notato io è la presenza di alcuni polacchi in alcune grosse aziende o perché laureati o per fare degli stage. Penso ad esempio alla posizione di infermiere.
Meglio l’Italia o la Polonia? – Quando sono arrivata a Taurianova nel 1995 c’era ancora la lira, e posso dire che si viveva meglio rispetto ad ora, c’era più potere d’acquisto. Anche quando avevo già i figli piccoli fare la spesa era più facile, con 200mila lire riempivi un carrello e ti bastava per tanto tempo. Ora con 100 euro puoi fare poco. In Polonia è quasi il contrario, negli anni del post comunismo lo stipendio non bastava mai. Tra i miei amici, almeno venti si sono trasferiti all’estero. Due sposini prima potevano avere difficoltà per andare avanti mentre adesso, se lavorano entrambi, si possono mantenere bene e avere due macchine (prima a fatica se poteva avere una). Insomma, con gli anni l’Italia è andata indietro mentre la Polonia ha fatto passi da gigante.
Come è stato il tuo rapporto con l’italiano? – Prima di andare a Taurianova non parlavo per niente l’italiano. Ho imparato tutto dalla vita reale, sono andata in Italia solo con un dizionario e con due libricini di conversazioni. Penso di poter dire che già dopo tre mesi potevo capire molto e parlare in modo discreto.
Il rapporto con tuo marito, divergenze o parallelismi – In realtà non c’è molto da dire. In Italia l’attaccamento alla famiglia è qualcosa che ancora c’è, e i genitori e i fratelli per mio marito sono qualcosa di fondamentale. A parte questa nota di colore, lui è sempre stato una persona abbastanza aperta, ogni volta che siamo andati in Polonia si è trovato sempre molto bene.
E come avete impostato la crescita dei vostri figli? Sono bilingue? – I miei figli parlano pochissimo il polacco, imparato soprattutto giocando con gli altri bambini in Polonia. Per questo motivo spesso mio marito mi ha anche rimproverato di esser stata troppo pigra, di non aver avuto questa predisposizione a parlargli in polacco. Ma non era una cosa facile: dopo il lavoro si è stanchi, poi spesso in casa si ricevono parenti o conoscenti, e quindi è normale parlare la lingua che la maggioranza dei presenti parla, e cioè l’italiano. Inoltre la mancanza dei nonni non è stata uno stimolo in più per apprendere in modo sistematico il polacco. Un particolare che ho notato sia con i miei figli sia con altri figli nati qui da coppie miste è che si sentono per la maggior parte italiani, pur sapendo di avere i genitori di due nazionalità diverse e pur viaggiando spesso nel secondo Paese d’origine.
E con la gastronomia cosa ci puoi dire? – Per quello che riguarda me, forse sono diventata peggio dei calabresi! La loro cucina mi piace in maniera quasi spaventosa! Però devo dire anche che, essendo andata via di casa a 19 anni, ho praticamente imparato a cucinare qui in Italia, e dunque ho imparato a cucinare soprattutto i piatti italiani. Nonostante ciò, ogni tanto emerge la voglia di gustare di nuovo i sapori dell’infanzia, e così ad esempio il brodo di pollo è una costante di ogni settimana per cui anche i miei figli ne vanno pazzi, stessa cosa per i bigos. Invece la zuppa di cetrioli la mangio solo io… in casa si limitano solo a guardarmi. Anche a mio marito non sono mai piaciute le zuppe, ma per il resto, della cucina polacca gli va bene tutto.
Lubin vs Taurianova – Una caratteristica che ho visto qui in Calabria almeno fino a poco tempo fa è una mentalità un po’ “schematica”, meno aperta rispetto alla Polonia. Se tu, donna, sei per strada e ti vedono fermarti per due o tre volte a salutare o a parlare con un uomo, può succedere che si creino delle maldicenze. Questo in Polonia non succede, probabilmente per un discorso anche culturale. Da noi la donna è più autonoma, lavora, esce, mentre qui la maggior parte delle donne sono casalinghe, e da qui nascono dei pregiudizi. Anche gli orari sono molto diversi. In Polonia di sera non trovi quasi nessuno in giro, mentre qui per le strade la vita inizia dopo le 21. Inoltre, qui la sera è normale uscire con i bambini, anche se piccoli, mentre in Polonia puoi essere visto male perché per noi i bambini ad una certa ora devono già essere a letto a dormire.
L’Italia ti ha cambiato? – Sicuramente sono cambiata nel modo di pensare o di vedere le cose. Alcuni mi dicono che ormai sono diventata italiana, ma è un concetto che rifiuto. Mi sento piuttosto di essere come sospesa tra due mondi. Apprendi usi e costumi del posto in cui vivi, ma dentro rimane sempre quel patriottismo, quella nostalgia per il tuo Paese.
Cos’è che la Polonia ha e l’Italia no? – Le salsicce affumicate! E anche più pulizia e più cura delle strade. Qui noto che gli spazi pubblici sono meno curati o alle volte anche sporchi. E a ruoli invertiti? La Polonia non ha il sole e il clima meraviglioso che vedo qui. Qui ci sono delle cose stupende, i paesaggi, bellissimi, il cibo, ottimo.
Quindi il futuro è ancora in Italia – All’inizio, quando io e mio marito abbiamo deciso di formare una famiglia, non avevamo dubbi: volevamo restare in Italia perché la situazione di allora era molto diversa da adesso. Dopo diversi anni ho pensato tanto di tornare in Polonia, ma ho deciso di rimanere qui per i miei figli, già troppo grandi per strapparli dall’Italia e catapultarli in un nuovo mondo. Penso di essere stata fortunata perché grazie anche al mio carattere e alla famiglia di mio marito ho avuto la possibilità di integrarmi più che bene all’interno della società. Poi, certo, noi stranieri abbiamo sempre il vizio di mettere a confronto due culture – sicuramente capita anche a voi italiani in Polonia -, e se proprio devo trovare qualcosa che ho lasciato in Polonia e che non ho trovato in Italia, è l’amicizia vera, quella genuina e profonda, mi manca quel dire “amica” nel vero senso della parola, non nel senso generico che usano spesso gli italiani.

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Lingua polacca – 15. La data e l’ora

Con la lezione di oggi ci occupiamo di un aspetto che può apparentemente sembrare banale, ma su cui è utile sapere qualche importante dettaglio grammaticale sia per parlare correttamente e sia per capire quel che sentiamo senza rimanere con un grosso punto interrogativo disegnato sopra la nostra testa. Ciò che ci serve conoscere per esprimere data e ora sono i numeri e i mesi dell’anno, cose già viste in passato e di cui – niente paura – vi riporteremo i link per una veloce ripetizione.
164.1 CalendarioIniziamo con la data (“Quanto ne abbiamo? ” -> “Który dzień mamy? “; “In che giorno…? -> “Którego dnia…?” oppure “W którym dniu…?”), e in particolare con una breve infarinatura teorica sul come esprimere la data completa (giorno + mese + anno). Premettendo che in polacco il giorno è sempre indicato con i numeri ordinali, è bene sapere che il più delle volte una data in una frase ricopre il ruolo di complemento di tempo, ovverosia risponde idealmente alla domanda “quando?”: in polacco si risponde sottintendendo “nel giorno” e declinando giorno, mese e anno al caso genitivo – finali rispettivamente in -ego, -a e -ego (dal momento che operiamo una specificazione). Anche per l’anno si usano i numeri ordinali. Traducendo il tutto con un esempio pratico, se vogliamo indicare quando si è giocata per l’ultima volta una partita di calcio Italia-Polonia, in italiano diciamo “l’undici novembre duemilaundici”, ma in polacco letteralmente suona come “(nel giorno) dell’undicesimo di novembre dell’anno duemilaundicesimo” -> “jedenastego listopada dwa tysiące jedenastego roku”. Il genitivo dunque si ha quando si cita una data per specificare quando un azione si svolge (ripetiamo, parliamo di data provvista del giorno). Tuttavia in una frase una data può ricoprire il ruolo di soggetto, e in tal caso la grammatica ci permette due scenari: possiamo usare la stessa logica di specificazione (e quindi il genitivo appena spiegato), ma possiamo anche citare il giorno al caso nominativo mentre mese ed anno rimangono al genitivo poiché costituiscono sempre una specificazione. Un esempio: “Il 20 febbraio 2002 è palindromo” -> “Dwudziestego (oppure Dwudziesty) lutego dwa tysiące drugiego roku jest palindrom”.
Se andiamo oltre la rigida struttura della data completa e ci limitiamo alla citazione di solo uno o due elementi, è bene ricordare alcuni scenari in base ai quali si adoperano declinazioni differenti. A) Come spiegato pocanzi, per indicare il giorno, possiamo di fatto usare sempre il genitivo (“il 10” -> “dziesiątego”) o tuttalpiù il nominativo se è soggetto. B) Per indicare un mese o un anno, se sono complemento di tempo si usa il caso locativo – finali in -u e in -im/-ym (“ad aprile”, “nel 1983″ ->”w kwietniu”, “w tysiąc dziewięćset osiemdziesiątym trzecim”), mentre si usa il nominativo se sono soggetti della frase (“Questo luglio sarà molto caldo” -> “Ten lipiec będzie gorący”; “Il 1920 è il mio anno preferito” -> “Tysiąc dziewięćset dwugesty jest mój ulubiony rok”). C) Se si cita giorno+mese o mese+anno, il secondo elemento sarà sempre declinato al genitivo, mentre il primo segue le logiche descritte finora in base al loro ruolo di complemento di tempo o di soggetto. D) Chi segue le nostre lezioni già sa che per indicare un arco di tempo (“da…a…” -> “od…do…“) si usa il genitivo. Questo vale sia per i giorni che per i mesi e gli anni, anche se si cita solo uno di questi elementi: “dal 2 al 9” -> “od drugiego do dziewiątego”; “da gennaio a giugno” -> “od stycznia do czerwca” (segnaliamo che febbraio – “luty” – è l’unico ad avere un suffisso diverso al genitivo: “lutego”); “dal 1945 al 2004” -> “od tysiąc dziewięćset czternastego piątego do dwa tysiące czwartego roku”.
 164.2 zegarAdesso invece parliamo dell’ora. Anche qui partiamo con alcuni punti teorici. Per indicare i minuti si usano i numeri cardinali, come in italiano, mentre per le ore (femminili) si usano i numeri ordinali (esempio: h.11:10 -> jedenasta dziesięć – “l’undicesima e dieci”); a differenza dell’italiano, il formato orario usato in polacco è di 24 ore, e non di 12 (18:20 raramente viene espresso con “sei e venti”, ma proprio come “diciotto e venti”). Così come da noi, esiste un registro linguistico ufficiale/formale – ad esempio in stazioni, aeroporti, istituzioni, etc. – e uno più colloquiale/informale. Il registro formale è decisamente più semplice dal momento che è sufficiente usare per ore e minuti rispettivamente i numeri ordinali e cardinali, come nel primo esempio fornito poco fa. Se si vuole usare un registro informale invece bisogna ricordare qualche dettaglio in più dacché la struttura della frase ricorda quella inglese, ovvero: 1) si indicano sempre prima i minuti e poi l’ora; 2) dal minuto 1 al minuto 25 si “aggiungono” i minuti all’ora già scoccata (8:10 -> dziesięć po ósmej – “10min dopo le 8”; 19:20 -> dwadzieścia po dziewiętnastej – “20min dopo le 19”), mentre dal minuto 30 si opera per “conto alla rovescia” (10:35 -> za dwadzieścia pięć jedenasta – “tra 25min le 11”); 20:50 -> za dziesięć dwudziesta pierwsza – “tra 10min le 21”); 3) esistono delle espressioni comunemente usate al posto dei numeri: le dieci e un quarto -> kwadrans po dziesiątej; le dodici e mezzo -> pół do trzynastej (“mezz’ora alle 13”); le venti meno un quarto -> za kwadrans dwudziesta; mezzanotte -> północ; mezzogiorno -> południe.
Tutti gli esempi riportati rispondono di fatto alla classica domanda “che ore sono?” (“która jest godzina?“), e a cui si può rispondere anteponendo all’orario la formula “jest…” (“sono le…“) – non obbligatoria. Se si usa il registro formale si usa il nominativo sia per le ore che per i minuti, e quindi non ci sono problemi di declinazioni. Ma qualche occhio attento – e qualche neofita – ha sicuramente notato che in alcuni dei nostri esempi le ore vengono declinate: si tratta del caso locativo (per le ore la finale è sempre in -ej), e lo si usa quando c’è la preposizione “po“. Stessa cosa anche quando si risponde alla domanda “a che ora…?” (“o której godzinie…?“): alle 7; alle 23 -> o siódmej; o dwudziestej trzeciej. Attenzione: usiamo la preposizione polacca “o” solo se citiamo l’orario partendo dall’ora (alle 6:10 -> o sióstej dziesięć); se infatti iniziamo con i minuti, non la usiamo (alle 10:25 -> dwadzieścia pięć po dziesiątej; alle 14:50 -> za dziesięć piętnasta).
Tenendo a mente queste accortezze i polacchi saranno scioccati dalla nostra accuratezza linguistica, ma se vogliamo sfiorare la perfezione, aggiungiamo tre dettagli ulteriori: 1) Oltre al comunicare l’ora e al dire a che ora si svolge qualcosa, può essere necessario indicare “per che ora” un’azione ha luogo (“na ktorą godzinę“). In questo caso le ore si declinano all’accusativo – finale in –ą: “Na ktorą godzinę zamawiam pizzę?” “Na czternastą dwadzieścia” -> “Per che ora ordino la pizza?” “Per le 14:20” (anche qui, se si indica l’orario iniziando dai minuti, non si usa la preposizione – dwadzieścia po czternastej); 2) Confermiamo che anche le ore si declinano al caso genitivo con le preposizioni da…a -> od…do… (“lavoro dalle 9:00 alle 17:00” -> “pracuję od dziewiątej do siedemnastej”); 3) A proposito di preposizioni facciamo notare che in italiano, se si indica un orario di fine ma non uno di inizio, è necessario dire “fino alle…” (lavoro fino alle 17:00) in quanto la sola preposizione “alle…” dà alla frase un significato diverso: in polacco questa dicotomia non esiste in quanto abbiamo appena visto che “alle…” si traduce con “o…”. Di conseguenza, per dire “fino alle…” si può usare la traduzione precisa “aż do…” ma può tranquillamente bastare la sola preposizione “do“.
Ora siete pronti a bombardare senza tregua i vostri amici con una sfilza di date e orari.

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Biciclettare in Polonia? Alcuni dati

Come riscontrato tante volte in passato, tra Polonia e Italia si possono osservare dei curiosi parallelismi essendo entrambi dei Paesi divisi in due al loro interno sotto vari aspetti, in politica (vota la metà della popolazione, la quale metà a sua volta è spaccata in due), in mentalità e cultura (in Italia Nord vs Sud, in Polonia Est vs Ovest), nelle lingue (entrambe complicate nelle loro eccezioni e declinazioni/preposizioni), nelle contraddizioni interne tra accoglienza e omo/xenofobia, e in quelle tra natura e inquinamento (da una parte foreste e paesaggi meravigliosi, e dall’altra le emissioni tossiche emesse da industrie, auto e carbone – ricordate questa mappa?). Con i mezzi di trasporto si possono spendere allo stesso modo un paio di osservazioni, avendo bus e tram efficaci e puntuali in alcune città a far da contraltare a ritardi o obsolescenze in altri centri. Anche sui treni la Polonia sta facendo diversi passi in avanti con la modernizzazione delle principali tratte e l’adozione dell’italianissimo Pendolino che hanno sensibilmente ridotto i tempi di viaggio tra i principali centri (Varsavia, Cracovia, Danzica, Gdynia, Katowice, Stettino, Poznań…). Stesso discorso sulla rete stradale, dove si è un po’ ridotta la necessità di dover guidare sulle mitiche “autostrade dell’Est” provviste di semafori, strisce pedonali e incroci.
E con le biciclette come siamo messi? Se volessimo riassumerla in una frase, diremmo che in questo settore in Polonia si sta mantenendo una certa sostenibilità rispetto agli altri stati, con una tendenza alla modernizzazione e alla sensibilizzazione sociale, e l’insieme dei dati disponibili sembra confermare questa sensazione. 164.1Partiamo con un dato propedeutico fornito dalla Copenhagenize Design Company, che stila ogni due anni una top20 delle principali città mondiali più ospitali verso l’universo delle due ruote a pedali. Due giorni fa è stata pubblicata la nuova graduatoria sulla base di 122 città. Un’analisi complessa – sottolineano – dacché si tiene conto di ben tredici fattori, tra cui infrastrutture, sicurezza, facilities, sostegno pubblico, cultura sociale, piani urbani, politiche, accettazione sociale e gestione del traffico automobilistico. Purtroppo qui non c’è molto che ci riguarda visto che Italia e Polonia non sono pervenute nelle posizioni alte, ma sarebbe costruttivo leggere sul loro sito le rilevazioni fatte su Ljubljana, Buenos Aires o Minneapolis, città che mai avremmo detto essere così amiche della bicicletta.
Per avere un dato focalizzato sull’Unione Europea, invece, la European Cyclists’ Federation elabora una classifica simile considerando non le città ma bensì gli stati nel loro insieme. 164.2 L’obiettivo ambizioso è di fornire dei dati corrispondenti alla realtà cercando di uniformare i valori che i vari Paesi hanno estrapolato singolarmente. Per far ciò si tiene conto di cinque parametri: modi di ripartizione locomotoria, sicurezza, cicloturismo, mercato ciclistico e sostegno pubblico, e i risultati del 2015 sono senza dubbio interessanti. In vetta, la Danimarca scalza l’Olanda, che precede Svezia e Finlandia (perfino sulle piste ciclabili la Scandinavia è tra i migliori). A seguire, Germania, Belgio e le sorprendenti Slovenia e Ungheria. La neo-entrata Croazia si piazza al 16° posto a precedere proprio l’Italia che, rispetto al 2013, cala di due posizioni. Come si vede, tra i cosiddetti stati “occidentali” siamo ancora in fondo, meglio solo della Spagna che comunque migliora di ben cinque posti rispetto a due anni fa. La Polonia non è di certo messa meglio, relegata al 20° posto, ma se si considera l’ingresso della Croazia e la generale sensibilizzazione nell’intera UE con la creazione di nuove piste ciclabili, la posizione polacca è segno quantomeno di una sufficiente sostenibilità, non facendosi superare da altri stati in termini di quantità, sicurezza e attenzione da parte delle amministrazioni locali.                                                                                                                                                         Al di là di queste classifiche, è utile sapere anche in numeri di cosa parliamo. Legambiente, in collaborazione con la Onlus Fiab, ha calcolato nel 2011 il Modal Split in Italia, ovvero la ripartizione locomotoria dei cittadini (a piedi, in macchina, con i mezzi pubblici, etc.), e ha constatato che in grandi città come Roma, Genova, Napoli e Palermo, lo spostamento in bici è pressoché scarso, e anche a Milano e Torino si fatica ad avere una percentuale minima di “cultura ciclabile”. Paradossalmente sono alcune città minori ad avere un tasso superiore all’ideale, stimato  al 15%: Piacenza è al 33%, Bolzano al 29%, e poi Pesaro (28%), Ferrara (27%), Prato (23%)… Un feedback positivo arriva anche da Mestre, Lodi, Modena, Padova, e in generale da Trentino, Veneto, Emilia Romagna, Toscana e Marche.
164.3 In quanto a chilometraggio i nomi delle città non cambiano: per fare un paio di esempi, Reggio Emilia costituisce un fiore all’occhiello con i suoi 175km di piste, Parma ne ha 87, Bolzano 72. Resta il fatto che l’Italia al 2011 – ultimo dato disponibile – ha nel complesso 3.298 chilometri di piste ciclabili urbane, l’equivalente di tre città europee come Stoccolma, Hannover e Helsinki; un terzo dei capoluoghi del Belpaese non ha affatto o ha solo piccolissimi spezzoni di percorsi ciclabili. In Polonia il discorso per le grandi città cambia decisamente, e basta osservare la graduatoria qui affianco per capirlo: il processo di modernizzazione del Paese include le piste ciclabili, spesso facili da creare anche in centro dacché si sfruttano i larghi spazi urbani – strade e marciapiedi – lasciati dall’epoca comunista. Anche qualora lo spazio non fosse sufficiente, spesso le piste ciclabili si disegnano affianco alle carreggiate del traffico automobilistico a conferma che, dopotutto, le amministrazioni comunali tengono in considerazione quest’aspetto della locomozione. In altre parole, quest’evoluzione polacca sembra essere – o almeno si spera – l’inizio di un progresso sociale, e del resto in chiave turistica il Paese sta puntando a voler apparire e diventare una sorta di Olanda del Centro-Est, con la sua natura, i suoi paesaggi e i numerosi campi di tulipani e colza, possibilmente da ammirare in sella ad una bicicletta.
Come ultima curiosità, è bene dire che le campagne di sensibilizzazione locali, nazionali ed europee non mancano, e sotto quest’aspetto sia Italia che Polonia si mostrano molto più attive per sopperire alle rispettive lacune, infrastrutturali o culturali che siano. La European Cycling Challenge promuove e realizza nel maggio di ogni anno una sfida tra ciclisti urbani delle città europee, in cui chi totalizza più chilometri vince. E’ sufficiente scaricare l’applicazione per smartphone Cycling365 e tracciare i propri spostamenti purché all’interno di aree urbane e non come allenamento sportivo. Nel maggio appena terminato si è avuta la quarta edizione dell’evento, i cui risultati (estremamente dettagliati) sono stati pubblicati due giorni fa: 39 squadre cittadine hanno percorso un totale di oltre 2 milioni e 59mila chilometri. Il podio è tutto colorato di biancorosso, con Danzica, Breslavia e Varsavia ad aver totalizzato rispettivamente 451.533, 334.462 e 193.556 chilometri. Subito dietro si piazza Roma con 179.914 chilometri. Tra le migliori 10 anche Łódź, Padova e Bologna. Insomma, chi un modo e chi in un altro, si cerca di incentivare l’uso della bicicletta come mezzo economico, salutare e non inquinante. E mentre nei vari capoluoghi polacchi si continua con l’installazione di nuove piste ciclabili, in Italia, e precisamente a Roma, aspettiamo per il Giubileo del 2016 la realizzazione del cosiddetto GRAB, ovvero il Grande Raccordo Anulare per Bici, un anello che attraversa le zone più suggestive della capitale. Se divenisse realtà sarebbe la pista ciclabile più lunga del mondo, con i suoi 44,2km. Ma siamo in Italia, quindi il condizionale è d’obbligo.

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Un italiano in Polonia 3 – Vita da studenti

Torniamo ad occuparci di esperienze di italiani in Polonia attraverso la storia di Maria Teresa, che ha scoperto Varsavia grazie ai suoi studi universitari. Per i futuri Erasmus e Leonardo che hanno scelto quest’angolo del pianeta è una buona occasione per farsi un’idea su un soggiorno studentesco in loco e per scoprire se anche una giovane ragazza italiana può sopravvivere in un posto come questo. Vediamolo insieme.
Maria TeresaMaria Teresa, presentati ai nostri lettori. Sono una ragazza di 26 anni della provincia di Brindisi, Attualmente sono alla ricerca di un lavoro, un altro, di nuovo, una vera e propria odissea! Nel 2011 ho conseguito il diploma di laurea in Comunicazione Linguistica Interculturale, studiando inglese e spagnolo, e subito dopo, tra l’incertezza post laurea e la vincita di una borsa di studio, mi sono buttata a capofitto in un master post laurea in Management del Turismo, terminato nel marzo 2013.
Com’è stato il primo impatto con la Polonia? Per quanto tempo ci sei stata? Mai nella mia vita avrei detto che avrei vissuto per qualche mese in Polonia, quattro per l’esattezza. Questa scelta, o forse sarebbe meglio chiamarla esperienza, era già prevista dal mio percorso di studi poiché si trattava di un master internazionale di interateneo articolato in diverse città. Quando cominciava a concretizzarsi l’idea di trasferirmi a Varsavia i mille luoghi comuni e tutti gli stereotipi del caso sono affiorati in un battibaleno. Come saranno i polacchi? Sono davvero delle persone fredde? E come farò con la lingua? E sopravvivrò a tutto quel freddo? Inutile continuare con l’elenco, mi farei e vi fareste solo grasse risate! Arrivata in Polonia sicuramente una cosa corrispondeva alle mie fantasie: la neve! Per una ragazza proveniente dal Sud Italia – dove la neve è un vero e proprio evento – tutto quello spettacolo non era affatto male, e in più il clima invernale polacco mi ha fatto rivalutare anche la mia concezione di “freddo”. Insomma, il tempo trascorso a Varsavia, da febbraio a giugno 2012, mi ha fatto ricredere su tutto!
Come hai cercato casa? L’istituto organizzatore del master ci aveva fornito una lista di siti che potevamo consultare, ma si trattava più che altro di agenzie a cui avremmo dovuto pagare le spese del servizio. Così all’inizio mi appoggiai in un appartamento che alcuni miei compagni del master avevano preso in affitto in attesa dell’arrivo del loro coinquilino, e nel frattempo, volendo vivere appieno l’esperienza convivendo con gente del luogo, cercai su internet una stanza in cui abitare, trovandola dopo circa una settimana.
Come ti è sembrata Varsavia? In quei quattro mesi ho vissuto nella capitale, che probabilmente non è proprio il riflesso genuino dello spirito polacco ed è – a detta di alcuni – troppo occidentalizzata. A questo ci aggiungerei anche il triste passato che ha voluto questa città completamente rasa al suolo e che ricostruendosi ha assunto un carattere meno verace – per quanto affascinante -, conservando la parte più genuina in alcune zone più periferiche della città. Prendendo la metro e scendendo alla fermata Centrum ti accorgi come tutto intorno a te è completamente nuovo, grande, moderno! Grattacieli, negozi e hotel a cinque stelle sono le costruzioni che saltano agli occhi e che circondano Pałac Kultury i Nauki, ovvero per noi il Palazzo della Cultura, un “regalo” da parte di Stalin per la popolazione polacca. Per poter vedere la parte “antica”, che poi antica non è poiché completamente ricostruita dopo la Guerra, c’è la città vecchia, Stare Miasto. Patrimonio storico dell’umanità, è la parte più caratteristica e anche più turistica della città con il castello reale, la piazza con la sirena – simbolo della Polonia – e tutte le stradine che percorrono questa zona e portano fino al fiume Vistola che taglia in due la città. Porto con me strade, musei, colori, profumi, e tutto ciò che per quei quattro mesi ha fatto parte della mia vita.
Hai visitato anche altri posti? Ho avuto modo di viaggiare un po’ visitando Cracovia, Danzica e Sopot. A differenza della capitale, queste città mi hanno colpito per la loro tipicità. Si può dire che probabilmente rispecchiano di più lo spirito polacco e che guardandosi intorno si può leggerne la storia. Del resto Cracovia o Kraków, per la sua storia e la sua ricchezza culturale, rappresenta una delle maggiori destinazioni polacche per i turisti. Il tempo trascorso in questa splendida città è stato poco ma mi ha permesso comunque di girovagare per il centro storico, per la Piazza del Mercato e perdermi nel palazzo dove c’è il mercato dei tessuti. Visitando Danzica e Sopot ho potuto vedere invece la realtà del Nord e posso dire di non essere stata delusa. Anzi! Danzica, con i suoi palazzi, la Via Reale e con il fiume Motława, mi ha lasciato un bellissimo ricordo, e Sopot mi ha fatto ricredere sull’idea che i polacchi non vanno al mare… certo, il Baltico è un po’ gelido, e sono riuscita a bagnare solo i piedi mentre al contempo vedevo persone fare anche il bagno! Insieme a questi bei ricordi porto anche quelli molto più forti della visita ad Oświęcim, da noi conosciuta con il nome tedesco di Auschwitz. Al ritorno da questi viaggetti ho riflettuto su quanto l’influenza occidentale sia molto forte nella capitale, dove per trovare uno spirito più locale devi attraversare il fiume Vistola e immergerti in quartieri come quello di Praga, mentre mi pare che le altre città mantengano un’identità più locale.
Qualche aneddoto curioso o qualche osservazione? I quattro mesi trascorsi a Varsavia sono stati molto intensi. Ho visitato quasi tutta la città e una delle cose più belle è stata vedere la faccia soddisfatta delle persone che sono venute a trovarmi dall’Italia. Nel visitare la città, sui loro volti si leggeva la stessa espressione sbalordita mista a piacere, ricredendosi sulla loro dose di pregiudizi. Ho avuto occasione di uscire molto e conoscere nuove persone. Inoltre, il mio periodo di permanenza ha coinciso con gli Europei di calcio, e imparare i cori polacchi e cantarli è uno dei ricordi che ancora oggi mi fa sorridere! Non dimenticherò mai per esempio, quando dopo una partita giocata dalla Polonia io e un gruppo di italiani facemmo amicizia, non ricordo neanche come, con un gruppo di polacchi. Passammo tutta la nottata insieme a ridere e divertirci senza nessun problema di sorta. Per il resto, la Polonia mi sembra un Paese in crescita, con una grande voglia di riscatto, e Varsavia poi è una città in fermento, in continuo movimento, come i lavori per la seconda linea della metro iniziati proprio durante il mio soggiorno. Inoltre ho avuto l’impressione che ci siano molte possibilità per i giovani – uno dei miei docenti aveva qualche anno in più di me!
Quali tratti caratteristici dei polacchi hai notato? Sono diversi dagli italiani? Sin dai primi giorni ho potuto notare come in realtà non sono chiusi come noi immaginiamo, o almeno come me li immaginavo io. Sono aperti, socievoli, pronti a darti una mano, sono lontani dagli stereotipi che avevo prima di partire! In una cosa forse siamo diversi, ma riguarda lo stile di vita. Mi baso sull’esperienza fatta nella capitale: tutto mi sembrava molto accelerato, con orari diversi a quelli a cui ero abituata in Italia. Spesso i nostri professori polacchi ci riprendevano per il nostro italian style e del nostro fare molto tranquillo. Loro infatti sono molto puntuali, e se c’è una cosa che ho imparato stando lì è proprio questa.
Hai citato prima la parola “stereotipi”. Qualcosa da dire sugli stereotipi che noi abbiamo dei polacchi? Per quel che mi riguarda, gli stereotipi e i luoghi comuni sui polacchi sono spariti credo dopo meno di 24 ore a Varsavia. Tutto quello che avevo  immaginato o le cose che siamo abituati a pensare  non corrispondono poi alla realtà. Non sono chiusi, rigidi, sostenuti o mal disposti, poco confidenziali. Credo che il loro sembrare sostenuti all’inizio sia frutto solo di un retaggio culturale.
La Polonia è ospitale e “friendly” anche per una giovane ragazza? Come si comportano gli uomini? Lo è senz’altro, l’accoglienza e l’ospitalità mi hanno fatto stare benissimo, e gli uomini polacchi a mio giudizio sono molto gentili. Ho avuto un primo contatto proprio mentre cercavo la stanza da prendere in affitto, chiedendo indicazioni in strada ad un signore sui 50 anni che si offrì perfino di accompagnarmi. Ovviamente avevo il dubbio se lo facesse per qualche secondo fine o perché era gentile di suo, e in effetti si rivelò giusta la seconda ipotesi. Subito dopo, anche il ragazzo che abitava nella casa che visitai fu altrettanto gentile nell’offrirmi tutto ciò che di commestibile aveva in casa e nel raccontarmi la sua idea di apprendere l’italiano. Per chiudere, alla fine del soggiorno polacco ci fu una situazione molto bella e divertente con il proprietario della casa in cui nel frattempo mi ero trasferita che, per salutarci, regalò a noi inquilini una bottiglia di vino.
C’è qualcosa che l’Italia non ha e la Polonia sì? Cosa invece a ruoli invertiti? La puntualità dei mezzi di trasporto polacchi mi ha lasciato senza parole! Così come anche le offerte e gli sconti per i giovani per biglietti dei treni e abbonamenti vari. Probabilmente molto dipende dalla loro valuta, ma il pensiero di pagare un abbonamento mensile  con sconto studenti 40zł (circa €10,00) penso di non averlo mai visto in vita mia.
Hai mai pensato di trasferirti in modo definitivo? Nell’ultimo periodo trascorso a Varsavia ho pensato più volte di restare lì. Mi sentivo come a casa e non ho mai avuto un momento di esitazione quando mi chiedevano: “ma tu ci vivresti? O ci ritorneresti?”. La mia risposta era sempre: “Sì!”, e infatti mi misi alla ricerca di uno stage proprio in Polonia. La vita però è imprevedibile, e per quanto ci si impegni a fare quello che si vuole, a volte si è costretti a prendere un’altra direzione, e dopo un paio di mesi mi sono ritrovata a fare il tirocinio in Spagna. La Polonia però non è rimasta molto lontana da me visto che una delle mie coinquiline era polacca, con lei ho condiviso quasi tutti i momenti più belli di quel periodo ed è diventata una persona molto importante per me. Attualmente non so dove vivrei, è un periodo così incerto che la scelta di un’altra città in cui trasferirsi penso dipenda più da fattori esterni che da scelte personali. Non faccio certo mistero della nostalgia per la Spagna, ma tornerei volentieri anche in Polonia.
Ci faresti un paragone tra Spagna, Italia e Polonia? Sono stata in Spagna, a Santiago de Compostela, da gennaio a luglio 2013 per lo stage cui accennavo prima. Stando lì e confrontandomi quotidianamente con persone del posto ho potuto vedere come realmente il Paese stia attraversando un periodo di profonda crisi economica. Vedere giorno dopo giorno l’aumento di licenziamenti e della gente per strada, cosi come la riduzione degli stipendi mi ha fatto realizzare quanto sia difficile questo momento per gli spagnoli. La situazione in realtà non differisce molto da quella in cui versa lo stato italiano attualmente: una profonda crisi che sta mettendo in ginocchio tutto il Paese. L’opportunità di vivere anche in Polonia mi ha fatto vedere come invece quest’ultima nazione sia in crescita, un Paese che sta avanzando e non retrocedendo come invece mi pare stia accadendo alla Spagna e all’Italia.
Stai cercando lavoro solo in Italia, oppure sondi anche il terreno estero? Polonia e Spagna sono tra queste? Sto cercando lavoro in ogni dove! Sono ritornata a luglio 2013 in Italia con il proposito di cercare un lavoro qui e di frenare per un po’ la mia voglia di fare la girovaga. Quest’intenzione è sfumata molto in fretta, perché purtroppo ad oggi non ho ancora trovato un lavoro che mi permetta di mantenermi, e l’esperienza come mediatrice culturale in un centro immigrazione per rifugiati e richiedenti asilo è durata solo pochi mesi. Per ora mi arrangio facendo dei piccoli lavoretti di traduzione, impartendo ripetizioni private, o partecipando a corsi di formazione e cose di questo genere, ma ho di nuovo messo in ballo il discorso “estero” come soluzione a questo problema, valutando la Polonia, la Germania, il Regno Unito e qualsiasi altra nazione. Diciamo che attualmente il posto non fa molta differenza, vorrei solo trovare un lavoro e poter finalmente iniziare a costruire qualcosa. Mi fa rabbia pensare che poterlo fare qui a casa mia sia molto difficile ora come ora. Forse perché fino a qualche tempo fa la scelta di andare fuori era realmente spontanea mentre ora mi sento costretta, obbligata, a scegliere un’altra strada per andare avanti.

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L’immigrazione in Italia

Qualche settimana fa abbiamo fatto una serie di osservazioni e analisi sull’emigrazione italiana in Polonia, constatando lo stridente contrasto tra l’esaltazione del fenomeno da parte di certi mass-media e i dati ufficiali. La realtà italiana in Polonia è in aumento (così come negli ultimi 15 anni), ma confrontando questi numeri con quelli di chi è andato nel resto del mondo, rimane pur sempre una meta limitata più di quanto si vorrebbe far credere. Oggi invece daremo un’occhiata al fenomeno inverso, l’immigrazione in Italia, un tema di estrema attualità, di cui si sente tanto parlare su TV e giornali, ma di cui forse non conosciamo appieno le reali dimensioni.
Introduciamoci nel tema con un dettaglio più vicino alle nostre curiosità quale la comunità polacca in Italia: l’ultimo censimento disponibile è quello Istat relativo al gennaio 2014 e parla di 97.566 polacchi residenti. Dallo storico degli ultimi anni si rileva una curiosa e anomala diminuzione nel 2012, ma l’istituto di statistica non precisa quanto abbia inciso la partenza dei polacchi dall’Italia e quanto la concessione della cittadinanza italiana in quell’anno a chi l’aveva richiesta o ne aveva diritto.
161.1 Polacchi in Italia
 Quest’eccezione sembra confermare che in realtà il flusso di polacchi verso l’Italia sia sempre continuato a scorrere. Allargando la questione all’intero comparto straniero in Italia, l’ultimo rilevamento della fondazione Ismu del gennaio 2014 parla di circa 5,5 milioni di stranieri nello Stivale (inclusi gli irregolari, stimati intorno ai 560.000), pari al 9,1% dell’intera popolazione. Al netto degli irregolari, l’Istat sottolinea come negli ultimi dieci anni ci sia stato un aumento molto consistente dell’immigrazione, complici anche l’allargamento della zona Schengen e le maggiori instabilità politico-sociali in giro per il mondo. Tra le comunità più numerose si conferma quella rumena, seguita da albanesi, marocchini, cinesi e ucraini.
161.2 Immigrati in Italia 2014Questi ultimi dati ci danno il “la” per rivalutare una serie di dati che spesso in Italia qualcuno maneggia a proprio piacimento per dei tornaconti in termini di consenso o affari. Prima su tutte, la tesi secondo cui il Belpaese sarebbe vittima di una vera e propria invasione: secondo i volumi registrati e riassunti nel rapporto Eurostat del 2013, Gran Bretagna, Spagna e Germania accolgono più immigrati di quanti ne ospiti l’Italia, che è allo stesso livello della Francia. Se oltre a questo prendiamo in considerazione anche il rapporto rispetto al totale delle popolazioni nazionali scopriamo che l’Italia risulta meno “invasa” anche rispetto a Belgio, Irlanda, Austria, Estonia e Lettonia. Interessanti sono anche alcuni numeri ricavati dal Ministero dell’Interno tramite l’Unhcr: in tutto il 2014 sono stati in 170mila ad approdare sulle coste italiane dal Nord-Africa, e la metà di loro provengono da Eritrea, Siria, Somalia, Mali e Gambia, ovverosia Paesi martoriati da guerre civili e atrocità varie di cui purtroppo nessuno parla. Ma a far riflettere ancora di più è che su questi 170mila sono state presentate solo 63.600 domande di asilo: una fetta cospicua del resto migra verso altri Paesi europei, mentre solo una minima parte vive nel limbo dell’irregolarità e delle attività illegali e/o criminali. Un altra valutazione da rivedere è quella sulla presenza Rom, una comunità che in Italia rappresenta solo l’1,1% degli immigrati: l’associazione “21 Luglio” ne ha censiti 150.000 nel 2014 di cui la metà italiani, e dettaglio di non poco conto, la comunità Rom in Italia è tra le meno numerose d’Europa. Insomma, come detto prima, una certa (non)comunicazione offerta da politica e mass-media offusca quell’incrocio di dati che aiuterebbe a capire qualcosa in più su ciò che ci circonda, creando invece un divario tra soggettivo e oggettivo. Proprio nella percezione soggettiva della realtà (che suggeriamo di rileggere non fermandosi solo ai grafici) avevamo esordito con la percezione dell’immigrazione, mentre nel finale parlavamo di malainformazione, di coscienza delle priorità, di pregiudizi e della teoria dell'”ignoranza razionale“.
Attenzione a questo punto a non cadere nella trappola dell’alternativa tout-court “pro” o “contro”: con questi dati non stiamo sostenendo che il fenomeno dell’immigrazione non stia creando problemi o che è possibile ancora accogliere stranieri come se niente fosse, ma abbiamo solo cercato di fare quel che una giusta informazione dovrebbe fare e non fa, ovvero fornire ai cittadini i pezzi di un puzzle in modo tale da consentirne una composizione più corretta e più vicina alla realtà: avete visto come sia bastato un semplice incrocio di dati ad attestare diversi Paesi con più immigrati rispetto all’Italia per capire che il nostro Paese non è preda di un’invasione biblica. Legittima sarebbe l’obiezione di qualche irriducibile: “come spiegare quindi scippi, rapine e scempiaggini varie che si ascoltano in TV?”. Un cantautore di un gruppo rock contemporaneo recita: “Non c’è volontà di comprendere, e questo corrompe la società, cui riesce più semplice credere che i buoni son qua e i cattivi là“: per quanto sia necessaria una standardizzazione nella gestione dei flussi migratori, ci vuole anche un po’ di autocritica e non dare sempre e solo colpa allo straniero. Lo straniero (o meglio, alcuni di essi) sfrutta solo la disorganizzazione amministrativa italiana. Se in una scuola il maestro sonnecchia e legge il giornale, sarà difficilissimo vedere un alunno che di sua spontanea volontà stia seduto sul banco e studi; sarà più facile invece che giochi con il compagno di banco, che faccia le linguacce e che rubi il compasso al compagno secchione. E’ necessario quindi un maestro attento, che insegni la sua materia ma sempre conservando la sua umanità e disponibilità: solo così gli alunni saranno portati ad imparare e a sviluppare un comportamento virtuoso. Questo in Italia inizia a mancare da troppo.

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Gli Juwenalia: studenti e città in festa

Se a maggio ci si trova in Polonia, è difficile non leggere o non sentir parlare di Juwenalia. Se si frequenta un’università, poi, è semplicemente impossibile. Con questa parola si indica un periodo festivo per gli studenti – generalmente una o due settimane – fatto di eventi sportivi, culturali e musicali organizzati principalmente dagli stessi universitari, ma a cui in realtà possono partecipare tutti, studenti e non.
Sulle origini, è necessario guardare indietro fino ai tempi dell’Impero Romano del rivoluzionario Nerone, il quale affiancò ai Saturnalia – festa a cui potevano partecipare anche gli schiavi – un qualcosa di più fastoso ed elitario, in puro stile greco: nacquero cosi gli Iuvenalia, ovvero i “giochi della gioventù”, dove erano organizzati spettacoli scenici in un teatro privato eretto in un giardino equestre. Lo spirito degli Iuvenalia si riprese all’Università Jagielloński di Cracovia nel XV secolo, con l’esibizione di giocolieri, mimi, mangiatori di fuoco e musicanti, ma per l’istituzione dei moderni festeggiamenti bisogna rifarsi agli anni ’50 del secolo scorso, quando sempre a Cracovia un certo Prof. Florian Nieuważny propose proprio il nome di Juwenalia. La prima edizione ebbe luogo nel 1964, in occasione dei 600 anni di vita dell’università: caratteristico fu un festoso corteo studentesco dal castello di Wawel alla piazza principale al grido di “Od Kazimierza Wielkiego do Kazimierza Lepszego” (da Kazimierz il Grande – re di Polonia nel XIV sec. – a Kazimierz Lepszy – l’allora rettore dell’università del capoluogo).
Juwenalia Wroclaw Dalla culla cracoviana, in breve tempo gli Juwenalia si diffusero in tutte le università polacche, con una sempre maggiore evoluzione degli eventi realizzati. Ancora al giorno d’oggi è d’abitudine la simbolica consegna delle chiavi della città agli studenti da parte del sindaco e i cortei studenteschi (pochód Juwenaliów) fatti anche di travestimenti e striscioni colorati. Non possono mancare ovviamente le feste nei pub e i numerosi eventi culturali (film, spettacoli teatrali, di cabaret), sportivi o musicali – rigorosamente all’aperto -, spesso corredati da grigliate e alcool. Una curiosità sugli Juwenalia è legata al nome, spesso leggermente modificato in base al nome della città o della facoltà universitaria organizzatrice dell’evento, ma sempre riconoscibile dalla desinenza finale -alia. Gli esempi si trovano ovunque, a Gdynia (Delfinalia), Ursynów (Varsavia, Ursynalia), Danzica (Neptunalia), e poi ancora le denominazioni Medykalia (Univ. di medicina, Varsavia), Agronalia (Univ. di Agronomia di Poznań), Marinalia (Univ. di marina di Szczecin), Wittigalia (casa studentesca “Wittigowo” di Breslavia)… Ogni città universitaria sforna diversi nomi, ma si tratta sempre della grande festa che gli studenti attendono tutto l’anno, gli Juwenalia!

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3 Maggio 1791: la Polonia e la prima Costituzione d’Europa

La Costituzione è oggigiorno il fondamento della democrazia moderna, essendo il documento che include tutte le regole alla base dell’organizzazione e del governo di una nazione. Gli stati che di solito si rievocano come i pionieri di questo genere di atto normativo sono due: a livello mondiale risaltano sicuramente gli Stati Uniti, che ne avviarono la redazione nel 1776 – durante la Guerra d’Indipendenza – per terminarla nel 1787 (e applicarla ufficialmente due anni dopo); se invece ci si concentra a livello europeo, il pensiero va inevitabilmente alla Francia rivoluzionaria che, dopo la redazione della Dichiarazione dei diritti dell’Uomo del 1789, adottò la sua Costituzione il 3 settembre 1791. Quasi nessuno è a conoscenza di una Costituzione redatta in Corsica oltre 40 anni prima, nel 1755: come tentativo di reazione al dispotismo della Repubblica di Genova cui l’isola era sottomessa, venne steso un regolamento che disegnava una realtà politica autonoma e democratica. Tuttavia gli eventi storici impedirono di ratificarla prima del 17 giugno 1794.
Anche in quest’occasione la Polonia ci riserba un evento storico poco conosciuto ai più. L’entrata in vigore della Costituzione polacca risale infatti al 3 maggio 1791. Così come per le altre nazioni citate in precedenza, essa è il frutto di un lavoro piuttosto travagliato, iniziato addirittura negli anni ’60 del XVIII secolo, ovvero con il regno di Stanisław Poniatowski (1764-1795). In quei secoli si parlava di Confederazione Polacco-Lituana, uno degli stati più estesi d’Europa, caratterizzato fino al ‘600 da governi solidi e grandi ambizioni. Il ‘700 però fu segnato da una complessiva incapacità al rinnovamento e dagli egoismi dei nobili e dei ricchi proprietari terrieri concentrati soprattutto a mantenere i loro privilegi. Re Stanisław tentò un cambio di marcia, aprì le porte del suo regno all’Illuminismo, e a posteriori si può dire che fu l’ultima speranza per una complessiva rifondazione dello stato. L’obiettivo era quello di una modernizzazione attraverso la creazione di una monarchia costituzionale democratica atta ad annullare disuguaglianze eccessive e sacche anarchiche allora esistenti. 159.Konstytucja_3_MajaIn questo senso cercò di fare il possibile con una serie di riforme in tutti i campi, da quello economico a quello sociale ed amministrativo. I passi avanti furono tanti, così come tante furono le lotte intestine tra le varie forze in campo, dalla borghesia ai nobili, dai filo-monarchici ai repubblicani. Malgrado ciò, si ottenne una maggior uguaglianza politica tra nobili e comuni cittadini come anche tra uomini e donne, furono condannati gli abusi della schiavitù e la tortura, i lavoratori ottennero più diritti e le minoranze etniche furono più tutelate, venne data più importanza alla sicurezza pubblica e all’istruzione. Il cattolicesimo fu la religione ufficiale e la famiglia fu considerata fondamento dello stato, per quanto vennero garantite le libertà di pensiero e religione basate su valori universali di dignità umana. In termini politico-amministrativi si stabilì l’istituzione di un esercito fisso di 100mila soldati, e si disegnò quella suddivisione dei poteri che tutti oggi conosciamo – legislativo, esecutivo e giudiziario -. D’altronde il parallelismo di date tra Polonia e Francia non è solo un caso: polacchi e francesi furono a stretto contatto tra loro, con Rousseau, Mably e Montesquieu che osservavano con interesse gli avvenimenti in Polonia, e con i polacchi che a loro volta consultavano gli illuminati francesi fin dagli anni ’70 (spesso con Michał Wielhorski nel ruolo di delegato). Le varie riforme apportate negli anni sfociarono finalmente nella creazione di una compiuta Costituzione, ratificata dalla Camera polacca (il Sejm) il 3 maggio 1791. E’ la prima in Europa, e seconda al mondo solo a quella statunitense. Questo però non evitò il dissolvimento della Polonia avutosi nel 1795.
La domanda per molti sorge spontanea: se nei trent’anni precedenti si ebbe una certa ristrutturazione della confederazione, culminata con la stesura di una Costituzione, come mai il regno implose così miseramente appena quattro anni dopo la sua ratifica? In realtà ciò non fu un evento improvviso, ma l’esito di un lungo periodo di decadenza interna110.1+2 Polonia XVII e Polonia 1795 Riassumiamo il contesto alla base di questa strana contraddizione: già nel secolo scorso, dopo il regno di Władysław IV (1632-1648) la Polonia iniziò ad essere di fatto uno stato fantoccio sotto il giogo degli zar russi (e anche dei reali sassoni, svedesi, francesi e prussiani), i quali esercitavano forti influenze sui gruppi di nobili, imprenditori e politici polacchi che nominavano i loro sovrani mediante la Camera (Sejm) al fine di mantenere lo status quo. Un sintomo emblematico di quest’empasse era il “liberum veto“, usato nei lavori legislativi fino al 1775, grazie a cui l’opposizione anche di un solo nobile nel parlamento bloccava in automatico l’approvazione di qualsiasi provvedimento, rallentando in modo fatale il rilancio della Polonia e favorendo la cosiddetta “democrazia dei nobili”. In altre parole, se da un lato Poniatowski tentò un cambiamento radicale, forse imprevisto per molti, il circolo vizioso esistente tra poteri esterni alla Polonia e interessi individuali o di classe generò quel disossamento interno che rese il regno troppo debole, disunito, e sempre più alla mercé di tutti. In particolare Russia, Prussia e Impero Austro-Ungarico si dimostrarono molto attive fin dall’inizio nel seminare lo scompiglio nella politica interna polacca e nello spartirsi a tavolino il suo vasto territorio, e l’operazione ebbe pieno compimento militarmente verso la fine del secolo per evitare possibili complicazioni dalla realizzazione dei piani politici del Re Poniatowski. Dunque da un lato il tortuoso percorso delle riforme riuscì nell’intesa finale sulla Costituzione del 1791 tra la maggioranza di monarchici, repubblicani, borghesi e popolari. D’altro canto questo non appianò i forti dissensi all’interno dei singoli gruppi – ricordiamo a titolo esemplificativo sia un manifesto repubblicano che lamentava una Polonia ancora in mano alla monarchia e ai nobili, sia i sempre solidi accordi tra i magnati polacchi e l’Imperatrice Caterina II di Russia -. La triste realtà fu che oramai il destino della Confederazione Polacco-Lituana era già segnato: alla prima mutilazione polacca subita nel 1772 dalla Prussia sul lato occidentale (oltre marginali erosioni russe e austriache a Est e a Sud) seguì lo smembramento definitivo tra il 1793 e il 1795, e a poco servì la disperata resistenza polacca, di cui spesso si ricorda orgogliosamente la parentesi della battaglia di Racławice (1794) tra russi e polacchi, che vide la vittoria di questi ultimi guidati da Tadeusz Kościuszko. Come sintesi di tutto ciò possiamo citare due importanti dichiarazioni fatte al momento dell’adozione della Costituzione, di spirito opposto ma molto significative. Da una parte il Sejm polacco proclamò che “la nostra Patria è ora salva e le nostre libertà assicurate. Siamo ormai una nazione libera ed indipendente. Le catene della schiavitù sono cadute”. Ad essa fece da controcanto l’analisi di due dei co-autori della Costituzione, i politici, storici e scrittori Ignacy Potocki e Hugo Kołłątaj, che la definirono “il testamento con le ultime volontà di una Patria morente”. Avevano ragione questi ultimi.

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L’emigrazione italiana in Polonia

Vari temi ci hanno permesso più volte in passato di toccare dei punti legati al trasferimento degli italiani in Polonia, anche in conseguenza dell’incursione di qualche mass-media. Tuttavia non siamo mai veramente andati nel dettaglio per capire l’effettiva portata dell’emigrazione italiana in Polonia. Lo facciamo oggi.
Tutti abbiamo ascoltato in diverse salse televisive e giornalistiche lo sviluppo economico della Polonia, le sue principali peculiarità socioculturali, e in tanti ne hanno parlato come di una “Eldorado d’Europa”, di un “paradiso economico” o come di una “nuova La Mecca” degli italiani (giusto per fare qualche citazione). Certo,  è innegabile che negli ultimi dieci anni il Pil polacco sia cresciuto del 37%, che la disoccupazione sia calata dal 18% al 12% e che gli investimenti stranieri continuino ad arrivare, ma pur riconoscendo i tanti passi avanti, è opportuno anche andare oltre i freddi numeri macroeconomici e guardare anche il resto, preferendo toni meno sensazionali e più realisti. Nel nostro piccolo infatti abbiamo descritto con dati, esperienze e il parere di qualche esperto i contesti economico e sociale, costo, stipendi e qualità della vita, l’ambiente, e molti altri aspetti empirici, positivi o meno (tutti rintracciabili nell’archivio del blog). In altre parole, siamo stati tra i pochi a rifiutare per buonsenso quell’esaltazione da “acchiappalettori” usata per dipingere un Paese a livelli quasi svizzeri. Archiviato l’elemento economico, si tratta ora di capire in cosa consiste questo “esodo italiano di massa“. 158.1 Italiani all'estero top15Il dato generale secondo cui gli italiani stanno emigrando parla chiaro: guardando solo gli iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire), si è passati dai 3.508.330 del 2005 ai 4.828.279 del 2013, dunque un +37,6% complessivo spalmato in modo uniforme nei nove anni presi in considerazione. Se ora facciamo un confronto in percentuale nelle varie comunità italiane tra il 2013 e il 2012 si vede ad esempio che quella in Olanda è cresciuta del 4%, in Spagna del 5,1%, in Svizzera del 2,3%, in Gran Bretagna del 6,7%, e in Germania del 2,2%, mentre quella in Polonia è aumentata del 10,1%.
Fermandoci solo su questo diremmo che effettivamente la Polonia sembra essere davvero la nuova meta degli italiani in fuga. Ma se oltre alle percentuali si prendono in considerazione anche i numeri assoluti si può constatare come, al di là della novità polacca comunque esistente, il volume di questa ondata di italiani verso la “nuova La Mecca” sia in realtà molto più modesto di quanto si vorrebbe far credere. Il primo parametro è la dimensione di queste comunità: il grafico delle top15 sopra riportato non necessita di molte spiegazioni, e bene o male già si sa che le mete classiche di chi va via dal Belpaese rimangono sempre quelle, dalla Germania alla Svizzera, passando per Gran Bretagna, Spagna, Argentina, Francia, Australia… Non c’è decisamente partita con i circa 4.151 italiani registrati in Polonia nello stesso periodo, ma il punto è che su diversi mass-media passa il messaggio implicito che dietro alle comunità storiche di italiani all’estero si stia inserendo quella in Polonia. 158.2 Altre comunità italiane all'estero Basta osservare i numeri per capire che non c’è niente di più inesatto: la comunità italiana in Polonia è solo al 45° posto, preceduta non solo da Austria, Grecia, Irlanda, Danimarca, o quasi tutta l’America latina, ma anche da stati lontani o inaspettati come Sudafrica, Israele, Emirati Arabi o Egitto. A chiudere la partita c’è il secondo parametro, ovvero il numero di “nuovi” emigrati italiani nel 2013 per destinazione: 35.311 in Argentina, 15.450 in Germania, 14.052 in Svizzera, 20.181 in Brasile, 8.444 in Francia, 17.178 in Gran Bretagna, 9.696 negli Usa, 9.044 in Spagna, 2.971 in Australia, 1.707 in Uruguay, 1.472 in Olanda, e si potrebbe andare ancora avanti, ma sono sempre cifre incomparabili con i 381 che si sono trasferiti in Polonia. Si badi bene, in molti non si iscrivono all’Aire, c’è chi dice il 30%, chi il 40% e chi il 50%, ma a rigor di statistica questo non cambierebbe le proporzioni, anzi, stando ai numeri degli individui renderebbe forse ancora più piccola la presunta “onda anomala” verso la Polonia rispetto alle altre. Il succo della questione del resto era già stato accennato da noi e pochi altri: il solo fatto che una piccola comunità acquisti più visibilità per l’irruzione sul web di qualche sito o blog non significa che il flusso migratorio sia aumentato o straripato. Insomma, ancora in pochi pensano alla Polonia, che rimane dunque una meta di nicchia.

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Il 10 Aprile in memoria di Katyń (1940 e 2010)

Questa data rappresenta da alcuni anni a questa parte un momento di lutto per la nazione polacca, un lutto le cui origini risalgono all’Aprile 1940 con il genocidio di circa 22.000 ufficiali nella foresta di Katyń da parte dei sovietici, e tragicamente rafforzato con l’incidente del Tupolev polacco di Stato nel 2010 che, schiantandosi proprio nei pressi di Katyń, a Smoleńsk, ha nuovamente decapitato parte della classe dirigente polacca con 96 vittime tra cui l’allora presidente Lech Kaczyński. Entrambe le vicende hanno al loro interno molti rancori, odio, slealtà, voglia di sopraffazione, con tutte le dietrologie e le verità nascoste che si possono immaginare. Gli innumerevoli dettagli occuperebbero un intero libro, ma in questa sede ci limiteremo a ricordare e a capire i fatti e i contesti che hanno avuto come teatro i dintorni di Katyń.
Katyn mappa 1940, la II Guerra Mondiale. E’ questo il nostro punto di partenza: la repubblica polacca era stata ricostituita appena 20 anni prima, e il forte stampo multietnico della popolazione di allora, con bielorussi, ucraini ed ebrei, non la rendeva di certo una nazione solida. Se a questo aggiungiamo l’astio di vecchia data tra russi e polacchi, il risultato non poteva essere altro che una facile invasione da parte dei russi stessi, oltre che dei tedeschi. I nostri lettori, del resto, già sanno qualcosa sul patto Ribbentrop-Molotov, sulla seconda spartizione della Polonia tra tedeschi e sovietici, e sulla deportazione dei polacchi (chi vuole saperne di più può rifarsi a questo videoarticolo). Proprio la deportazione fu il nodo cruciale della vicenda: secondo i numeri dell’Instytut Pamięci Narodowej, da un lato ci furono circa 350mila cittadini polacchi deportati nei gulag e ridotti ai lavori forzati, di cui oltre 150mila non sopravvissero (alcuni storici parlano di 500mila morti su oltre 800mila deportati); dall’altro lato un’azione parallela dei sovietici era il sequestro degli ufficiali. All’epoca in Polonia vigeva un sistema di coscrizione per cui ogni laureato era automaticamente un ufficiale della riserva, e l’esito fu quindi la detenzione non solo di generali, colonnelli, luogotenenti, maggiori, capitani, piloti e ufficiali di vario rango, ma anche di nobili proprietari terrieri, docenti universitari, fisici, avvocati, ingegneri, insegnanti, scrittori, giornalisti e perfino uomini del clero. La maggior parte di essi era tenuta prigioniera nei centri di detenzione istituiti a Kalinin, Char’kov, Ostaškov, Kozel’sk e Starobel’sk, gestiti dal Commissariato del popolo per gli affari interni (in russo Narodnyj komissariat vnutrennich del, NKVD) con l’inevitabile supervisione di Stalin. I colloqui cui gli ufficiali erano sottoposti nei mesi successivi erano atti a capire chi era “assuefatto” al regime sovietico e chi invece era ritenuto “nazionalista e controrivoluzionario”. Dunque il genocidio non era stato improvvisato, ma era il frutto di una tanto lucida quanto delirante programmazione politico-militare: Stalin aveva previsto che, qualora si fosse ricostituito in qualche modo lo stato polacco, sicuramente si sarebbe rivelato una nazione ostile, ragion per cui era necessario sfoltire e possibilmente cancellare la classe dirigente per rendere i polacchi deboli e facilmente asservibili in futuro al regime sovietico. Tra il 3 Aprile e il 10 Maggio del 1940 circa 22.000 ufficiali polacchi furono eliminati, di cui una buona parte nella cosiddetta foresta di Katyń, dove si creò la fossa comune principale, mentre altri furono uccisi nei centri di detenzione e occultati in altre fosse fatte a Pjatichatki e Mednoe. La metodica del genocidio era impressionante: chi era in prigione veniva incappucciato, chi veniva condotto a Katyń aveva le mani legate, ma in entrambi i casi gli si esplodeva un colpo di pistola secco sulla nuca.
All’inizio non si seppe niente di tutto questo, e furono meno di 400 gli ufficiali a salvarsi, ma l’inaspettato attacco tedesco alla Russia del 1941 cambiò totalmente le carte in tavola. Russia e Polonia strinsero un accordo, e incaricarono il generale Władysław Anders, detenuto dai sovietici, di formare un esercito. Anders chiese espressamente notizie degli altri ufficiali, avendo però in cambio risposte evasive se non false, come un’improbabile fuga da parte loro durante il trasferimento in Manciuria. Nel 1942 a Smoleńsk (presa nel frattempo dai nazisti) giravano voci tra i contadini del posto e alcuni operai polacchi in loco su alcune fosse comuni, ma nessuno diede rilievo a questo, non potendone immaginare le dimensioni. Nel 1943 un uomo dell’intelligence tedesca informò di ciò Goebbels, il quale pensò di farne un’arma di propaganda antisovietica, e il 13 Aprile di quell’anno Radio Berlino comunicò che le forze militari tedesche avevano scoperto “una fossa di 28×16 metri in cui i corpi di 3.000 polacchi erano sovrapposti su 12 livelli”. La strategia non funzionò a lungo dacché nell’eccidio i sovietici non usarono solo i loro revolver Nagant 7.62x38mm, ma anche armi e munizioni di produzione tedesca come la Walther 9x19mm. Questo consentì loro di incolpare i nazisti del genocidio sfruttando come credenziale anche l’invasione subìta.
Questo gioco delle parti andò avanti nei 40 anni successivi, con continui scambi di accuse basati su analisi e indagini di parte, oltre alla costante segretezza di documenti-chiave da parte dei sovietici. Altre rilevazioni da parte di terzi indicarono tuttavia diversi indizi a conferma che gli autori del genocidio furono i sovietici: le uniformi delle vittime erano relativamente in buono stato, e quindi non troppo rovinate dalla detenzione nei centri sovietici, e nessuno degli appunti delle loro agendine personali ritrovate riportava date successive alla primavera del 1940. La svolta si ebbe il 13 Aprile 1990, 47esimo anniversario dalla scoperta delle fosse comuni, quando il presidente russo Gorbaciov ammise le responsabilità sovietiche in quell’azione così cruda e violenta.
10 Aprile 2010: 70esimo anniversario. Negli anni seguenti le forze diplomatiche dei due stati cercarono per quanto possibile di ricucire i rapporti. Ciononostante, i russi non tolsero il segreto di stato a diversi documenti in loro possesso, e inoltre continuarono a riconoscere l’evento come una semplice “tragedia di guerra” e non come un genocidio, negando perciò ogni tipo di risarcimento ai parenti delle vittime. Una nota positiva fu sicuramente costituita dall’invito di Vladimir Putin indirizzato alla Polonia per una commemorazione congiunta in occasione del 70esimo anniversario dall’eccidio di Katyń. La mattina del 10 Aprile partì dall’aeroporto Chopin di Varsavia una delegazione di 89 persone, tra cui il presidente della Repubblica Lech Kaczyński, la moglie e alcuni rappresentanti del Paese tra parlamentari, capi delle forze armate, sindacalisti, personalità religiose e parenti delle vittime del 1940. Per una crudele ironia della sorte, la cerimonia non ebbe mai luogo in quanto l’aereo di stato, un Tupolev (russo), non riuscì ad atterrare sulla pista di Smoleńsk per un errore dei piloti. In particolare, la scarsissima visibilità dovuta alla nebbia ha fatto sì che l’aereo toccasse degli alberi alcune centinaia di metri prima della pista, capovolgendosi e schiantandosi al suolo. Anche qui i sospetti hanno trovato molto spazio, c’è chi ha parlato di un malfunzionamento delle luci in prossimità della pista, chi di comunicazioni colpevolmente non fornite dalla torre di controllo dell’aeroporto, e c’è chi, come l’eclettico politico polacco Janusz Palikot, ha parlato di un Lech Kaczyński morto “con le mani sporche di sangue” asserendo che, alticcio, obbligò i piloti all’atterraggio nonostante l’impossibilità tecnica della manovra per la nebbia da loro stessi segnalata.
Al di là di accuse e ricostruzioni più o meno parziali, resta il fatto che 89 persone in viaggio (più sette dell’equipaggio) per ricordare delle vittime di una violenza disumana sono a loro volta diventate vittime di una disgrazia. Tornando al genocidio sovietico, consigliamo la visione del filmKatyń” (2007) del premio Oscar Andrzej Wajda per l’ottima rappresentazione della genesi e della realizzazione del genocidio perpetrato dai russi. Per ragioni poco comprensibili di censura, il film fu distribuito in Italia solo nella primavera del 2009 e solo in dodici città. La prima citazione al grande pubblico avvenne il 2 Ottobre dello stesso anno con un racconto realizzato dal giornalista Antonello Piroso nella sua trasmissione “Niente di personale” su La7. Eppure parliamo di un film vincitore del Golden Globe e candidato all’Oscar nel 2008 come miglior film straniero. Sia per chi non lo avesse ancora visto che per chi volesse approfondire il tema del genocidio, è da non perdere.

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Qui Polonia & Italia su Radio Capital

Per scoprire e parlare di quel che c’è in Polonia, cosa c’è di meglio di ascoltare qualche chiacchierata informale per avere informazioni e dritte? In questo senso, un’ottima occasione è stata data da “Capital in the World“, trasmissione itinerante di Radio Capital che venerdì scorso si è soffermata proprio sulla Polonia. Il cuore del programma dura giusto una ventina di minuti, probabilmente insufficienti per raccontare l’immenso universo di un Paese che ha una storia di oltre mille anni e che è ancora oggi tra i 10 più estesi d’Europa (superando anche l’Italia di oltre 11.000km²). Tuttavia l’obiettivo è stato quello informale di raccontare e fornire qualche informazione o qualche nota di curiosità a chi magari non ha mai pensato di andarci o non se ne è proprio interessato.
Vi riproponiamo la sintesi della trasmissione nel contributo qui sotto, che voi lettori potete usare anche adesso per “giocarci” un po’ e arricchirlo con le vostre esperienze personali o i vostri progetti di viaggio. E’ sufficiente lasciare un commento qui sotto, a partire dal gioco delle associazioni “Cosa viene in mente se si parla di Polonia?”. Si parla anche della vitalità di Varsavia con il viaggiatore Guido Bosticco (alla luce della nuova spirale mediatica del Corriere della Sera con “Varsavia, la nuova Berlino”), e si continua con il turismo di Cracovia, si citano Breslavia e Kazimierz Dolny (vicino Lublino), e delle specificità di Danzica e della Pomerania con Małgorzata Furdal. Qualche breve riferimento al cibo o all’ottima birra è inevitabile. Nel nostro piccolo, ringraziamo tutti i lettori per aver permesso la citazione del nostro sito all’interno della trasmissione e per la veloce intervista rilasciata. Buon ascolto.

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Lingua polacca – 14. Domande e frasi per presentarsi e conoscersi

Siamo arrivati ad un punto del nostro percorso in cui dovremmo aver acquisito un minimo di dimestichezza con i fondamentali della grammatica polacca (tra cui i nomi, gli aggettivi, i verbi e il tempo presente), e anche con il lessico non dovremmo ormai essere a zero, visto che abbiamo già affrontato alcuni contesti settoriali. Elementi decisivi per poter masticare questa lingua così particolare sono, banale dirlo, la pratica, l’uso del dizionario, e la voglia di imparare. Oggi però è il giorno di riempire un po’ la sezione “frasario” del nostro quaderno di appunti: se due lezioni fa abbiamo fornito un prezioso “come cavarsela” nei tipici contesti in cui ci si può trovare soprattutto da turisti, e se prima ancora abbiamo imparato come salutarsi/congedarsi e presentarsi, ora è tempo di integrare proprio quest’ultima parte imparando come chiedere e dare informazioni su sé stessi o al nostro interlocutore. Il risultato che ne verrà fuori è quello di poter affrontare in piena autonomia un dialogo elementare tra persone che vogliono scambiarsi informazioni su di loro.
Una volta rinfrescata la lezione su saluti/congedi e presentazioni citata pocanzi, ecco una tipica serie di domande da chiedere e risposte da dare, e scaldiamo i motori con il classico “Come ti chiami?” (“Jak się nazywasz?” o anche “Jak masz na imie?“), a cui si risponde in modo altrettanto scontato con “Mi chiamo …….., piacere. E tu?” (“Nazywam się / Mam na imie …….., miło mi. A Ty?“).
Spesso si prosegue parlando della provenienza, e quindi con la domanda “Di dove sei?” o “Da dove vieni?”: in polacco è più naturale la prima forma (“Skąd jesteś?“) rispetto alla seconda, che tuttavia non è errata e riportiamo (“Skąd pochodzisz?“). Sulle risposte, in polacco la vita è sostanzialmente più semplice rispetto all’italiano dal momento che si usa sempre “z” (almeno in questo caso specifico) per le nostre preposizioni “di”, “da”, “dal”, “dalla” o “dall'”. E così, a prescindere che si parli di città, regioni o nazioni, si può dire ad esempio “Jestem z Parma“, “Jestem z Emilia Romagna” o “Jestem z Włoch” (“vengo dall’Italia”). E’ possibile rispondere anche citando la nazionalità, come nel nostro “sono italiano/a”, e perciò i maschietti possono dire “Jestem Włochem“, mentre le donne diranno “Jestem Włoszką“. Un’altra domanda tipica è “Dove abiti?“, e la formula più naturale e “Gdzie mieszkasz?” (in italiano si può usare anche il verbo “vivere”, ma in polacco suonerebbe un po’ bizzarro). Per rispondere, anche in questo caso c’è un’unica preposizione, “w“, invece dei nostri “a” e “in”, e quindi basta dire “Mieszkam we Włoszech, w Campania, w Caserta“. Ma se si vuole indicare la via, si dirà “Mieszkam na ulicy Giuseppe Garibaldi“.
Sulle attività che riempiono i nostri giorni, le domande generali sono due. La prima è “Che lavoro fai?” o “Di cosa ti occupi?”, formulate principalmente con “Gdzie pracujesz?” (letteralmente “Dove lavori?”) e “Czym się zajmujesz?“, e a cui si può rispondere dicendo “Robię ….“, “Pracuję jako ….“, o nel caso di studenti/-esse “Jestem studentem/-tką“. Chi invece è in cerca di lavoro si può limitare a dire “Szukam pracy“. La seconda domanda invece riguarda gli eventuali hobby e il tempo libero (“Czy masz jakies hobby?“, o “Co robisz w wolnym czasie?“). Tra i possibili punti di un elenco ci posso essere la musica, i libri, lo sport o il cinema (“Słucham muzyki“, “Czytam książki“, “Uprawiam sport“, “Oglądam filmy“). I più curiosi a volte chiedono anche l’età (“Ile masz lat?“), ed è sufficiente rispondere con “Mam … lat“. Per i numeri, si può fare una veloce ripetizione in questa lezione.
Dopo tutta questa fase, è possibile che si voglia dare un séguito alla conoscenza appena fatta, per questioni di lavoro, di studio o semplicemente di divertimento e amicizia. Così è normale chiedere o sentirsi chiedere se è possibile fissare un appuntamento (“Czy mozemy umówić się spotkanie?“, o ancora meglio “Czy mozemy się spotkać?“) e dove ci si incontra (“Gdzie się spotkamy?“). Per le risposte bisogna cavarsela con un po’ d’intuito (o esser preparati…) e capire se il luogo d’incontro sarà una piazza/via (“plac/ulica“) oppure un locale/caffetteria/ufficio (“lokal/kawiarnia/biuro“). Per stabilire invece data e ora vi rimandiamo alla prossima lezione (anche se ce la si può sempre cavare ripassando la lezione sui numeri citata prima, e quella sui giorni della settimana). Il più delle volte è necessario tenersi in contatto in qualche modo, e quindi si può chiedere classicamente il numero di telefono (“Jaki jest twój numer telefonu?“) o l’indirizzo e-mail (“Jaki jest twój adres mailowy?“), e rispondere altrettanto sobriamente con “Mój numer to …” o “Mój adres mailowy to ….“. Puntualizziamo solo come si dice in polacco “punto” (“kropka“), “chiocciola” (“małpa“), trattino (“ukośnik” o “myślnik“) e underscore (“Podkreślnik dolny“). Ma c’è chi vuole chiedere anche il contatto WhatsApp o Facebook (“Jaki jest twój kontakt/profil WhatsApp/Facebook?“).
Come le vecchie “pubblicità progresso”, ci teniamo a non incentivare l’uso di queste frasi da parte dei maschietti in vena di adescamenti ai danni di povere e innocenti fanciulle. Lo scopo del frasario a disposizione non è questo. Detto questo, buono studio!

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Eclissi solare del 20 Marzo 2015: la Polonia è pronta

Per gli amanti della bella stagione e degli eventi astronomici, il marzo del 2015 sarà sicuramente da ricordare. Innanzitutto, il 20 scatterà ufficialmente la primavera (da vari anni ormai l’equinozio non si registra più il 21 marzo), e scontato è il buonumore dei nemici dell’inverno e del freddo, che vedono finalmente vicino l’arrivo di giornate più calde e soleggiate. Se poi consideriamo anche il cambio d’orario del 29 marzo che le renderà anche più lunghe, l’estasi di gioia è inevitabile. I primi segni evidenti di ciò sono già tangibili in tutta la Polonia: il sole è più deciso, le temperature massime superano i 10 gradi (si arriva fino ai 15 della Bassa Slesia, la regione tradizionalmente più mite), si vedono i primi germogli su piante e alberi, le aiuole rinverdiscono, e tra l’erbetta sono già sbocciati i tipici zafferani azzurri e gialli. I più fortunati possono imbattersi perfino in quelli bianchi.
Ma a battezzare l’ingresso di questa primavera ci si mette anche un evento molto particolare, un’eclissi solare. Lungi da noi fare una noiosa esegesi su cosa rappresentavano le eclissi di sole nell’arco della storia: in molti già sanno che sono quasi sempre state sinonimo di sventure, o addirittura di carestie e fine del mondo. Certo, per i nostri istinti primordiali non è una bella sensazione vedere il sole che scompare in pieno giorno e la temperatura che diminuisce di due o tre gradi, e in più c’è da ammettere che qualche fenomeno anomalo si registra, come le misteriose uova di gallina con un sole stampato sul guscio proprio in occasione delle eclissi. Malgrado ciò, oggi abbiamo tutti i mezzi per avere la certezza che si tratta solo di un particolare evento astronomico: la Luna si frappone tra la Terra e il Sole, per un paio d’ore i tre corpi celesti sono perfettamente allineati tra loro, la Terra “subisce” l’ombra della Luna proiettata dal Sole, e il risultato visto da noi terrestri è l’illusione della nostra stella che si nasconde dietro la Luna.
154.1 Mappa EclissiMa veniamo a noi. A seconda del luogo da cui la si vede, l’eclissi può essere totale o parziale: a godere dell’eclissi totale saranno gli sparuti abitanti delle Isole Faer Øer (a Nord della Gran Bretagna) e dell’arcipelago di Svalbard (di dominio norvegese, nei pressi del Polo Nord). Il resto dell’Europa si dovrà accontentare di un’eclissi parziale dacché andando verso Sud-Est diminuirà la percentuale di oscuramento del Sole. Tuttavia Scozia, Islanda e Nord di Svezia e Norvegia avranno un posto in prima fila con un’eclissi superiore al 95%. Stando così le cose, non aspettatevi le eclissi totali o anulari che spesso le foto degli articoli mostrano senza pudore. Il tipo di fenomeno che verosimilmente si vedrà in Polonia sarà come nella foto qui sotto.
154.2 Eclissi parzialeIn Italia inizierà ad essere visibile dalle 09:16/09:30 (dipende se ci si trova a Ovest o a Est del Paese) e terminerà alle 11:32/11:50. Il punto massimo si registrerà alle 10:22/10:38, con la zona di Aosta oscurata al 67% a dispetto del 40% di Siracusa. In Polonia invece l’eclissi sarà un po’ più consistente dal momento che si trova più a Nord, ma inizierà un po’ dopo rispetto all’Italia vista la sua latitudine più orientale. L’oscuramento avrà luogo dalle 09:40/09:50 (dipende se ci si trova a Nord-Ovest o a Sud-Est del Paese) per terminare alle 12:00/12:10. L’apice dell’eclissi si avrà alle 10:50/11:00 con la zona di Szczecin e Świnoujście oscurata al 75%, mentre l’area di Rzeszów e Przemyśl avrà un’eclissi di “solo” il 60%.
Il meteo sembra essere favorevole. In quasi tutto lo stivale il cielo dovrebbe essere sgombro di nubi; in Polonia il Nord-Ovest ha la garanzia del bel tempo, mentre per l’Est e parte del Sud bisogna incrociare le dita… Il consiglio che riserviamo a tutti è quello di non mancare a quest’appuntamento per un motivo fondamentale: un’eclissi di sole di questa consistenza è piuttosto rara, tanto che, scorrendo le previsioni degli astronomi, la prossima eclissi parziale in Europa sarà solo nel 2026, mentre per vederne una totale ci tocca scoprire l’elisir di lunga vita e aspettare fino al 2135. La Polonia sembra tenerci a quest’evento: in tutte le grandi città i planetari e le università si stanno attrezzando per ricevere appassionati e curiosi, ma anche locali ed enti dotati di spazi adeguati o situati in luoghi favorevoli all’osservazione si stanno dando da fare. Da parte nostra suggeriamo di consultare anche il Polskie Towarzystwo Miłośników Astronomii (PTMA), che possiede sedi distaccate in diverse città del Paese, elencate in cima a questa pagina. Chi invece vuole arrangiarsi da solo deve ricordare che non si può guardare l’eclissi senza le protezioni necessarie: gli occhiali da sole sono decisamente insufficienti, come anche binocoli o telescopi senza filtri protettivi. Nei negozi di astronomia o di fotografia sono disponibili i cosiddetti fogli Baader o il myler, ma sono anche costosi, quindi con pochi spicci ci si può rifare a degli occhialini ad hoc disponibili presso gli ottici o i negozi di telescopi. Chi invece vuole arrangiarsi artigianalmente può usare le pellicole vergini dei vecchi rullini, alcuni fogli sovrapposti di radiografie, o ancora il metodo usato da Galilei, un vetro affumicato per bene con il fumo di una candela. A noi non resta altro che augurare a tutti una felice eclissi solare e una solare primavera.

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La Rai racconta cosa vedere a Cracovia

Il nostro archivio di video “made in Rai” su regioni e località della Polonia che vale la pena visitare si arricchisce oggi di un’altra destinazione. Dopo Varsavia e Łódź, è arrivato il turno della città forse più conosciuta all’estero, Cracovia, visitata da “Kilimangiaro”.
Il contesto di partenza è quello regionale: la Piccola Polonia (V. Małopolskie) è un territorio a Sud della nazione, storicamente importante per il traffico commerciale e per la multiculturalità dovuta ai diversi popoli che l’hanno abitata. Per un turista questa regione ha molto da offrire sia d’estate che d’inverno, e in questo caso si è deciso di esplorarla proprio quando non si può fare a meno di guanti e cappellini. Una prima tappa obbligata è quella alle miniere di Wieliczka con le sue cave e le sculture in sale. Dopo di che, un periodo in montagna è inevitabile sia per chi ama sciare sia per chi vuole provare ad andare a cavallo o visitare le antiche chiese in legno, ben diffuse in questa parte della regione. Una delle località più conosciute è Krynica Zdrój, a 1600m di altezza, con le sue numerose piste a seconda del livello di difficoltà. Meno famose sono le acque minerali sorgive, e denominate con i nomi delle loro sorgenti per distinguerne i diversi princìpi benefici.
Chi invece vuole concentrarsi sulla città di Cracovia, sicuramente non potrà rimanere deluso dal suo centro storico, dalla Piazza del Mercato (la più grande d’Europa) con la Basilica di Santa Maria, dal Castello reale di Wawel. La storia e la cultura che sprigiona l’intera città vecchia è ancora molto forte, e a questo si aggiunge anche il quartiere ebraico di Kazimierz. Si può cogliere tanto della storia degli ebrei in città anche dal museo dedicato a Oscar Schindler, oltre che dal museo nella vicina Oświęcim (ovvero Auschwitz).
Nonostante la massacrante parentesi nazista e gli oltre 40 anni sotto l’ombra del comunismo sovietico, Cracovia come gli altri importanti centri della Polonia è ora una città giovane e dinamica. Vi consigliamo di approfondire la visita di Cracovia e della sua regione sia con questo video che con gli altri articoli ad esse già dedicati e disponibili in archivio.

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Come trovare un appartamento in Polonia

Nel percorso dei “come fare per… ” che abbiamo iniziato tempo fa, e il cui tracciato è sempre disponibile nel menù qui sopra, non si può sfuggire ad una delle tappe fondamentali nel processo di insediamento in Polonia: la ricerca di un appartamento, di una stanza, o comunque di un tetto sotto il quale dormire.
Per quanto ci siano fortunati studenti assistiti a dovere dalle università polacche e felici innamorati che si trasferiscono nell’appartamento scovato direttamente dal/la partner del luogo, sono sempre di più i casi di emigrazione italiana in Polonia per lavoro o per semplice scelta di vita. Di conseguenza non è sempre scontato avere degli amici o dei contatti che possono dare una mano sostanziosa in questa piccola impresa. Una prima soluzione ad ovviare il tutto sarebbe costituita dalle agenzie immobiliari, ma d’altra parte non fa molto piacere spendere dei soldi che, con un po’ di impegno e di strategia, si potrebbe provare anche a risparmiare. Cosa si può fare allora? Al giorno d’oggi le applicazioni e i servizi usufruibili su internet non mancano, al punto che è possibile realizzare delle ricerche fai-da-te. Il primo pensiero che spesso viene in mente è sfruttare social network come LinkedIn o Facebook per iscriversi a gruppi tematici dedicati alla ricerca/offerta di appartamenti e stanze in una determinata città: è sufficiente visionare i vari post e intervenire lì dove c’è interesse per un’offerta, o per far conoscere la propria ricerca di quattro mura da prendere in affitto. Inoltre si tratta per lo più di contatti tra privati, dunque le agenzie immobiliari sono fuorigioco a monte. Allo stesso modo, se è necessario un alloggio urgente o temporaneo, l’hotel e il B&B non sono più l’unica opzione dacché si può sondare un altro settore strettamente riservato ad utenti privati: il couchsurfing consiste nel cercare ospitalità presso qualcuno che offre il proprio divano (couch) o una stanza per alcuni giorni o settimane. Questo modo di offrire/cercare alloggio è condotto in modo amatoriale in vari gruppi esistenti sui social network o in piccoli siti non blasonati, e ciò può nascondere disavventure inattese. Chi non ha esperienza in questo campo può dunque andare sul sicuro consultando il sito più importante a livello globale, couchsurfing.com, i cui criteri di offerta garantiscono una sicurezza pressoché totale.
Ma prima o poi i nodi al pettine vengono sempre, e quando si parla dell’affitto di un appartamento è necessario conoscere un paio di elementi per effettuare delle ricerche soddisfacenti. Partiamo subito con i siti internet del settore più visitati riportando una top11 in ordine rigorosamente alfabetico e senza valutazioni di sorta: Allegro, Bezposrednio.com, Dom.gratka, Domy, Gumtree, Morizon, Nieruchomosci, Oferty.net, Olx, Otodom, Szybko. Non c’è che dire, l’imbarazzo della scelta non manca. I link qui riportati mandano direttamente alla pagina di settore dedicata agli affitti di appartamenti, ma si può anche cercare una stanza o una casa, o anche acquistare. Dunque, per raffinare la nostra ricerca o per capire in linea di massima le caratteristiche delle offerte elencate, è opportuno conoscere un minimo di vocabolario specifico, che noi riassumeremo in alcune parole-chiave. Al di là del primo discernimento fondamentale “offro vs cerco” (oferuję vs poszukiwane/szukam), i parametri minimi richiesti sono l’oggetto della ricerca (casa = dom; appartamento = mieszkanie; stanza = pokój), il tipo di contratto (in affitto = do wynajęcia; in vendita = na sprzedaż) e il luogo (città = lokalizacja, miejscowość; quartiere = dzielnica; via = ulica; regione = województwo. Per le regioni, ecco l’articolo dedicato). Dopo di che si clicca su “cerca” (szukaj). Di solito però è meglio aggiungere altri parametri a seconda delle nostre esigenze, al fine di non perdere tempo con annunci che non ci interessano. Così si può impostare una ricerca avanzata (wyszukiwanie zaawansowane) fissando un ventaglio di diversi valori “da…a” (od…do): il prezzo (cena/koszt), l’anno di costruzione (rok budowy) o altri riferimenti al tempo (czas). Altri valori importanti possono essere un filtraggio per data degli annunci (filtruj według daty), l’offerente (diretti, privati, proprietari = bezpośredni, osoby prywatne, właściciele; agenzie = agencje, biura nieruchomości), la presenza di foto nell’annuncio (ze zdjęciami), l’area e il numero di stanze (powierzchnia, liczba pokoi), il piano e il numero di piani dell’edificio (poziom/piętro, liczba pięter w budynku), l’ascensore (winda), se il riscaldamento è centralizzato (ogrzewanie centralne) se è a gas o elettrico (gazowe, elektryczne) o se funziona con le vecchie stufe in maiolica (piece kaflowe).
Dopo tutto ciò, è possibile avviare la ricerca e, una volta ottenuti i risultati, si possono riordinare (sortuj) dal più recente o dal più vecchio (od najnowszych, od najstarszych), capendo se sono disponibili da subito o dopo un mese (dostępne od: zaraz vs miesiąca). In genere, quel che interessa sapere sul locale è se è ammobiliato (umeblowane) con sedie, tavoli, poltrone o armadi (krzesła, stoły, fotele, szafy), e se ci sono elementi fondamentali come cucina, forno, frigo, freezer, lavatrice, bagno, box doccia, letto (kuchnia, piekarnik, lodówka, zamrażarka, pralka, łazięka, prysznic, łóżko). E’ sempre carino avere un balcone o un giardino (balkon, ogród), ma ovviamente quello che importa di più è senza dubbio il costo mensile: generalmente negli annunci viene riportato solo il prezzo base del locale. Nel caso di appartamenti o stanze si devono aggiungere le spese di condominio (czynsz), e dipende dai singoli casi se in questa voce vengono incluse anche alcune delle bollette (rachunki) che noi tutti conosciamo, come acqua corrente, acqua calda, energia, gas (woda, woda ciepła, prąd, gaz). In più, è sempre richiesta una caparra (kaucja), il cui importo di solito coincide con quello di una mensilità base.
Infine, il nodo più cruciale, il contratto (umowa), di cui può essere specificata una durata (okres) o senza alcun vincolo di permanenza (bezterminowo). Ma a parte questi dettagli, qui si tratta di sottoscrivere un documento valido legalmente, dunque suggeriamo caldamente di chiedere la consulenza di un polaccofono per assicurarsi che non siano incluse condizioni strane. Una buona alternativa a ciò potrebbe essere la richiesta di un contratto in inglese (o se si è proprio fortunati, in italiano). Se tutto questo non è fattibile, non resta altro che l’arma della disperazione fatta in due mosse: un segno della croce e un “copia e incolla” su Google Translate… in bocca al lupo!

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Lingua polacca – 13. I verbi perfettivi e imperfettivi

E’ uno scoglio relativamente ostico della lingua polacca, ma non il peggiore. Che si sia studenti dell’ultima ora o inossidabili perfezionisti del polacco, è inevitabile sentir parlare di questa caratteristica dei verbi a cui prima o poi bisogna far fronte, pena pesanti limiti nella comunicazione e fraintesi di non poco conto. Avevamo già introdotto il tema durante il nostro primo contatto con i verbi polacchi, con un grafico riassuntivo che descriveva al meglio il paragone tra i tempi verbali dell’indicativo italiano e quelli dell’indicativo polacco. Ve lo riproponiamo ancora.
pERFET iMPERFIl numero dei tempi verbali in polacco di per sé è inferiore a quello italiano. I presenti semplice e progressivo italiani si traducono in polacco con un unico presente; gli italiani passato prossimo, passato remoto e imperfetto sono solo “passato” in polacco; futuro semplice e futuro composto non sono nient’altro che “futuro” in polacco. E’ tutto troppo bello per essere vero, e infatti ecco che arriva la mazzata, gli aspetti perfettivo e imperfettivo: molte delle azioni (e quindi molti dei verbi) si esprimono con due lemmi diversi, quasi sempre somiglianti tra loro, a seconda se si parla di un’azione concreta, specifica o certa, oppure di un’azione generica, abituale o indefinita. Nel primo caso si usa l’aspetto perfettivo di un verbo, mentre nel secondo caso si usa l’aspetto imperfettivo. La differenza tra queste due categorie si ripercuote su tutti i tempi dell’indicativo – presente, passato e futuro – e anche sul condizionale. Elenchiamo a titolo esemplificativo una decina tra i verbi più usati nei loro due aspetti, e vediamo come si applica questa regola teorica nell’uso pratico, con un’analisi sintetica e funzionale del grafico sopra riportato.
151. Esempi perfett e imperfettPRESENTE – In italiano esistono due tipi di presente: il presente semplice si usa per esprimere un’azione abituale, indefinita o generica (io studio, noi lavoriamo, voi mangiate, etc.), mentre il presente progressivo è adoperato per indicare un’azione che si sta facendo proprio in quel momento (sto studiando, stiamo lavorando, state mangiando, etc.). In entrambi i casi in polacco si usa il presente imperfettivo (uczę się, pracujemy, jecie, etc.). Per la coniugazione del tempo presente rimandiamo alla lezione 11. Domanda: esiste il tempo presente dei verbi perfettivi? Risposta: sì, ma si usa piuttosto per esprimere un’azione futura. Vediamo allora come funziona il futuro.
FUTURO – Per parlare di una qualsiasi azione futura, vicina o lontana, più o meno certa, in italiano si adoperano a seconda dei contesti il futuro, la forma “stare per + infinito“, o il presente se è precisato anche il momento in cui si farà l’azione. Nel mondo del polacco invece le cose funzionano un po’ diversamente. I punti da ricordare:
    1. Azione prossima / unica: quando si tratta di un’azione concreta, compiuta una volta, o che verrà fatta in un futuro relativamente vicino (nel giro di pochi attimi, ore o giorni), in polacco si usa il presente perfettivo (domani inizio a lavorare alle otto; stiamo per fare le cotolette; lunedì aprirete il regalo? -> jutro zacznę pracować o ósmej; za chwilę zrobimy kotlety; czy w poniedziałek otworzycie prezent?). Per la coniugazione del tempo presente rimandiamo sempre alla lezione.
    2. Azione intenzionale / abituale: quando invece si parla di un’azione che perdurerà o sarà abituale nel tempo, in polacco si usa il futuro imperfettivo. Questa regola si applica non solo quando si parla di un’azione futura abitudinaria, ma anche per qualcosa di teoricamente voluto e la cui realizzazione è tuttavia indefinita o non stabilita (compreremo un’automobile; andrò in Brasile, non so quando -> będziemy kupować/kupowali samochód; będę jechać/jechał do Brazyli, nie wiem kiedy). Per la coniugazione del tempo futuro rimandiamo alle prossime lezioni.
    3. Futuro composto italiano: in polacco non esiste, e dunque si usa il presente perfettivo (Dopo che sarò andato in Italia, mangerò la pizza -> Jak pojadę do Włoch, będę jadł pizzę; Quando avrai comprato la padella, potrai fare le crêpes -> Jak kupisz patelnie, będziesz robić naleśniki).
PASSATO – Qui il parallelismo con l’italiano è più abbordabile e sostanzialmente riassumibile in questo modo: si usa il passato perfettivo per tradurre il passato prossimo, ovvero azioni passate concrete, specifiche, avvenute una volta e già terminate (una settimana fa ho letto un libro -> tydzień temu przeczytałem książkę). D’altro canto il passato imperfettivo è adoperato come l’imperfetto per indicare azioni passate abituali o con una durata temporale lunga e indefinita, di cui non si evidenzia la fine (da bambino leggevo molti libri -> jak dziecko czytałem dużo książek).Come approccio generale, questo sommario è più che sufficiente per capire la logica linguistica degli aspetti verbali polacchi. Consigliamo come sempre di fare pratica leggendo, ascoltando e soprattutto provando a produrre delle frasi semplici e concise al fine di assimilare al meglio questo aspetto grammaticale. Inoltre in tal modo si possono man mano scoprire gli usi e i casi particolari esistenti, come ad esempio quella manciata di verbi che, oltre ai due aspetti visti finora, ne hanno addirittura un terzo che noi chiamiamo “semiperfettivo“. Un esempio è l’imperfettivo pisywać, che per esprimere un’azione concreta al presente, al futuro imperfettivo e all’imperfetto diventa pisać, e che per il futuro (presente perfettivo) diventa napisać. Citiamo il paradigma di un altro paio di verbi molto utilizzati e che si comportano nello stesso modo: chodzić, iść, póiść; jeździć, jechać, pojehać.

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Il made in Italy dei polacchi (II edizione)

L’intervento odierno è un sequel su un fenomeno che osserviamo da oltre due anni a questa parte: l’evocazione dell’Italia e dell’italianità nel commercio estero attraverso nomi e immagini. Tutto è stato ispirato, ricordiamolo, dall’intensa discussione sollevata dall’ARS sull’abuso di terminologie di tipo criminale e mafioso per locali o piatti, come segno distintivo del “made in Italy”. Un argomento effettivamente fondato anche nel mercato polacco, visti i risultati ottenuti da una nostra inchiesta. Da qui, è stato facile ricollegarsi anche alla denuncia della Coldiretti sul più ampio tema del vocabolario (pseudo)italiano usato per indicare dei falsimade in Italy“, anche questo riscontrato in Polonia ed esposto in un nostro ricco report, sempre un paio di anni fa.
La ricerca però non si è fermata qui, è proseguita nell’arco di questi due anni, e il resoconto estratto è di oltre 250 casi che vanno ad aggiungersi ai 170 abbondanti riportati nelle due esposizioni precedenti. Dal momento che l’immensa mole di materiale accumulato non ci consente di riportare tutto integralmente, stiamo cercando di definire il modo migliore per rendere fruibile a tutti quest’enorme carrellata di prodotti italianeggianti seppur rigorosamente tedeschi, polacchi, ungheresi, olandesi, turchi, inglesi… (ci saranno in merito i dovuti aggiornamenti). In questa sede invece ci limiteremo a toccare alcuni esempi salienti e, cosa forse più interessante, focalizzeremo alcune declinazioni particolari nell’uso della lingua italiana. Partiamo con il modo in cui i polacchi percepiscono acusticamente il nostro idioma: una lingua melodica, “felice”, essenzialmente ed apparentemente facile da parlare. Lo si vede da questo video-collage di spot pubblicitari in cui si usano le parole più conosciute, come “perfetto”, “mamma”, “padre”, “bambino”, “ciao bella”, di cui alcune usate e scritte impropriamente (vedi “bellissimo” invece di “buonissimo”, o “deliciosa” invece di “deliziosa”). Un’altra caratteristica dell’italiano made in Poland è l’esasperazione degli accenti nel parlato (riscontrabile nel primo minuto del video), ma risulta degna di nota anche la riproduzione del polacco da parte – forse – di un italiano fittizio, che pronuncia i caratteri italiani al posto di quelli polacchi. Nell’ultimo spot infine si nota la denominazione indicativa di certi prodotti come “salame milano” o “mortadella bologna”, e la chiosa è una breve descrizione con un polacco caratterizzato da un improbabile cadenza romagnola.
Purtroppo continuano a non mancare i riferimenti alla mafia, con diversi locali che fanno i classici riferimenti ai Soprano, Al Capone e quant’altro è stato già esposto in passato. A questo aggiungiamo uno spot di qualche tempo fa di una famosa catena di supermercati tedesca:
 
Molto altro c’è da riportare sull’uso della lingua. Come promemoria, ricordiamo le categorie principali individuate a suo tempo: gli errori ortografici, le denominazioni inventate, e i nomi/vocaboli effettivamente esistenti ma che poco hanno a che fare con il prodotto ad esso legato. Belisimo E’ proprio dal primo macrogruppo che abbiamo per esempio le tavolette di cioccolata “Pistachio“, i biscotti “Secretto“, il ristorante “Belisimo’s“, la pizzeria “Bondziorno“, i gelati “Coldino” e “Biscotta“, i formaggi “Canzona” e “Capriolla“, il pesce affumicato “Corsarro“, e sulle lavagnette all’ingresso dei locali non è difficile trovare “Lody per tuti“, una pizza “Pantalleria“, e delle buone “Pene pomodoro“.
Amorro - Diavollo Ma a volte le parole sono oggetto di rivisitazioni di diverso tipo, e possono generare i risultati più svariati. Così abbiamo il piacere di comprare le brioches “Bellona“, le sottilette “Filoné“, il sale “O’Sole“, i biscotti “Petito” e “Pipi“, o i caffè solubili “Amorro” e “Diavollo“. Si può fare shopping nel conveniente negozio d’abbigliamento “Taniarmanii” o acquistare i preservativi “Conamore” per una passione sicura. Le rielaborazioni dei nomi possono anche partire da altre lingue: in questo modo si producono gli snack “Sweetello” e le arachidi “Nutto“.
Il capitolo “all’improvviso uno sconosciuto” ha sempre molto da offrire, ma anche qui ci limiteremo ai casi più emblematici. Carta ig Tento Potremmo citare le tinte per capelli “Londa“, il salame “Bergio“, l’amaro “La Torina“, i negozi di moda “Lanoro” e “Monnari“. Oltre a questo, vorremmo mettere in luce che certi prodotti non possono godere di nessun giovamento particolare nel farsi percepire come italiani a causa delle loro proprietà intrinseche: tuttavia i produttori più estremi optano comunque per questa strada creando piccoli capolavori, dalle carte igieniche “Frotto” e “Tento” agli scottex “Milla“, passando per i detersivi “Dalli” e “Dal via“, e concludendo in bellezza con il reparto animali: il cibo per cani “Bellosan” e i crackers “Solo“.
Di quelli che usano dei vocaboli effettivamente italiani, alcuni riescono ad usarli in un contesto logico perfino comprensibile, altri sfruttano certi stereotipi o trend del momento, e altri ancora li usano un po’ così come capita. PIA A pizza che cazz Alcuni risultati? La rivista di moda e tendenze “Dolce vita“, il tonno “Vespucci“, il brand di cosmetici “Paese” con i suoi gloss “Manifesto“. Ma il passo per degenerare è sempre breve, brevissimo, ed ecco che si può saziare la nostra fame nella pizzeria “Bunga bunga” o gustarsi, in un’altra pizzeria, la “pizza che cazz“. Chi invece è andato a tentoni ha plasmato altre curiosità, come i semi di girasole “Canditi“, i collant “Gabriella“, “Pamela“, Modo“, gli elettrodomestici di marca “Miele“, e l’olio di girasole “Mosso“. Ma tra i campioni di questo ricchissimo festival, un posto d’onore spetta senza dubbio all’inquietante bevanda gassata “Orango“.

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Breve storia degli ebrei in Polonia e in Europa

Per il Giorno della Memoria di tutte le vittime dell’Olocausto nazista, ripercorreremo nel modo migliore possibile la lunga e complessa storia del popolo che più ha risentito di questa tragedia, gli ebrei. Sappiamo già perché si commemora questa tragedia proprio il 27 gennaio, ma oggi scopriremo come mai sono arrivati in Europa, perché sono stati e sono oggetto delle peggiori discriminazioni, e perché la loro presenza era così massiccia proprio in Polonia, un Paese storicamente cattolico e che nonostante ciò ospitò la comunità ebraica più popolosa d’Europa. In questo avvincente documentario prodotto da BBC e Rai2 (doppiato in italiano) si ha non solo la possibilità di conoscere in cosa consiste davvero l’Olocausto, tutti i dettagli sulla sua attuazione, le immagini e i testimoni sopravvissuti alla Shoah, ma sono anche incluse storie e personaggi meno noti, che mostrano lati poco conosciuti di quest’ignobile operazione (segnaliamo l’incredibile storia del corriere polacco Jan Karski, che viaggiò pericolosamente per mezza Europa nel tentativo di comunicare alle forze Alleate dei massacri di Auschwitz). D’altro canto, per fare un percorso ordinato e completo, consigliamo di posticipare la visione del video e fare un salto indietro nel tempo di vari secoli…
Le fonti disponibili lasciano intendere che la popolazione ebraica fosse già esistente tra il II e il III millennio a.C. nell’antica Mesopotamia (parte dell’odierno Iraq). Probabilmente erano delle carovane di nomadi erranti, ma nel II millennio si insediarono tra Israele e Giordania. L’ascesa babilonese, culminata con la conquista di Canaan e la prima distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 586 a.C., causò la prima diaspora riportandoli più a Est, (Iraq, Persia, Babilonia), ma anche nelle principali città dell’Europa mediterranea e del Nord Africa, dove si svilupparono dei centri di studio della Torah (la Bibbia ebraica) anche durante tutto il primo millennio d.C. nonostante la presenza del califfato islamico. In passato infatti la tolleranza del mondo musulmano verso gli ebrei era più accomodante, seppur risicata. Tali comunità rimasero in vita anche quando gli ebrei rimasti in Medio Oriente sfruttarono nel IV secolo a.C. le baruffe tra persiani, greci ed egiziani per tornare nelle terre di Canaan. Ma i successivi rapporti con l’Impero Romano furono ben diversi. Nel I secolo d.C. gli ebrei non accettarono più di stare sotto il loro dominio, e la ribellione fu repressa con un massacro: il tempio di Gerusalemme fu nuovamente distrutto (70 d.C., in memoria di ciò i romani costruirono l’Arco di Tito a Roma) e la diaspora si ripeté. Si infoltirono i centri e le comunità ebraiche già esistenti in Medio Oriente e nei Paesi tutt’intorno al Mediterraneo, dove se ne crearono anche di nuove.
Nei secoli successivi, e in certi contesti, la coesistenza con certe comunità ebraiche fu vista perfino di buon grado, come ad esempio nell’Impero Bizantino e nella Spagna del Medioevo, ma l’ascesa della religione cristiana coincise con una graduale crescita degli attriti con gli ebrei. La setta cristiana nacque tra il I e il II sec. d.C. come una costola della grande famiglia ebraica, e con il passare del tempo gli adepti si arrogarono il diritto di essere i veri interpreti della parola di Dio. Accusarono gli ebrei di aver infranto l’Alleanza, di essere i responsabili della morte di Gesù, e di non essere perciò più in grado di rivestire il ruolo di popolo eletto. Quel contrasto sempre più stridente divenne la causa primordiale di tutto, e durante le prime crociate (1095-1101) migliaia di ebrei furono massacrati in Medio Oriente. Quest’avversione si ripercosse anche nella vita quotidiana europea, dove gli ebrei furono privati di molti diritti, specialmente nel mondo del lavoro. L’unico settore redditizio che gli rimase fu quello del commercio e del prestito del denaro, all’epoca vietato dalla Chiesa. Così, oltre ad essere assassini, gli ebrei furono additati anche come spietati usurai, e furono obbligati a vestire un abito specifico per farsi riconoscere.
In questo contesto gli ebrei iniziarono a spostarsi, dapprima in Europa Centrale – Germania, Olanda, Nord Italia -, e poi verso Est, specie in parte della Polonia (tra i fiumi Varta e Vistola), dove già dall’XI secolo si insediò la comunità ashkenazita, proveniente da Rep. Ceca e Germania. L’immigrazione dalle province del Reno e del Danubio verso la Polonia fu costante e aumentò in concomitanza delle Crociate del 1146-1147 e del 1196. Questo non è tutto: il cosiddetto Basso Medioevo, tra l’XI e il XIV secolo, deve il suo nome a due cause. La prima fu la peste nera che flagellò l’Europa, un ottimo pretesto per i cristiani per alzare il livello di scontro con gli ebrei diffondendo una serie di calunnie, come impastare il pane non lievitato con il sangue dei bambini cristiani, o avvelenare l’acqua dei pozzi. La seconda peculiarità del Basso Medioevo fu una crisi economica generale sempre più profonda: con il tempo, i creditori ebrei vantavano somme sempre più alte nei confronti di cittadini privati o addirittura dei nobili e dei monarchi di turno. La soluzione a ciò fu radicale: l’espulsione degli ebrei dagli stati (Francia, Germania, Inghilterra, e anche la Spagna un tempo ospitale) e l’annullamento dei debiti dei cittadini. Gli ebrei si rifugiarono in Olanda, Italia, Turchia, Russia, Ungheria, Ucraina, ma soprattutto in Polonia, nelle province più vicine al confine austro-tedesco: Cracovia, Poznań e la Slesia. Più fonti portano a dire che altre comunità ebraiche si diressero verso la Polonia dall’XI al XVI secolo, su tutti i sefarditi (dalla Spagna) e i caraiti (dall’Impero Bizantino).
Gli ebrei trovarono in Polonia quell’ospitalità che non avevano ricevuto da nessun altra parte (fatta eccezione per la Spagna dell’Alto Medioevo) grazie alla protezione di duchi e prìncipi polacchi. L’elevata alfabetizzazione degli ebrei (la cui cultura all’istruzione partiva dallo studio del Talmud) li rendeva più istruiti dei proletari polacchi, e si creò così la classe sociale dei commercianti, che si aggiunse a quelle preesistenti dei contadini e dei ricchi proprietari terrieri. La loro concezione dell’economia li avvantaggiò nella copertura di ruoli importanti come esattori fiscali, amministratori di terre, e gestori del conio delle monete. Non tutto fu idilliaco, di tanto in tanto ci furono degli attriti con i cristiani, fomentati soprattutto dalle critiche dei vescovi locali e dai decreti papali che condannavano il commercio ebraico e vietavano di vivere accanto agli ebrei (fu così che si formarono i ghetti, il primo a Venezia nel 1516). Le relazioni clandestine tra ebreo e cristiana erano severamente punite, dal 1279 al 1534 gli ebrei furono obbligati a indossare dei segni distintivi che potessero identificarli. Tutto ciò fece sì che nei secoli l’atteggiamento ruvido dei nativi polacchi verso gli ebrei non mutò, e a più tratti ricomparve lo spettro delle maldicenze ai loro danni.
Dunque, impopolare ma determinante fu la protezione dei nobili, che ebbero un aumento delle proprie attività commerciali ed economiche offrendo in cambio agli ebrei l’autonomia economica, culturale e religiosa. Fu così in tutto il Medioevo grazie alla “Carta dei privilegi” di Bolesław V (1264) e al “Concilio delle Quattro Terre” (1580-1764), e la vita ebraica in Polonia prosperò: la coesione della loro comunità e l’invenzione della stampa favorirono il consolidarsi di riti e tradizioni parallele a quelle dell’ebraismo dell’Europa occidentale, attraverso la loro lingua ashkenazita, lo Yiddish, portata dalla Germania. Nel 1534 venne pubblicato il primo libro Yiddish; nel 1547 nacque la prima stamperia ebraica (a Lublino); nel 1567 fu istituita la prima università ebraica Yeshivah. Già dal 1500 oltre il 50% degli ebrei nel mondo viveva in Polonia: se nel XV secolo ne risultavano 10-15mila, nel secolo successivo erano già diventati 150mila, fino ai 450mila del 1648 (su 750mila nel mondo). In quell’anno ci fu un evento traumatico, dovuto ad una fase di transizione nella monarchia polacca con relativi subbugli anche nelle posizioni di potere e nei progetti di espansione del regno: i cosacchi erano un popolo seminomade di contadini che, avendo anche peculiarità militari, erano al soldo dei polacchi presidiando e difendendo l’odierna Ucraina occidentale da eventuali attacchi russi. Il capo dei cosacchi Bohdan Chmielnicki decise di vendicarsi della nobiltà polacca a seguito di un importante posto di potere che gli era stato promesso e poi negato, a quanto pare, in favore di un signorotto polacco. Con l’aiuto dei russi la ritorsione fu spietata, durò otto anni e interessò i polacchi e anche gli ebrei in quanto amministratori economici dei beni della nobiltà. Paradossalmente, anche i polacchi si ritorsero contro gli ebrei, convinti che fossero loro ad incoraggiare cosacchi e russi ad invadere la Polonia. Risultato: quasi 1/4 degli ebrei morì tra atrocità e torture, e altrettanti furono venduti come schiavi nei mercati di Istanbul. I cosacchi ripeterono la stessa azione tra il 1730 e il 1768, e tutto era facilitato dal fatto che 1/3 di tutti gli ebrei viveva in piccoli villaggi autonomi chiamati shtetl: alcuni furono totalmente rasi al suolo, come nel massacro di Uman, nell’attuale Ucraina.
Questi massacri furono talmente traumatici per gli ebrei che si crearono nuove correnti religiose interne come quelle hassidica e frankista, innovatrici, a cui si opposero i tradizionalisti, chiamati mitnaggedim, che per primi usarono l’ironia per raccontare le assurdità della vita e che oggi possiamo apprezzare per esempio nei film di Woody Allen, Mel Brooks o dei Fratelli Coen. Religione e cultura continuarono a vivere nelle sinagoghe e nelle yeshivot (scuole di studio). Alla fine del XVIII secolo la spartizione della Polonia causò diversi mutamenti nella distribuzione ebrea nell’Europa centrorientale. Anche se certi diritti degli ebrei furono messi in discussione, alla fine la Russia concesse loro di insediarsi nella cosiddetta “zona di residenza”, ovvero la parte orientale dell’ormai ex regno polacco-lituano dove si passò in un secolo da un milione a oltre 5milioni di ebrei (solo il 10% del totale non viveva in Europa, ma principalmente in Usa, Olanda o in Medio Oriente). In diverse occasioni gli ebrei affiancarono i polacchi vogliosi di riconquistare l’indipendenza, come nelle battaglie del 1831 o nei moti del 1861-64, senza successo.
Intanto nell’Europa Occidentale l’illuminismo si ripercosse tra le altre cose in un’operazione di emancipazione degli ebrei mediante la concessione di diversi diritti in ambito sia lavorativo che sociale e religioso, perfino nella reticente Germania. Gli stessi ebrei di Usa e Germania si rinnovarono cancellando regole di vario genere, ormai anacronistiche, dalla loro quotidianità, ma in Europa centrorientale si mantenne il tradizionale stile di vita degli shtetl e la formazione culturale degli yeshivot fino alla I Guerra Mondiale. Ad ogni modo, sembrava che tutto andasse nel verso giusto, quando nel 1870 il giornalista tedesco Wilhelm Marr coniò la parola “antisemitismo“. Fu l’inizio di una nuova escalation di odio non tanto religioso quanto etnico-razziale, basato sulla diversità e l’incompatibilità con gli europei. Si formularono le prime tesi sulla purezza della razza tedesca, e ricominciarono le calunnie: si disse che la stampa e le istituzioni finanziarie erano controllate da ebrei, e che quindi erano responsabili dei problemi economici in Europa. Stesse ostilità in Francia, culminate dal 1894 con la famosa persecuzione giudiziaria nei confronti di Alfred Dreyfus, alto ufficiale ebreo dell’esercito nazionale. La situazione più drammatica si verificò però in Russia, Ucraina, Bielorussia e Lituania, dove alle solite restrizioni e alle diffamazioni, gli ebrei furono oggetto di tre grandi ondate di pogrom giustificate con cause di diverso tipo. Un pogrom è un attacco da parte di un settore della società verso un altro attraverso omicidi, rapine, espropri. Qui, spesso il popolo russo era aizzato dalla polizia segreta zarista. I periodi dei pogrom furono 1881-1884, 1903-1906 e 1917-1921. Ci fu un pogrom anche a Varsavia nel Natale del 1881, con 26 morti, 2.600 arresti e oltre mille famiglie economicamente devastate. Sempre in Russia, risultò grottesca la creazione dell’Unione Generale dei Lavoratori Ebrei nel 1897, quando solo sei anni dopo si intensificarono le diffamazioni, anche sui giornali: il quotidiano russo Znamia pubblicò un falso letterario, i Protocolli dei Savi di Sion, in cui si millantavano delle teorie ebraiche su come impadronirsi del mondo tramite finanza e stampa; si mossero addirittura delle accuse di cannibalismo. Altro paradosso tra il 1917 e il 1921: nonostante il permesso agli ebrei di circolare liberamente in Russia (e non solo nella zona di residenza nell’ex Polonia) e i tentativi di contenimento dell’Armata Rossa, la controrivoluzione dell’Armata Bianca fu indomabile effettuando oltre 2000 pogrom, con 150mila ebrei uccisi e un numero ancora più alto di profughi.
Se già dal 1880 si iniziò a parlare di uno stato indipendente ebraico con i precursori Birnbaum, Kalischer e il fisico polacco Leon Pinsker, con l’ungherese Theodor Herzl il sogno politico sionista si fece più concreto, alla luce proprio dei massacri russi che accelerarono questo lungo processo. Dal 1897 furono organizzati congressi annuali e dibattiti all’interno del mondo ebraico. Il luogo prescelto per la creazione di uno stato ebraico fu la Palestina. Fondamentale fu la mobilitazione del Regno Unito che sconfisse gli occupanti turchi nel 1917 e approvò la dichiarazione Balfour che riconosceva il diritto di insediamento di una colonia ebraica in Palestina. Da allora si verificò un aumento della popolazione ebraica in loco, dai 90mila del 1918 ai 160mila del 1929, fino ai 500mila del 1939, sebbene il Regno Unito avesse cercato di limitare il flusso migratorio ed evitare scontri con il milione di abitanti arabi, non entusiasti di questo esodo.
Nell’Europa del primo dopoguerra la distribuzione della popolazione ebrea era nuovamente mutata a causa dei 40 anni di pogrom russi e del conflitto mondiale. Nel trattato di pace di Riga (1921) tra la rinata Polonia e la Russia, gli ebrei avevano la possibilità di scegliere a quale nazione appartenere: centinaia di migliaia furono quelli che si trasferirono in Polonia, costituendo una comunità di tre milioni di individui. Due milioni e mezzo rimasero in Russia, mentre quasi due milioni se ne contavano nel resto dell’Europa dell’Est. In 350mila rimasero nell’Europa Occidentale, e in 200mila nel Regno Unito, ma la vera rivoluzione furono i due milioni di persone che scapparono proprio dall’Est Europa in direzione degli Stati Uniti. La Polonia dell’epoca era difficilissima da gestire dacché il desiderio di riaffermare l’identità polacca doveva tener conto delle nutrite minoranze ucraine, bielorusse, lituane, tedesche, e soprattutto ebraiche. Anche gli interessi economici costituirono una delle cause dell’antisemitismo polacco che, per quanto in ombra, fu costante. Nonostante le difficoltà, la comunità ebraica stava rifiorendo, con ben 36 yeshivot create nel Paese per quel 49% di ebrei sotto i 20 anni. Nel 1930 l’11% dei polacchi, ovvero 3milioni e mezzo di persone, era ebreo.
Proprio allora si abbatté la Grande Depressione economica, che contribuì molto alla crescita del pensiero antisemita in tutto il continente. In Russia le diffamazioni contro gli ebrei erano già entrate nel DNA dei cittadini; anche nella stessa Polonia cominciarono ad aleggiare con più insistenza sentimenti di intolleranza. Nessuno però la tradusse in eliminazioni fisiche. Gli ebrei tornarono al pensiero di emigrare, ma molti stati europei e perfino gli Usa emanarono delle leggi restrittive per l’accoglienza di nuovi stranieri. Solo una parte riuscì a scappare, in troppi rimasero in trappola. Al successo popolare dei falsi Protocolli dei Savi di Sion, si aggiunse il dominio di Hitler dal 1933 con le sue folli applicazioni delle teorie sulla purezza della razza ariana. Dapprima furono distrutti agli ebrei negozi, libri, sinagoghe, ci furono arresti e omicidi, e poi la sua politica si tradusse nella “soluzione finale”: la deportazione di ebrei, anziani, disabili, omosessuali, zingari, slavi e oppositori politici di ogni genere nei lager siti principalmente nell’attuale Polonia Sudoccidentale, costretti ai lavori forzati e infine eliminati in enormi genocidi. La cronaca degli eventi nel periodo 1941-1945 è ben descritta nel bel documentario all’inizio di questo saggio, e durante il Terzo Reich si valutano oltre 15milioni di vittime: 6 milioni gli ebrei, ovvero i 2/3 degli ebrei d’Europa. Le istituzioni delle sinagoghe e delle yeshivot furono liquidate, come anche le shtetl.
Da ricordare tra l’Aprile e il Maggio del 1943 la Rivolta del Ghetto di Varsavia. La comunità era stata già decimata da 400mila a 70mila persone, che guidate dal comandante Anielewicz si armarono e si nascosero in rifugi sotterranei effettuando dei blitz contro le pattuglie tedesche. Le speranze di vittoria erano pari a zero, ma l’insurrezione durò oltre un mese, fino a quando, braccati, gli ebrei preferirono suicidarsi che cadere in mano ai nazisti. La minoranza ebraica in Polonia crollò dai 3,5milioni del 1939 ai 200mila del 1945. Il caso polacco è molto controverso dal momento che al mito di un popolo complessivamente ospitale e tollerante si oppongono azioni poco apprezzabili. I pochi ebrei sopravvissuti non avevano più una famiglia, non sapevano dove andare, non avevano una casa. Quelli che decisero di tornare nelle loro terre trovarono molta ostilità da chi se ne era indebitamente impossessato. Nel 1946 ci fu perfino un pogrom a Kielce con 42 vittime. Ecco perché nei decenni successivi la comunità si spopolò ulteriormente. Ufficialmente oggi risultano circa 9mila ebrei in Polonia, di cui molti anziani, ben poca cosa rispetto al milione abbondante distribuito tuttora nell’Europa occidentale. Tuttavia la fondazione ebraica dedicata a Mojżesz Schorr sostiene che ve ne siano almeno 100mila, ma qui entra in gioco anche il concetto di ebraismo: c’è chi lo considera una nazionalità, e chi solo una cultura. Attualmente sono attive delle sinagoghe a Cracovia, Varsavia, Poznań, Breslavia, Bielsko-Biała, Wałbrzych, Gliwice, e non ultimo a Łódź, unico caso in cui le funzioni religiose sono praticate ogni giorno. Altre due sono state fondate dopo il 1945, a Legnica e Katowice.
Nel resto del mondo invece il dopoguerra fu diverso: le Americhe, l’Europa occidentale, il Sudafrica accolsero di buon grado gli ebrei, e paradossalmente una delle più grandi comunità al mondo si trova in Russia. Gli eventi dell’Olocausto cambiarono radicalmente anche l’approccio della Chiesa cattolica, che aprì ufficialmente alla riconciliazione nel 1964. Nel frattempo, il 14 Maggio 1948 era stato riconosciuto ufficialmente lo stato d’Israele. Si può immaginare come siano stati milioni gli ebrei che, gradualmente, si trasferirono in Medio Oriente, ma al contempo i rapporti con il mondo musulmano furono definitivamente compromessi. Nei successivi 30 anni ci furono vari scontri con Egitto, Siria, Iraq e Libano, e da allora fino ad oggi sono stati numerosi gli episodi di guerriglia civile o di vere e proprie battaglie tra Israele e militanti palestinesi, come spesso sentiamo nei telegiornali. Aldilà della particolare situazione in Medio Oriente, la discriminazione verso gli ebrei non è mai cessata del tutto neanche nel resto del mondo: di tanto in tanto si registra qualche episodio isolato, ma dai tempi delle diffamazioni diffuse ormai da cento a mille anni fa è passato così tanto tempo che probabilmente nessun antisemita sa veramente perché dice di esserlo. Ecco perché forse conviene scoprire e conoscere l’origine di questo popolo dalla storia così particolare e unica, nel bene e nel male: per non cadere ingenuamente in luoghi comuni, e soprattutto per ricordare il male che l’Uomo è in grado di produrre poiché, come disse Primo Levi: “E’ accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo”.
Fonti: A short history of Judaism, Dan & Lavinia Cohn-Sherbok, Oneworld, 1994 / Miraculous Journey, Yosef Eisen, Targum Press, 2004

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Il babà napoletano. Anzi no, polacco!

Una delle poche cose di cui noi italiani continuiamo ad andare fieri e che fa un po’ da collante in questi anni di crisi di identità nazionale è la nostra tradizione gastronomica. Come in tante altre occasioni, ce la cantiamo e ce la suoniamo, ma in questo caso ne abbiamo ben donde visto che anche il resto del mondo ci riconosce spesso i migliori piatti e sapori che l’umanità abbia mai prodotto. Tra le mille cose, non possiamo non citare una chicca dolce e gustosa come il babà, marchio indelebile della cucina napolet……. Cosa?! Polacca? Così pare… Torturiamo un secondo la nostra golosità: stiamo parlando di un dolce a base di uova, zucchero, farina, burro e lievito, e può essere prodotto in due formati, torta (cotta al forno) e pasticcino (al forno o fritto). Si distingue per la sua morbidezza dovuta alla lunga lievitazione, e nel caso del pasticcino per la sua forma a fungo e per essere imbevuto di rhum. Le varianti non mancano, sia sui liquori da sostituire al rhum, sia sulla possibilità di farcire il dolce con creme o primizie di frutta.
BabaMa cosa c’entrano il babà e Napoli con la Polonia? Stando alle fonti, tutto parte proprio in Polonia agli albori del XVIII secolo. Il suo re di allora, Stanisław Leszczyński, fu uno degli ultimi sovrani di quell’impero polacco-lituano che stava già subendo i primi colpi del declino (erano già iniziati dei movimentati conflitti che interessavano la Russia, la Svezia e la stessa Polonia). Dal 1725 divenne anche suocero di Luigi XV di Francia grazie al matrimonio tra il giovanissimo francese, allora 15enne, e la seconda figlia di Stanisław, Maria, di sette anni più grande. I suoi stretti rapporti con la Francia gli portarono il titolo di Duca della Lorena, ma non si sa con certezza se la culla del babà sia stata proprio la Lorena o la sua Polonia. Fatto sta che Stanisław era un bongustaio di dolci, vini e liquori, lui stesso dava spazio alla sua creatività in cucina e spesso la servitù gli preparava il kugelhupf, una torta della Germania meridionale soffice, spugnosa e decisamente asciutta. Qui la storia inizia a intrecciarsi con la leggenda. Una corrente di pensiero sostiene che l’invenzione del babà sia stata un incidente: vedendo che gli veniva servita per l’ennesima volta una porzione di kugelhupf, Stanisław scaraventò il piatto dall’altra parte del tavolo (o su una credenza) dove si trovava casualmente una bottiglia di rhum, che si ruppe. Il liquore si versò sul dolce, che dal suo giallo paglierino assunse una tonalità più scura, ambrata, diffondendo un odore a cui il re non poté resistere. Altri dicono invece che la creazione del babà sia stata ricercata, con il re che provò più volte a impregnare il dolce con vino Madeira, Tokaj, vino di Malaga, sciroppi vari, fino ad arrivare poi alla soluzione che noi tutti conosciamo. C’è infine chi nega le varie storie legate al re Stanisław, sostenendo che in Polonia esisteva fin dal XVI secolo un dolce cilindrico guarnito con frutta secca e zafferano, e che quindi poco avrebbe a che fare con l’Alsazia, la Lorena o la Germania. Aldilà di ciò, la versione definitiva del dolce non fu quella del sovrano polacco, e vedremo tra poco il perché.
Togliamoci velocemente lo sfizio di sapere come mai questo dolce si chiama proprio babà. Anche qui i contrasti non mancano. Chi parte dai racconti legati al re Leszczyński sostiene che il sovrano, innamorato della nuova creazione, lo chiamò come l’eroe del suo racconto preferito “Le mille e una notte”: Ali Babà (o semplicemente babà). Chi teorizza invece l’esistenza del dolce prima del sovrano lega il nome direttamente all’originale polacco “babka ponczowa“, o semplicemente a “baba“, che significa “vecchia signora” vista la somiglianza del dolce con le gonne a campana che le donne più anziane erano solite indossare. Le sue successive esportazioni in Francia prima e a Napoli poi avrebbero portato a mettere l’accento sull’ultima “a”.
Subito dopo il regno di Leszczyński il dolce sbarcò dunque nelle cucine d’élite della Francia, dove furono elaborate diverse versioni aggiungendo macedonie di frutta, altri tipi di liquori affini al rhum, o un impasto più spugnoso con una maggior quantità di latte a cui segue la spennellatura esterna finale con confettura di albicocche (babà Savarin, dal nome del suo inventore). Nel XIX secolo la gastronomia francese era già ritenuta da tutti molto raffinata, una cucina d’eccellenza, e varie famiglie nobili del Sud Italia, specialmente in Sicilia e Campania, si servivano della bravura di alcuni chef o capocuochi denominati dialettalmente “monsù” (o “monzù“): è l’italianizzazione del francese “monsieur”, anche se nella maggior parte dei casi si trattava di cuochi italianissimi. Erano però tra i migliori in circolazione, e a detta di molti esperti del settore incarnavano l’unione delle cucine francese e Sud Italica. In questi ambienti il babà ha conosciuto altre metamorfosi, e il “laboratorio culinario” che lo ha portato alla definitiva consacrazione è stato quello napoletano, che lo ha perfezionato nelle forme e nelle varianti disponibili oggigiorno, con la crema, le amarene, il rhum, il limoncello, o abbinato ad un semifreddo.
Tutti vogliono attribuirsi la paternità del babà, e perfino la forma a fungo è oggetto di diatribe: si parte dalla tesi secondo cui il babà a fungo già esisteva in Polonia ai tempi della babka ponczowa nel XVI secolo, la si contrappone a quella che vede l’inventore in Nicolas Storher, pasticciere franco-polacco giunto a Parigi proprio con Maria Leszczyńska, e si conclude con la parte italica secondo cui è stata un’équipe di monsù ad aver realizzato la caratteristica forma. Comunque siano andate le cose, da oggi sappiamo qualcosa in più su questo dolce così particolare, e soprattutto ci possiamo divertire a casa con la ricetta della torta babà, utile per fare anche i relativi pasticcini.

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L’esercito polacco in Italia nella II Guerra Mondiale

Raramente, forse mai, capita di vedere un documentario che parli della Polonia o della sua storia. Il programma di Rai3 “Il tempo e la Storia” ci ha riservato una bella eccezione, interessante e di qualità dal momento che ci si sofferma su un capitolo importantissimo della storia polacca, ma anche italiana ed europea, la II Guerra Mondiale. In particolare si approfondisce un aspetto che riguarda da vicinissimo noi italiani, la venuta dell’esercito polacco nello Stivale, che contribuirà in modo sostanzioso alla liberazione italiana dai nazisti tedeschi.
Nel videodocumentario disponibile qui sotto in versione integrale Massimo Bernardini racconta con l’aiuto della polonista Krystyna Jaworska la storia del secondo Corpo d’Armata polacca del Generale Władysław Anders e della sua formazione. Si parte dal contesto iniziale, il patto Ribbentrop-Molotov (23 agosto 1939) che dà il la alla II Guerra Mondiale con l’invasione congiunta della Polonia da parte di tedeschi e russi (1° settembre). In molti fuggono, ma molti altri vengono imprigionati, e altri ancora deportati nei gulag sovietici in Siberia. Tra i prigionieri c’è anche Anders, trattenuto per due anni. Si tocca il triste tasto del genocidio di 20mila ufficiali a Katyń culminato il 10 aprile 1940, da cui solo pochi fortunati si salvano. Anders è tra questi, e quando nel 1941 Hitler invade a sorpresa la Russia, viene siglato un accordo russo-polacco (con il governo di Sikorski esiliato a Londra) per la formazione in Russia di un’armata polacca al fine di respingere i tedeschi. Il compito è affidato ad Anders, a cui gli vengono affidate le sorti di circa 110mila compatrioti, tra cui 20mila donne e altrettanti bambini. Il generale esaudisce la volontà di trasferire l’enorme plotone in Persia, che offre condizioni climatiche più favorevoli, ma che soprattutto è un Paese neutrale presidiato anche da forze inglesi.
La storia dell’esercito è sia militare che umana, con diverse storie che vedono la sensibilità di Anders alle prese con le fragilità di alcuni soldati o con i bisogni dei popoli scampati alla morte. Si racconta anche la storia dell’orso siriano Wojtek, adottato da cucciolo proprio in Persia e tenuto fino alla fine della Guerra (prima di finire tristemente in uno zoo di Edimburgo). Wojtek diventa la mascotte dell’armata, tanto da essere portato fino in Italia, dove già si prevedeva lo sbarco delle forze Alleate. Si risale la penisola partendo dalla Puglia, e l’impegno dell’armata è evidente soprattutto in Abruzzo e per la presa di Montecassino (11 maggio 1944). La marcia continua sulla costa adriatica arrivando fino a Bologna (21 aprile 1945) e Predappio, e i soldati che perdono la vita nelle battaglie sono tanti (oltre ai cimiteri polacchi di Montecassino, Bologna o Loreto, ve ne sono degli altri in diverse città italiane). La fine della Guerra è però beffarda per la Polonia, che non riacquista la tanto agognata indipendenza, e costringe di fatto gran parte dell’armata a non tornare in patria costituendo delle comunità in alcune città italiane o emigrando in diversi Paesi come Inghilterra, Usa, Australia e Argentina.
Ci permettiamo di aggiungere una considerazione sullo sbarco e l’insediamento in Italia dei polacchi. In pochi sono a conoscenza di questo, e molti di quei pochi ricordano soprattutto la battaglia di Montecassino. Già si rievoca molto meno il loro importante contributo in città come Ancona o Bologna, ed è conosciuta ancor meno la loro massiccia presenza nel luogo in cui sbarcarono, la Puglia. Tra le Murge e il Salento, tanti furono i polacchi che subito dopo la guerra ci andarono in esilio, in attesa di quel sospirato ritorno in patria, che non avvenne mai. Il vicepresidente dell’Ass. Nazionale Famiglie dei Combattenti polacchi in Italia, il leccese Wojtek Pankiewicz, ci tiene a ricordare l’enorme aiuto dei polacchi nella Liberazione dell’Italia dai nazifascisti, e fa spesso notare come i quattro cimiteri polacchi in Italia si trovino a Montecassino, Bologna, Loreto, e poi proprio in Puglia, a Casamassima (BA). Il 20 novembre 2014 si è tenuta a Mottola (TA) la mostra “La Puglia dei polacchi”, per promuovere la memoria della presenza polacca nel tacco d’Italia. Per approfondire, consigliamo vivamente la visione del documentario e del breve servizio sulla mostra. Buona visione.

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La percezione della realtà per italiani e polacchi

Quante volte è capitato di confrontarsi con amici e parenti su una qualsiasi tematica, di avere delle opinioni diverse in base alle proprie esperienze e valutazioni, e magari di replicare al nostro interlocutore dicendo “ma in che mondo vivi?”. Bene, con l’articolo di oggi riportiamo i numeri di una statistica molto particolare che traccia la divergenza che si ha tra la realtà oggettiva e la sua percezione soggettiva da parte dei cittadini.
Perception ranking generaleL’agenzia inglese Ipsos Mori ha coinvolto in quest’estate oltre 11.500 persone tra i 18 e i 64 anni di 14 Paesi del mondo, chiedendo loro di quantificare alcuni fenomeni sulla base della loro percezione soggettiva, e paragonando poi le risposte ai dati reali presi dalle istituzioni internazionali più autorevoli come Census, Nazioni Unite, OCSE, Pew, Idea, e altri centri nazionali. Le cifre che vedremo mostrano come in giro per il mondo e in tutte le nazioni le cose non sempre sono come sembrano, e tuttavia ci sono popoli più approssimativi di altri.  Qui affianco vediamo già elencati secondo la graduatoria finale i 14 Paesi esaminati in questa ricerca: ad avere la percezione meno accurata della realtà siamo proprio noi italiani, seguiti da statunitensi, sucoreani, e i polacchi subito a ruota. L’utilità di questa statistica sta non solo nel far venire a galla le distorsioni della realtà date dai mass media e dalle storie più o meno attendibili di chi ci circonda, ma anche nello smascherare alcuni nostri stereotipi. E alcuni dati possono lasciare a bocca aperta, a conferma del motto secondo cui “la percezione della realtà non è LA realtà”.
Perc1_immigratiCome riscontro di ciò è sufficiente osservare le risposte date, come ad esempio quelle sulla percentuale di immigrati che si suppone ci sia nel proprio Paese. Tutti quantificano il numero al rialzo, ma si vede anche come i primi quattro posti riportano una percezione estremamente diversa rispetto ai fatti, ed appartengono a nazioni dove il tema dell’immigrazione, della clandestinità, viene spesso portato all’esasperazione (Usa, Belgio, Francia), fomentando alle volte i fenomeni di razzismo e intolleranza che ben conosciamo. L’Italia è abbondantemente prima, con un 30% di immigrati percepiti rispetto al 7% reale. Anche la Polonia, ritenuta forse ancora “poco appetibile” dagli stranieri con solo l’1,75% di immigrati, risente di certi populismi lamentando un 14% di stranieri. Lo stesso discorso sociologico si può fare sulla percentuale di musulmani percepita nel proprio Paese: Francia (31% sogg. vs 8% reale), Belgio (29% sogg. vs 6% reale) e Canada (20% sogg. vs 6% reale) si mantengono su livelli di distorsione soggettiva molto elevati, come in parte anche l’Italia (20% sogg. vs 4% reale), mentre la Polonia ha una maggior consapevolezza della propria minoranza islamica (4% sogg. vs 0,1% reale).
Perc2_teenager incintaUn altro quesito interessante a cui sono stati sottoposti gli intervistati è legato al numero di ragazze-madre prima dei 19 anni. In questo frangente Polonia e Italia si trovano sul podio (rispettivamente 18% sogg. vs 1% reale; 17% sogg. vs 0,5% reale), precedute solo dagli USA (24% sogg. vs 3% reale), ma c’è da dire che gran parte delle nazioni esaminate presenta discrepanze tra il 10 e il 14%, con i cittadini che quantificano le ragazze-madre tra l’11 e il 16%, mentre le cifre ufficiali rientrano in un ventaglio del 0,2 – 3%. I meno imprecisi sono gli svedesi, che sbagliano solo di sette punti percentuali (8% sogg. vs 0,7% reale).
Anche sui votanti alle elezioni ci sono delle differenze, ma le discrepanze non si assottigliano, anzi, e la nota curiosa è che in tutti i Paesi si presentano percezioni al ribasso rispetto alla realtà. Oltre alla percezione soggettiva, qui gioca un ruolo importante la volontà – mancante – dei cittadini di informarsi. Campione di approssimazione è la Francia (57% sogg. vs 80% reale), seguita a ruota da noi italiani (54% sogg. vs 75% reale). Discrepanze tra il 13 e il 17% si presentano in altre sette nazioni, mentre la Polonia fa bella figura anche qui, al 12° posto su 14 a soli sette punti dal bersaglio (42% sogg. vs 49% reale).
Perc3_DisoccLe cose cambiano ancora se osserviamo la percezione della disoccupazione: la distanza con i dati reali aumenta ulteriormente, e di molto, in tutti i Paesi. Su tutti spicca incontrastata l’opinione italiana, secondo cui il 49% della forza lavoro è disoccupata e in cerca di lavoro, mentre i fatti parlano di un 12% (ricordiamo, dati ufficiali di inizio 2014), ben 37 punti di distorsione. Altri sette Paesi registrano discrepanze tra i 20 e i 28 punti, con i cittadini che credono la disoccupazione tra il 23 e il 39% quando i numeri ufficiali parlano di 6 – 11% (ad eccezione della Spagna con il suo 25% di disoccupazione, unico caso in Europa). Tra questi Paesi c’è anche la Polonia (34% sogg. vs 9% reale), che si piazza al quinto posto. Nessun Paese si è anche solo avvicinato alle percentuali reali del non impiego.
Perc4_Over65Altri due bei quesiti riguardano la percentuale di popolazione sopra i 65 anni e le aspettative di vita di un bambino nato nel 2014. Nel primo caso vediamo dal grafico qui affianco che si ha una percezione della terza età molto maggiore di quella che in realtà è: Italia e Polonia sono i meno precisi di tutti con una discrepanza di 27 punti (rispettivamente 48% sogg. vs 21% reale; 42% sogg. vs 15% reale). Altri nove Paesi quantificano sempre al rialzo la percentuale degli over65 (tra 19 e 25 punti in più), con una percezione soggettiva di 36-43% contro una realtà di 14-19%). E anche qui i meno precisi sono gli svedesi (che comunque sbagliano di ben 14 punti). Sulle aspettative di vita al 2014 invece c’è molta più precisione ma anche più varietà, visto che alcune nazioni ritoccano al rialzo la loro percezione, mentre altre la sminuiscono. Tra gli ottimisti spiccano i sudcoreani (89 anni sogg. vs 80 anni reale) e compensano il pessimismo dell’Ungheria (68 anni sogg. vs 75 anni reale). Dopo di loro, i meno precisi sono ancora Polonia e Italia, che sballano rispettivamente di 5 e 4 anni (72 anni sogg. vs 77 anni reale; 78 anni sogg. vs 82 anni reale). Tutti gli altri sono nel raggio di 2 o 3 anni, in più o in meno.
Oltre alle premesse iniziali, cos’altro possiamo trarre da tutto ciò? Il managing director di Ipsos Mori Bobby Duffy ha dichiarato che certe percezioni errate condizionano molto la mentalità dei cittadini sulla concezione di far politica che desidererebbero vedere: se si fosse più consapevoli che i tassi di immigrazione o di disoccupazione non sono così alti come si pensa, forse cambierebbero anche le proprie priorità. Allo stesso modo, ma per valori opposti, la gente sottovaluta in modo preoccupante azioni proattive come andare a votare, per cui si pensa che l’opzione del non voto sia più normale di quanto in realtà lo sia. Basta pensare al caso (disperato) italiano: Quanti sono i musulmani residenti? Risposta: il 20% della popolazione! (in verità sono il 4%). Quanti sono gli immigrati? Risposta: 30% (in realtà 7%). Quanti i disoccupati? Risposta: 49% (in effetti 12%). Quanti i cittadini con più di 65 anni?. Risposta: 48% (sono il 21%). A questo c’è da aggiungere un altro fenomeno diffuso soprattutto sui social network come Facebook, la disinformazione, e ancor peggio, la malainformazione: se i media più blasonati non informano o informano male, la gente rischia di credere alla prima sciocchezza che sente. Ma non è solo colpa dei media. Spesso si affianca anche quella che lo psicologo Anthony Downs ha definito “ignoranza razionale“: si decide di non voler sapere. Pensate a certi quotidiani o a certi commentatori. Chi li legge/li ascolta/li guarda non vuol essere informato, ma chiede solo di essere confermato nei propri pregiudizi. I pregiudizi rassicurano, evitano il fastidio del dubbio. E come la storia ci ha insegnato varie volte in passato, e noi puntualmente lo dimentichiamo, la scarsa conoscenza della realtà è funzionale alla cattiva politica, e le due cose si alimentano a vicenda. Stiamo forse prendendo di nuovo questa deriva?

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La Rai racconta cosa vedere a Łódź

Vuoi per l’economia, vuoi per lo sport, vuoi semplicemente per il turismo, TV e giornali italiani continuano a parlare di tanto in tanto di Polonia. La tappa di oggi – in realtà realizzata tempo fa – ci viene fornita direttamente da “Alle falde del Kilimangiaro”, noto programma di Rai3, ed è a Łódź.
In un servizio di nove minuti viene mostrato tutto ciò che ci può essere da scoprire o visitare, ottima fonte per chi vuole sapere qualcosa in più rispetto alle “solite” Cracovia, Varsavia, Danzica o Breslavia. Aldilà della pronuncia spesso impropria di vie, quartieri e luoghi da parte del narratore, si racconta il rapido sviluppo della città in questi ultimi 200 anni, da piccolo paese a secondo centro polacco per popolosità, e fulcro del tessile sovietico prima e polacco poi. Inevitabile punto di partenza è via Piotrkowska, la via principale di Łódź, che collegava originariamente il centro con Księży Młyn, il vecchio quartiere delle fabbriche. Molte industrie tessili dismesse sono state riconvertite in locali, negozi o centri commerciali, tra cui l’enorme Manufaktura. E poi ci sarebbe da vedere il museo multimediale della tessitura, si può usufruire dei risciò per muoversi, gli appassionati del cinema non mancheranno di passare dalla Scuola Superiore di Cinema, tv e teatro (Państwowa Wyższa Szkoła Filmowa,Telewizyjna i Teatralna)… Per approfondire meglio e scoprire altro ancora, il reportage è qui sotto. Buona visione.

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Lingua polacca – 12. Come cavarsela per le strade della Polonia

I viaggi all’estero si progettano per vari motivi, una vacanza, un soggiorno-studio, uno stage, un lavoro, e un po’ di tempo fa abbiamo dedicato ben cinque articoli su un viaggio in Polonia. Lo spauracchio costante è il come cavarsela in caso fosse necessario chiedere delle informazioni o comunicare con la gente del posto. Del resto, tra aeroporto, stazione, albergo, autobus, ristorante o per strada, i contesti non scarseggiano, e uno spezzone del film “Totò, Peppino e la malafemmena” ce lo ricorda. Abbiamo pensato perciò di creare un campionario variegato sulle frasi che più spesso possono tornare utili. Precisiamo che, se in generale proviamo nelle nostre lezioni a fissare qualche regola grammaticale per capire la giungla linguistica polacca, in quest’occasione il nostro obiettivo è semplicemente un livello comunicativo di massima. Le frasi riportate sono tradotte in modo schematico per consentire un apprendimento più mnemonico, e non ci complicheremo dunque la vita a precisare o specificare tutti i casi particolari su genere, numero e declinazione di nomi e aggettivi (che i più ambiziosi possono sempre approfondire nelle lezioni disponibili nel blog). Vediamo allora le varie situazioni in cui ci possiamo trovare.

1a parte: per strada

Chiedere le indicazioni. E’ un classico. Per domandare qualcosa come “Scusi, dov’è via… / piazza… / il museo / la stazione / la fermata del bus?” possiamo dire: “Przepraszam, gdzie jest ulica… / plac… / muzeum / dworzec / przystanek autobusowy?“. Idem per cercare un posto con wi-fi (“…gdzie jest dostęp do wi-fi?“). Le indicazioni che possiamo ricevere possono essere tante. Ecco le principali (per la pronuncia, aiutatevi con la lezione sulla fonetica):
– E’ vicino / lontano / dietro l’angolo / in fondo -> “Jest blisko / daleko / za rogiem / na końcu ulicy
– Deve percorrere 50 / 100 metri -> “Musi (Pan/Pani) iść pięćdziesiąt / sto metrów
– Deve andare sempre dritto / fino in fondo / fino a – l’incrocio / il ponte / il semaforo / la rotonda -> “Musi (Pan/Pani) iść ciągle prosto / do końca / do – skrzyżowania / mostu / światel / ronda
– Prima di / Dopo – l’incrocio / il ponte / il semaforo / la rotonda -> “Przed / Zaskrzyżowaniem / mostem / światłami / rondem
– Deve girare a sinistra / a destra -> “Musi (Pan/Pani) skręcić w lewo / w prawo
– Deve prendere la prima / seconda / terza / … via a sinistra / a destra -> “Musi (Pan/Pani) skręcić w pierwszą / drugą / trzecią / … ulicę (oppure skrzyżowanie) w lewo / prawo
– Deve attraversare –  la strada / la piazza / l’incrocio / il ponte -> “Musi (Pan/Pani) przejść – ulicę / plac / skrzyżowanie / most
– Deve tornare indietro -> “Musi (Pan/Pani) zawrócić

2a parte: in negozi e locali di vario genere

Premessa – In moltissime situazioni, si sa, si deve pagare per qualcosa. Per conoscere in generale un prezzo possiamo domandare “Ile kosztuje?“, ma quando si tratta proprio di pagare è bene chiedere “Ile zaplacę?“. Per avere un’idea sull’importo che ci viene richiesto, basta ripetere la lezione sui numeri. E’ possibile commentare dicendo che è caro o economico (“jest tanie / drogie“), o esprimere la propria volontà di pagare in contanti (“płacę gotówką“) oppure con una carta (“płacę kartą“). Attenzione quando siete in un ristorante o in un locale: se nel momento in cui pagate date una somma superiore a quella dello scontrino, è meglio non dire subito grazie (“dziękuję“). Detto proprio in quel momento, potrebbe essere interpretato come “tieni il resto come mancia”.
In stazione / In bus / In tram  – Quel che ci serve è un biglietto, che possiamo ottenere con la richiesta “Poproszę bilet…” (o per più biglietti, “Poproszę ‘x’ bilety“). Nel caso del treno (“pociąg“), il biglietto può essere:
– di sola andata -> “w jedną stronę” – Ma se c’è anche il ritorno, lo chiamiamo “powrotny“;
– di prima / di seconda classe -> “pierwszej / drugiej klasy“;
– con prenotazione del posto…. -> “z rezerwacją miejsca“;
– da ……… a …………. -> “Z ……… do ………..“. Nell’usare queste due preposizioni, si dovrebbero declinare i nomi delle città al caso genitivo, ma chi non ha dimestichezza in questo settore può citarle comunque in polacco senza declinarle… i vostri interlocutori capiranno…
Il posto può essere per fumatori / non fumatori (“dla palących / dla niepalących“); sul lato finestrino (“przy oknie“); il treno può essere per oggi (“dzisiaj“), domani (“jutro“), o per un altro giorno della settimana. Per l’ora (“godzina“), si può consultare la lezione ad hoc che dedicheremo, ma dato che il nostro obiettivo odierno è quello dell’arrangiarsi, è sufficiente la lezione sui numeri. Infine, per chiedere su quale binario parte il treno per ‘x’, basta dire “Z którego peronu odjeżdża pociąg do ‘x’?“, tenendo presente che nelle stazioni polacche (“dworzec“) esistono due elementi, piattaforma e binario (“tor” e “peron“): su una piattaforma vi è accesso a due binari, dunque attenzione alla numerazione. Tram e bus (“tramwaj“, “autobus“) invece si prendono alla loro fermata (“przystanek“). Per utilizzarli, si deve acquistare il biglietto (“bilet autobusowy/tramwajowy“), e indicare le sue caratteristiche:
– normale o ridotto -> (“normalny“; “ulgowy“);
– di corsa semplice -> (“jednorazowy“);
– di 20 o 30 minuti -> (“dwudziesto / trzydziestominutowy“);
– per un giorno / tre giorni / una settimana -> (“dobowy” / “trzydniowy” / “tygodniowy“).
Al cinema / A teatro – Come nel paragrafo precedente, ci serve un biglietto, quindi usiamo sempre la formula “Poproszę bilet…” relativamente a ciò che vogliamo: “…per il film / …per lo spettacolo ‘x’” -> “…na film / na spektakl ‘x’“. Per indicare l’ora o la fila (“rząd“) in cui ci si vuol sedere, sapete già dove trovare la nostra lezione sui numeri.
In taxi / In aeroporto – Anche in questi due contesti non abbiamo molto da lavorare. Per il taxi (“taksówka“) è sufficiente comunicare al tassista l’espressione “Proszę jechać do…” e il nome dell’edificio oppure la via o la piazza (“ulica“, “plac“) dove si vuole andare. Per quanto riguarda gli aeroporti (“lotnisko“), anche quelli polacchi si servono molto della terminologia inglese, quindi per sapere dove si trova il terminal, lo sportello del check-in, i controlli di sicurezza, o il gate basta chiedere “gdzie jest terminal / check-in / kontrola bezpieczeństwa / bramka (oppure gate)?“. Potremmo aver bisogno di sapere anche in quale gate si effettua l’imbarco -> “W ktorej bramce będzie boarding?” Aggiungiamo al nostro repertorio alcune frasi-extra, come ad esempio:
– “Ho un laptop e una macchina fotografica” -> “Mam laptopa i aparat“;
– “Ecco la mia carta d’identità / passaporto” -> “Oto mój dowód osobisty / paszport“;
– “Ho un bagaglio piccolo, non ho una borsa” -> “Mam mały bagaż, nie mam torby“;
o anche un sottomesso – “Posso andare?” -> “Czy mogę iść?“.
Al ristorante – Andando in ordine logico, è sicuramente utile ricordare:
– Vorrei un tavolo per ‘x’ persone -> “Poproszę stolik na ‘x’ osoby
– E’ possibile avere il menù? -> “Czy można dostać kartę?
E per ordinare in base ai nostri gusti: “Vorrei…” -> “Poproszę…”. Se vogliamo precisare di NON avere un determinato ingrediente in un piatto, usiamo la parola “senza” (“bez“). Per i nomi di ingredienti e prodotti si può consultare la lezione ad hoc che dedicheremo. Spesso nei ristoranti domandiamo anche dove si trova il bagno -> “Gdzie jest łazienka?“, e infine, chiediamo il conto -> “Poproszę rachunek“.
In hotel – Altro contesto importante è l’alloggio, dove le frasi-chiave possono essere:
– Vorrei prenotare / Ho prenotato una camera a nome ‘x’ per una / due / tre / ….. notti -> “Chciałbym zarezerwować / Zarezerwowałem pokój na nazwisko ‘x’ na jedną / dwie / trzy / …noc(e)
La camera può essere: – singola o doppia (“jednoosobowy” , “dwuosobowy“); con o senza bagno, tv, colazione, pranzo, cena… -> “z” (+strumentale) o “bez” (+genitivo) łazienka, telewizja, śniadanie, obiad, kolacja….
Possiamo ancora chiedere di fare il check-in / check-out (“Chciałbym się zameldować / Chciałbym się wymeldować“); a che ora è aperta la reception / il ristorante (“W jakich godzinach jest otwarta recepcja / restauracja?“); a che ora si fa il check-out (“O której należy sie wymeldować?“); dire se fare un pagamento anticipato / al momento del check-out (“płatność z góry / w momencie wymeldowania“).
Negozio / Alimentari – E’ l’ultimo contesto del nostro particolare vademecum. Con il termine “negozio” intendiamo soprattutto un locale di abbigliamento e accessori, dove è possibile domandare ad un commesso se hanno un capo particolare, come un paio di pantaloni / un paio di scarpe / una camicia / una gonna / una borsa… -> “Czy macie spodnie / buty / koszulę / spódnicę / torebkę…?“. Per descrivere questo tipo di cose tornano utili gli aggettivi: bello, brutto, stretto, largo, piccolo, grande… -> “ładny, brzydki, wąski, szeroki, mały, duży…“, o anche i colori. Potremmo fare o ricevere le seguenti domande e risposte:
–  Che taglia / numero porta? – La mia taglia / numero è…  ->  “Jaki ma (Pan/Pani) rozmiar / numer? – Mój rozmiar / numer to …
– Dove posso provarlo? – Mi va bene… -> “Gdzie mogę przymierzyć?” – “Pasuje mi
E dopo di ciò: “E’ tutto? – Si, grazie / No, vorrei anche… ” -> “Czy to wszystko? – Tak, dziękuję / Nie, chciałbym jeszcze…“.
In un alimentari invece basta ricordare come dire: “Vorrei un chilo / mezzo chilo / 100-300 grammi…” -> “Poproszę kilo / pół kilo / sto – trzysta gramów“. Nella lingua polacca è più naturale usare il decagrammo come unità di misura – quindi diremmo “dziesięć – trzydzieści deko” -, ma se usiamo i grammi, i polacchi non avranno problemi a capirci.
– E’ troppo / E’ troppo poco / va bene cosi… -> “To za dużo / To za mało / Tak wystarczy
– Avete un pacchetto / una confezione / una bottiglia / un barattolo… -> “Czy macie paczkę / opakowanie / butelkę / słoik...“.
E dopo questo bel bagno di lingua polacca, siete pronti per tuffarvi nella Polonia reale e mettervi alla prova? Se all’inizio non ce la farete, non vi preoccupate, è normale. Basta un po’ di pazienza, motivazione e determinazione. Chi la dura, la vince!

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6 Dicembre: La festa di Mikołajki (San Nicola)

Mikołajki è legato direttamente al santo ricordato in quel giorno, Święty Mikołaj, San Nicola. In particolare ci si riferisce a San Nicola di Myra, in Italia conosciuto come San Nicola di Bari. In Polonia è un giorno un po’ più particolare degli altri in quanto i bambini (ma anche gli adolescenti e, perché no, qualche adulto) ricevono dei piccoli regali portati tradizionalmente dal santo. Ma perché vige quest’usanza? Che relazione c’è tra un santo e dei regali per i bambini, e perché in Italia non esiste la stessa tradizione? In realtà, in Polonia come nel resto d’Europa e del mondo si sono mischiati eventi storici a credenze religiose e leggende, e per poter capire il tutto al meglio, è necessario fare un po’ d’ordine e partire dal soggetto principale.
Nicola è vissuto tra il III e il IV sec. d.C. ed era vescovo di Myra, città dell’allora Impero Bizantino, nell’attuale Turchia meridionale. Nel complesso fu riconosciuta la sua autorità personale ed ecclesiastica sia dal cristianesimo cattolico romano che da quello ortodosso russo – dove la sua icona spesso è visibile accanto a quelle di Gesù e di Maria -. Morì il 6 dicembre (forse del 343), e le storie sui suoi miracoli, sugli atti taumaturgici e di carità sono numerose, tanto da essere uno dei primi santi cristiani. Il ruolo di Bari in tutto questo va contestualizzato con la conquista di Myra da parte dei musulmani nell’XI secolo: Bari e Venezia erano dirette rivali nei commerci marittimi con l’Oriente, e il forte spirito cattolico già diffuso nella penisola accentuò la competizione per prelevare le spoglie del santo. I più veloci ad organizzare la spedizione furono i baresi, che nel 1087 presero oltre metà delle reliquie (13 anni dopo anche i veneziani trovarono dei resti). Così si creò la nomea di San Nicola di Bari, già allora ricordato nella data della sua morte. Alla luce di tutto ciò, perché il 6 dicembre non è un giorno festivo? Ciò è dovuto al Concilio Vaticano II che avrebbe perfino messo in discussione l’esistenza storica del personaggio. Come compromesso, papa Paolo VI nel 1969 confermò la ricorrenza di San Nicola, ma senza contrassegnarlo nel calendario come giorno festivo. Tuttavia, l’importanza di questo santo si può capire da diversi elementi: è tra quelli che vanta il maggior numero di patronati in Italia (oggi 272), è ricordato anche in molti Paesi d’Europa ed è patrono della Russia. Inoltre, grazie ai racconti che lo riguardano, è il santo protettore di tante categorie della società: bambini, marinai, pescatori, avvocati, defraudati, farmacisti, commercianti, prostitute.
La sua associazione con i regali nasce proprio da alcune di queste storie e leggende, già nel Medioevo. Il racconto più conosciuto ha per protagonisti un vicino di casa di Nicola con le sue tre figlie. Il vicino, in precedenza ricco, era caduto in disgrazia, non aveva la possibilità di dare una dote alle figlie per farle sposare, e il suo carattere scorbutico non facilitava di certo la ricerca dei possibili generi. Aveva ormai preso la decisione di introdurle in un bordello per farle prostituire, ma Nicola seppe di questo e, dopo aver trovato ispirazione dalle Sacre Scritture, regalò di nascosto del denaro in tre notti consecutive a ognuna delle tre figlie, come dote di matrimonio. Durante la terza notte fu scoperto dal vicino, che lo ringraziò imbarazzato e mutò il suo approccio alla vita seguendo i princìpi cristiani. Così nella tradizione popolare europea San Nicola diventò colui che porta i regali.
143.1 Mikolajki XVIIICome conseguenza di ciò si diffuse un’altra leggenda, la più popolare per i bambini. All’alba del 6 dicembre, quando tutti dormono ancora, San Nicola guarda dentro le case attraverso i vetri delle finestre: se vede delle scarpe pulite, lascia dei piccoli regali; se invece le scarpe non ci sono o sono sporche, lascia delle bucce marce di patata. L’elemento delle scarpe deriva dal mito sassone di Odino, che si diceva facesse una battuta di caccia ogni solstizio invernale con i suoi cavalli: i bambini lasciavano vicino al camino scarpe o calze piene di paglia per nutrire i suoi cavalli, e Odino lasciava regali e dolci in segno di ringraziamento. A prima vista, questa leggenda ricorda l’italianissima Epifania, ma è tutt’altro che sicuro se tra le due festività ci sia un collegamento diretto o se sia solo una coincidenza (si parla anche di origini pre-cristiane dell’Epifania legate al ciclo dell’agricoltura), e la differenza nelle date non aiuta a scoprirlo (il 6 dicembre per San Nicola, il 21 dicembre per il germanico Odino e il 6 gennaio per l’Epifania).
L’usanza dei regali in Polonia risale al XVIII secolo, quando si davano ai bambini piccole cose come pan di zenzero, noci dorate, mele, frutti di vario genere, o altri tipi di oggetti messi sotto il cuscino o in una grande calza. Da secoli questa ricorrenza è considerata simbolicamente come degna introduzione alle festività del Natale e del Capodanno. Anche per questo permane ancora oggi l’elemento della piccolezza del pensiero: non si comprano cose costose o eccezionali, ma ci si limita a semplici dolci o piccoli giocattoli, e oltre all’ambiente familiare, Mikołajki è festeggiato soprattutto nelle scuole primarie. E’ curioso come, a dispetto delle vecchie radici della festa, il termine Mikołajki sia stato coniato solo nella seconda metà del XX secolo in onore di questa ricorrenza, per evidenziarne l’accezione festosa. Se ci si chiede invece perché in Italia non esiste la stessa tradizione celebrativa presente nell’Europa sassone e slava, la risposta è già nella domanda: la quantità e la tipologia di storie e leggende collegate al santo si concentrano soprattutto in quelle zone del continente, mentre in Italia questa dimensione culturale è pressoché inesistente.
Babbo Natale vs San NicolaL’ultimo aspetto che andiamo ad osservare è una serie di elementi che legano San Nicola e il Natale, e che forse la maggior parte di noi non conosce. Se torniamo alle leggende diffuse in Europa, ve n’era una incentrata sull’impresa di San Nicola alle prese con una forza del male: in Olanda si parla di “Zwarte Piet”, “Pietro il nero”, che in italiano è conosciuto come “l’uomo nero”; in Germania ci sono diverse varianti con folletti, elfi, o in genere entità diaboliche che uccidevano i bambini. In tutti i casi, le storie avevano due possibili finali: o l’antagonista tornava negli inferi, o veniva catturato e obbligato ad aiutare San Nicola a distribuire doni ai bambini. Come si vede, l’uomo nero, i folletti, gli gnomi, sono tutti personaggi conosciuti nel contesto natalizio, e collegandoli con la distribuzione dei doni, il cerchio si chiude: chi porta i regali nella notte tra il 24 e il 25 Dicembre è San Nicola. A riprova di questo, basta prendere il nome statunitense di Babbo Natale, Santa Claus, e riprendere il Paese da cui è stato importato, l’Olanda. Lì il personaggio si chiama Sinterklaas, ed è chiaramente ispirato a Sint Nicolaas, San Nicola. Come ulteriore riscontro, anche l’immagine del moderno Babbo Natale viene da quella tradizionale di San Nicola, nel suo abito vescovile rosso, con barba e capelli bianchi già allungati con il tempo nelle varie raffigurazioni.
Una curiosità finale: la spiegazione sul “trasloco” di San Nicola dal 6 al 24 dicembre va sempre cercata sul continuo mescolarsi di quelle storie, miti fantastici e tradizioni culturali spiegate finora, grazie a cui si possono spiegare anche altri dettagli. Ad esempio, le calze/scarpe presenti nella leggenda di Odino ci fanno comprendere l’associazione tra Babbo Natale e le calze negli addobbi usati negli altri Paesi europei e in USA, cosa che in Italia si fa solo in riferimento alla Befana; la trasformazione dei cavalli (presenti sempre in Odino) in renne; o ancora, la diversa ubicazione di Santa Claus / San Nicola / Babbo Natale: gli statunitensi lo collocano in Alaska (anche se lo chiamano Polo Nord); gli europei lo immaginano in Lapponia (Finlandia), in Svezia o in Groenlandia. Insomma, mai come in questo caso si possono vedere diverse culture e tradizioni fondersi e dar luogo a nuove storie, personaggi e tradizioni. In questo caso, l’importante è che si festeggi con gioia San Nicola, e non fa niente se lo si fa il 6 o il 25 dicembre.

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Donald Tusk Presidente del Consiglio Europeo

Nato a Danzica il 22 Aprile del 1957, già nel 2011 è stato Presidente di turno del Consiglio dell’UE (gestito a turni semestrali da tutte le nazioni dell’Unione), e da oggi 1° dicembre 2014 è ufficialmente Presidente del Consiglio Europeo: il nome di Donald Tusk è ormai scritto nella storia della Polonia dacché in entrambi i casi citati è il primo polacco a ricoprire un ruolo così autorevole in campo europeo. Potrebbe non sembrare una grande notizia dal momento che la Polonia è entrata nell’Unione Europea solo nel 2004, ma l’importanza della nomina si avverte se si considera l’intero contesto storico e geopolitico del Paese negli ultimi due secoli. Perennemente sotto la sfera d’influenza russa, dalla caduta del muro di Berlino nel 1989 la Polonia ha avuto una vera e propria metamorfosi: prima l’apertura al capitalismo occidentale, poi l’entrata nell’Unione Europea, il tutto incorniciato da un’inarrestabile crescita economica che l’ha portata ora ad essere un importante interlocutore politico ed economico a livello internazionale. E’ doveroso dire comunque che gli straordinari risultati si devono non solo alla buona organizzazione interna e alla grande voglia di farsi valere del popolo polacco, ma anche al sostegno della stessa Unione Europea, che ha allevato e cresciuto la “creatura Polonia” per renderla modello esemplare del successo del sistema occidentale, e al contempo per spostare più a Est i propri confini geopolitici a dispetto della stessa Russia.
Ora però si vuole andare oltre in questa lunghissima strategia. Sebbene la ricchezza complessiva della Polonia sia ancora ben poca cosa rispetto ai PIL delle nazioni che contano, non c’è dubbio che in questo momento il Paese sia un protagonista autorevole grazie alla dinamicità della sua economia, e aldilà delle indubbie competenze, la nomina di Tusk a Premier Europeo rappresenta anche una mossa politica ben precisa. Altro particolare da non sottovalutare, la Polonia è il Paese che prenderà il maggior importo di fondi europei per il settennato 2014-2020 (ammontano a 82,5 miliardi di euro, e non 106 come previsto in un primo momento). Ciò dovrebbe dare lo slancio definitivo alla nazione: l’Europa vuol far vedere agli occhi di tutti che la Polonia è a pieno titolo un Paese europeo, e vuole farla camminare con le proprie gambe sia in ambito diplomatico che in quello economico per renderla a tutti gli effetti un interlocutore alla pari.
Tornando al nuovo Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk è stato un partecipante attivo alla vita politica polacca fin dagli anni ’80, opponendosi alle restrizioni del monopartito nazionale PRL e sostenendo un generale liberalismo, prendendo parte anche al movimento Solidarność di Lech Wałęsa. Mantenendosi sempre nell’area liberaldemocratica, nel 2001 fonda con alcuni colleghi il partito Platforma Obywatelska, Piattaforma Civica, di cui poi diviene presidente. L’ideale è quello di un moderno partito europeista, liberalconservatore, definibile di centrodestra moderato, opposto a Jarosław Kaczyński, convinto nazionalista e xeno-omofobo. E’ stato premier della Polonia dal 2007 fino a poche settimane fa, lasciando il posto alla collega Ewa Kopacz. Come è normale che sia, si attribuiscono sia pro e contro sul suo governato, per cui se da una parte ha continuato nell’opera di sviluppo delle infrastrutture, del tessuto economico interno e di esportazione, o del welfare sociale, dall’altra parte si è ritrovato ad esempio a far rimanere un po’ più indietro i ceti meno abbienti e a far stringere la cinghia ad una fetta di pensionati (e in termini di consensi il partito ne ha risentito). Ciononostante, il sistema polacco nel suo complesso continua a funzionare, sopperendo anche ad eventuali vuoti temporanei: basti vedere come un improvviso innalzamento della disoccupazione al 13,9% nel febbraio 2014 è stato assorbito fino a registrare un 11,3% nello scorso ottobre.
Vi proponiamo qui sotto un servizio giornalistico in occasione del suo discorso di insediamento odierno a Bruxelles. Per quanto breve, questo contributo video fornisce come meglio non si potrebbe molte informazioni sul personaggio di Tusk, sui progressi della Polonia e sul suo ruolo in ambito internazionale.

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La festa di “Andrzejki”

Sia in Italia che in Polonia, il mese di novembre offre la possibilità di passare una serata all’insegna della spensieratezza e del divertimento con gli amici, pur trattandosi di due occasioni totalmente diverse l’una dall’altra. In Italia, infatti, è celeberrima la festa di San Martino dell’11 novembre: di origini venete, si è diffusa in tutto lo stivale principalmente come la ricorrenza che segna l’arrivo del vino novello. Sulla base di questo, numerosi sono gli eventi organizzati da istituzioni pubbliche, enti privati e locali vari, ma al contempo si è soliti organizzare una serata casereccia in comitiva all’insegna di piatti tipici autunnali e, soprattutto, dell’immancabile vino rosso.
Sebbene anche nei calendari polacchi si ricordi il santo di Tours, non esiste nella tradizione del Paese qualcosa di simile all’Italia, sia per la bassa popolarità del vino nel corso della storia, e sia per la più recente restaurazione della festa dell’indipendenza proprio l’11 novembre. In compenso, in Polonia è diffusa una festa popolare comunemente chiamata “Andrzejki“. Il nome della festa deriva da un altro santo, Andrea, il quale, oltre ad essere patrono di alcune nazioni europee come Scozia, Grecia, Romania, Russia e Ucraina, viene ricordato con feste di vario stampo in Germania, Austria, e nelle nazioni slave, tra cui quindi la Polonia. Nei calendari la ricorrenza cade il 30 novembre e segna l’ingresso al periodo dell’Avvento e del Natale, fatti perlopiù di preghiera. Così si è creata simbolicamente l’ultima occasione dell’anno per i divertimenti più pagani, organizzati per la sera della vigilia, il 29 novembre. lanieCosa si fa dunque nella sera di Andrzejki? Tutto parte dalla credenza secondo la quale questa notte sia magica e dia la possibilità ad una persona di conoscere il nome o il profilo del futuro marito o moglie attraverso riti divinatori (wróżby) e giochi di diverso genere. Per quanto l’origine di questa tradizione non sia certa, l’ipotesi generalmente più accettata è imperniata sull’etimologia greca del nome Andrea (da andros), che indica l’uomo nella sua accezione virile. In effetti, un tempo solo le giovani ragazze single festeggiavano questa ricorrenza popolare, e un paio di proverbi lo confermano: “Noc Andrzeja Świętego przywiedzie narzeczonego” (La notte di Sant’Andrea porta il fidanzato) e “Na Świętego Andrzeja pannom z wróżby nadzieja” (A Sant’Andrea la speranza delle ragazze è nella divinazione). Nonostante ciò, con il tempo questa tradizione si è estesa anche ai ragazzi, e in genere ai single.
Nei locali e nei ristoranti si può assistere a serate ad hoc, ma come nel San Martino italiano, si organizzano spesso serate tra amici a casa di qualcuno, e anche la cucina fa la sua parte: si possono preparare vari tipi di torte, crocchette di verza e funghi, uova sode ripiene con salmone, rolada di prosciutto ripiena, zuppa di barbabietola, muffin dolci e salati, wurstel, salsiccette in pasta francese, e via dicendo. Il pilastro della serata è ovviamente costituito dai riti magici per poter conoscere l’uomo o la donna della propria vita. Questi atti divinatori possono essere individuali oppure di gruppo, e quelli individuali hanno origini più lontane nel tempo – e di conseguenza pensati più per le ragazze -. Tra i più conosciuti c’è sicuramente quello secondo il quale si mettono sotto il proprio cuscino dei pezzi di carta con su scritti dei nomi di ragazzi ritenuti potenziali partner o mariti. Al risveglio del giorno dopo, la prima cosa che si fa è prendere da sotto il cuscino un pezzo di carta, che corrisponderà al futuro marito. Un altro rito popolare è il portare a casa un ramo di ciliegio o amarena tagliato il giorno di Sant’Andrea e tenerlo con cura in un vaso con dell’acqua: se fiorisce entro il giorno di Natale, sarà il segno che presto ci si sposerà. Altri riti propiziatori sono più antichi e oggi in disuso, come il digiunare il giorno della vigilia pregando il santo, nella speranza che durante la notte si possa sognare l’uomo che si sposerà. In Polonia orientale un tempo le ragazze seminavano in un orto o in dei vasi dei semi di lino o canapa, procedendo poi al raccolto indossando dei pantaloni maschili: ciò le avrebbe condotte nella casa del loro futuro marito. Nel video qui sotto è possibile avere un primo panorama sui giochi e i riti che si fanno con gli amici o i potenziali partner. Subito dopo ne descriveremo i più popolari, qualcuno meno conosciuto, e aggiungeremo una nota su una vecchia usanza ormai ignorata dagli stessi polacchi:
Il rito indubbiamente più famoso e popolare è quello della lettura della cera: una volta sciolta la cera di una candela in un pentolino, la si versa in una ciotola d’acqua fredda attraverso il largo occhio di una chiave. Quando si sarà solidificata, con una luce se ne proietta  su un muro l’ombra, che darà delle indicazioni fisiche, professionali o caratteriali sul futuro partner. Un gioco altrettanto popolare è quello delle tazze. Sono necessarie otto tazze e sette oggetti, ognuno con un suo significato simbolico: la fede rappresenta un matrimonio imminente, un anello il fidanzamento, un pezzo di pane il benessere, una banconota la ricchezza, dello zucchero una vita dolce, del sale una vita agitata o deludente, un ciuccio l’arrivo di un bambino, e l’ottava tazza rimarrà vuota per indicare l’assenza di cambiamenti. Una volta nascosti gli oggetti nelle tazze capovolte, il prescelto ne sorteggerà una e così conoscerà il proprio futuro. Ovviamente ci sono anche delle varianti, in cui altri oggetti possono simboleggiare altri esiti del proprio futuro: una foglia indica che si rimarrà zitelle a vita, il rosario che si diventerà monaca o prete. Un altro gioco popolare è quello del cuore trafitto: su un foglio di carta si disegna un grande cuore con elencati vari nomi di ragazzi (se giocano le ragazze) o di ragazze (se giocano i ragazzi). Una volta capovolto il foglio in modo che non si vedano i nomi, chi gioca dovrà trafiggere il cuore con un ago o uno spillo: il nome trafitto sarà quello del futuro partner. Si può continuare ancora con il gioco delle scarpe: progettando un percorso che va da un muro della casa fino al suo ingresso, ogni partecipante usa la propria scarpa per formare un “serpente” che vada in direzione del traguardo: la scarpa che varcherà l’ingresso di casa sarà quella il cui proprietario si sposerà prima di tutti/e. E ancora, esiste la lettura della buccia di mela: una volta sbucciata una mela in modo da ottenere un unico lungo pezzo di buccia, si lancia quest’ultima dietro di sé rigorosamente con la mano sinistra, la mano del cuore. Dalla posizione che la buccia avrà assunto se ne dovrà ricavare una lettera, e quella sarà l’iniziale del nome del futuro marito o moglie. E’ in voga anche una variante della mosca cieca: si sceglie una persona da bendare e mettere in mezzo ad un cerchio di partecipanti del sesso opposto. Il partecipante verso cui la persona bendata si dirigerà e toccherà sarà il suo partner. Questo gioco ha origini da una vecchia versione praticata in Cuiavia e in Piccola Polonia – le regioni di Włocławek e Cracovia -, dove le ragazze in cerchio mettevano in mezzo un’oca bendata: la prima ragazza toccata dall’oca sarebbe stata quella a sposarsi per prima. Rimanendo in tema di animali, se si ha a disposizione un gatto o un cane, ci si può far dire da loro chi si sposerà più presto e con chi: basta che ogni partecipante abbia in mano un po’ di cibo che  rappresenti un determinato potenziale partner. La cosa che l’animale mangerà per prima designerà il matrimonio che in effetti si realizzerà.
Se dopo tutto ciò non si è ancora contenti, si possono prendere due fiammiferi e accenderli: se le due fiamme si dirigeranno l’una verso l’altra, i propri sogni più nascosti si realizzeranno entro l’anno. E infine, se si rientra a casa a piedi, ci si può creare mentalmente una breve lista di potenziali partner e scorrere la lista man mano che si contano i lampioni presenti per strada: il nome attribuito all’ultimo lampione prima di entrare a casa sarà il proprio marito/moglie.
Concludiamo il tutto con la nostra consueta nota di colore. Abbiamo detto che in origine la fesa di Andrzejki era dedicata esclusivamente alle ragazze. Ciò era dovuto anche al fatto che in passato – specie durante il Medioevo – era in voga un corrispettivo per i ragazzi chiamato Katarzynki. Questa ricorrenza si teneva la sera del 24 novembre, vigilia di S. Caterina d’Alessandria, patrona guarda caso dei giovani single alla ricerca della donna della loro vita. Anche in questo frangente vi è un proverbio a testimonianza di questo: “W noc świętej Katarzyny pod poduszką są dziewczyny” (Nella notte di Santa Caterina sotto il cuscino ci sono le ragazze). Nonostante ciò, questa festa è caduta in disuso verso la fine del 1800, ma dalle fonti disponibili in merito si deduce che i riti divinatori erano molto simili a quelli usati durante la festa di Andrzejki, in primis il gioco delle tazze (la cui scelta era accompagnata dalla formula “Kasiu daj znać, co się będzie ze mną dziać“), quello dei pezzi di carta sotto il cuscino con i nomi donna da sorteggiare la mattina seguente, o ancora, come rito propiziatorio, di mettere sotto il proprio cuscino nove piume di uccello per augurarsi di sognare la prossima fidanzata. Anche se ora tutto è limitato ad Andrzejki, in Polonia si sogna ancora.

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Qui Polonia & Italia su Destini Oltreconfine

E’ stata pubblicata in questo novembre una nostra videointervista rilasciata a “Destini Oltreconfine“, progetto dedicato a chi cerca una possibilità di vita fuori dall’Italia. Durante la chiacchierata sono stati toccati vari temi, perseguendo l’obiettivo di dare delle informazioni utili a chi la Polonia non la conosce ancora nel dettaglio. E’ possibile guardare la videointervista qui sotto, e naturalmente invitiamo tutti i lettori di “Qui Polonia & Italia” a raccontare la vostra visione della Polonia, i vostri consigli, le vostre esperienze.

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Dove si vive meglio in Polonia? Conferme e sorprese

Qualche giorno fa il settimanale online Polska Newsweek ha elaborato una mappa molto dettagliata relativa alla qualità della vita in Polonia nel 2013, basandosi sulle statistiche del GUS (l’Istat polacco) e dell’OCSE. In questi anni l’Europa e il mondo hanno manifestato il loro apprezzamento verso la Polonia, i mass media dicono che il reddito dei cittadini polacchi è in aumento, e che il Prodotto Interno Lordo cresce senza ostacoli – come le crisi “poco sentite” del 2008 e 2011. Anche il presidente Komorowski in occasione della Festa dell’Indipendenza dello scorso 11 novembre ha dichiarato che il livello di ricchezza non è mai stato così vicino a quello dell’Europa Occidentale da 500 anni a questa parte (ovvero dai tempi dell’Impero polacco-lituano, per capirci). Questo è il quadro generale della nazione.
Andando un po’ più nel particolare, invece, una certa eterogeneità all’interno è evidente, ma non si scopre niente di nuovo o di insolito visto che in ogni stato c’è sempre una zona che fa da “motore” e una che rimane un po’ più indietro. Il nostro stesso Stivale ci dà degli esempi ben noti: lo stipendio medio è di circa 1300€ mensili, ma sappiamo bene che in alcune zone si guadagna di più e in altre si fa fatica ad arrivare a 800€; la disoccupazione nazionale danza intorno al 13%, ma mentre a Bolzano la percentuale si ferma al 4,5%, a Napoli, Crotone e Medio Campidano schizza paurosamente al 28%. Per questo motivo, i dati elaborati per la Polonia sono estremamente interessanti e forniscono un’ottima lente d’ingrandimento se si vuole conoscere una zona ben precisa, in quanto l’unità territoriale presa in considerazione è il powiat (in Polonia sono 380). I parametri che hanno contribuito al punteggio finale sono legati a: stipendio medio mensile (lordo), tasso di disoccupazione, quello di criminalità, titolo d’istruzione (laurea), frequenza dei bambini alla scuola materna e quella dei cittadini alle elezioni amministrative. 139.1 Polonia tenore vitaIl primo dato generale è piuttosto facile da prevedere, come si può ben vedere dalla cartina qui affianco: ad avere i risultati migliori sono le grandi città e gli agglomerati urbani intorno ad esse, in cui la maggior parte delle grandi industrie nazionali e multinazionali hanno deciso di impiantarsi. Inoltre è ben visibile come varie regioni del Nord e dell’Est vivano una situazione meno agiata rispetto a quelle meridionali e occidentali, a confermare ancora una volta l’esistenza di una Polonia a doppia velocità, o come l’abbiamo definita quasi un anno fa, di due Polonie.
139.2 Ranking Powiat PoloniaE’ possibile sfruttare la mappa interattiva fornita in questa pagina per avere una prima panoramica, ma cliccando (e poi zoomando) sulla graduatoria completa ed integrale da noi elaborata qui affianco, è possibile andare più nel dettaglio, dove le sorprese non mancano. Già al primo posto ne troviamo una, Sopot: è questa la città in cui si vive meglio in Polonia, con un tasso di disoccupazione di solo il 4,8% (a fronte del 11,5% nazionale, dato aggiornato a settembre 2014), uno stipendio medio lordo di 4500zł (media nazionale 3867zł), una percentuale di laureati (33,7%) sicuramente superiore al 17,5% nazionale (dati GUS), e con un tasso di elettori “praticanti” del 56,91% (contro il 47,32% nazionale, dati Dituel). Nelle zone altissime troviamo quasi tutte le “big” e i loro agglomerati urbani, da Varsavia a Danzica, passando per Poznań, Katowice, Breslavia, Cracovia, Gdynia, e ci sono anche Resovia, Opole, Zielona Góra, Lublino, Olsztyn, Gliwice e Bielsko-Biała. In ciascuna di esse si constata una bassa disoccupazione, uno stipendio oltre la media, un buon numero di laureati, ma di contro la percentuale di votanti non è altrettanto elevata. L’assenza pesante dalla vetta è senza dubbio quella di Łódź, relegata solo al 58° posto e con dati relativamente conformi alla media nazionale.       – La seconda grossa sorpresa la si nota sempre nella top20: con un brillante 8° posto si piazza la sconosciuta Lubin ridente cittadina slesiana di 75mila abitanti, 70km a Nord-Ovest di Breslavia. Se è vero che il numero dei laureati (16,3%) è di poco sotto la media, e che la disoccupazione non rappresenta una piaga sociale (10,9%), il vero jolly è dato dal più alto stipendio medio lordo mensile di tutta la Polonia, ben 6641,40zł. Oltre alla posizione geografica favorevole, il motivo di questo exploit è dato dalla sua dinamicità economica, e uno dei motori trainanti è senza dubbio la multinazionale polacca KGHM Polska Miedź, una delle più grandi produttrici di rame, argento e altri metalli raffinati in tutto il mondo: dal loro sito si legge che nel 2012 i dipendenti in Polonia erano oltre 18mila.                                                                                                                                                           – Le altre due rivelazioni della classifica sono Nowy Sącz (17°) e Siedlce (21°). Qui gli stipendi non sono esaltanti come nelle altre città finora citate, ma anche in questo caso non vi sono problemi legati a disoccupazione o bassa istruzione. A Nowy Sącz, cittadina dei Carpazi gemellata con la città di Massa, hanno sede alcune industrie di edilizia e infrastrutture, ma vive molto di turismo e ospita due importanti università di economia e business della Polonia, la pubblica Państwowa Wyższa Szkoła Zawodowa e la privata National-Louis University. Siedlce invece è una delle pochissime città dinamiche del profondo Est polacco. 90km a Est di Varsavia, anche qui sono presenti industrie edili e di infrastrutture, ma anche importanti centrali energetiche la cui economia le permette una discreta qualità della vita.                                                                                                                           Con questo quadro si ha modo di conoscere città o province prima ignorate, con la grossa opportunità di avere una maggior consapevolezza della composizione della Polonia, un Paese che aldilà delle immancabili imperfezioni, sta sviluppando una rete sociale ed economica non più limitata a tre o quattro centri principali. Se in tutto questo verrà affrontata e risolta anche l’arretratezza del settentrione, sarà un importante ulteriore passo in avanti per il Paese, ma questo potremo saperlo solo tra un po’ di anni.

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11 Novembre 1918, l’Indipendenza della Polonia

L’11 Novembre è un giorno festivo in Polonia poiché si commemora l’Indipendenza Nazionale del Paese (Narodowe Święto Niepodległości). In particolare, si ricorda la nascita della Seconda Repubblica di Polonia dopo che, nel 1795, fu spartita tra Russia, Prussia e Austria, sparendo dalle mappe geografiche per 123 anni. E’ uno dei giorni festivi più sentiti per i polacchi i quali, come per la resistenza di Varsavia, possono esprimere appieno il loro patriottismo tra bandiere biancorosse e celebrazioni di diverso tipo, cui accenneremo in seguito.
Il contesto – Anche in diversi Paesi dell’Est Europa sono stabiliti dei giorni festivi nello stesso periodo – dacché tutto ha origine con la fine della I Guerra Mondiale -, ma mentre altrove vi è un’atmosfera di lutto per i milioni di morti prodotti dal conflitto, in Polonia il ricordo è mitigato da un elemento aggiuntivo fondamentale quale il riottenimento di un potere sovrano nazionale ed indipendente. Al compimento di ciò fu decisiva la sconfitta simultanea dei tre Imperi occupanti: la Russia attanagliata dalla pesante rivoluzione interna e già decimata negli scontri bellici, l’impero austro-ungarico dissoltosi nelle varie entità presenti al suo interno, e la Germania sconfitta negli scontri finali contro gli eserciti dei Paesi Alleati nel conflitto mondiale.
138. 11 novembreLa cronaca storica – Entrando un po’ più nel merito, la scelta dell’11 Novembre come data di commemorazione è simbolica visto che il processo di restaurazione fu graduale, a partire dall’Atto del 5 novembre 1916 in cui tedeschi e austro-ungarici posero le basi per la creazione del Regno di Polonia (in realtà solo come stato fantoccio). Aldilà di questo preliminare, tutto si realizzò tra l’ottobre e il novembre del 1918, e certamente non a seguito di quella dichiarazione: i leader polacchi militari e politici furono infatti bravi a sfruttare la brutta piega che la Guerra stava prendendo per gli Imperi invasori, e ad agire con sveltezza e determinazione per il riconoscimento della propria sovranità. Ci fu una serie di azioni principalmente politiche, ma anche di presidio militare del territorio. Tra le tappe più significative sono da ricordare la restituzione di Galizia e Slesia dall’Austria ufficializzata in un incontro tra le parti a Cracovia il 28 ottobre, la formazione di un primo governo provvisorio il 6 novembre a Lublino da parte di Ignacy Daszyński, e la contestuale presa di controllo da parte delle truppe polacche anche delle regioni sud-orientali di quel territorio identificato come polacco. L’apice si raggiunse il 10 novembre, quando il maresciallo Józef Piłsudski arrivò a Varsavia dopo esser stato rilasciato dai tedeschi che lo tenevano prigioniero: il giorno dopo, l’11 novembre, prese in consegna dallo stesso Daszyński le redini del potere con il compito di formare un nuovo governo. Una settimana dopo nominò Primo Ministro Jędrzej Moraczewski, in attesa delle prime elezioni popolari che si tennero nel gennaio del 1919. Nelle sue prime uscite pubbliche, Moraczewski diede voce allo stato d’animo entusiasta del popolo polacco: “La guerra è finita! […] Si sgretolano i troni, cadono le tirannie, la tempesta adesso si ritorce contro quelli che l’hanno scatenata! […] E da quel momento per noi, per il popolo polacco, batte l’ora della libertà” “E’ impossibile descrivere l’ebbrezza, la frenetica gioia di cui il popolo polacco in questo momento è preda. Dopo 120 anni, “loro” non ci sono. Libertà! Indipendenza! Unità! Uno Stato nostro! Per sempre! […] Siamo liberi dalle sanguisughe, dai ladri, dai rapinatori […]”.
La festa dell’Indipendenza fu istituita come ricorrenza nazionale solo nel 1937, ma per ironia della sorte fu celebrata solo due volte, prima che Hitler invadesse proprio la Polonia dando inizio alla II Guerra Mondiale. Dopo il conflitto, le autorità imposte dalla forte influenza sovietica rimossero la commemorazione dal calendario, e fu reintrodotta solo nel 1989, all’implosione dell’Unione Sovietica.
11 novembre oggi – A Varsavia si tiene una cerimonia nella grande piazza Piłsudskiego, dove si trova il monumento in memoria del milite ignoto (Grób Nieznanego Żołnierza), inaugurato il 2 novembre 1925. Oltre a questo, in alcune città sono state organizzate delle marce, di cui le più conosciute sono a Varsavia (dal 2008) e Wrocław (dal 2010). Tuttavia cresce il numero dei capoluoghi in cui si tengono marce e manifestazioni locali a celebrare l’evento.

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Italia o Polonia: dove si vive meglio (2014)

Eccoci al nostro appuntamento annuale con la domanda che in molti si chiedono sempre. Si vive meglio in Polonia o in Italia? Secondo il luogo comune, il Belpaese ha vittoria facile, ma se diciamo che negli ultimi 20 anni si è verificata una generale crescita polacca e un complessivo declino italiano, probabilmente è difficile trovare qualcuno in disaccordo. Con l’ausilio del Legatum Institute, negli scorsi due anni siamo entrati nel dettaglio di quest’analisi, e abbiamo constatato che entrambi i Paesi si attestavano tra il 30° e il 40° posto, con reciproci sorpassi e controsorpassi.
Le statistiche del 2013 sono servite a prendere atto di un’Italia al 32° posto, a precedere di due posti la Polonia. Ma è cambiato qualcosa in questi ultimi 365 giorni? Intanto rinfreschiamoci la memoria riassumendo i parametri presi in considerazione: economia globale, capitale sociale e relazioni, opportunità di lavoro e imprenditoria, fiducia nel governo e nelle istituzioni, istruzione, salute, sicurezza e libertà personale. Questi otto fattori nel 2014 confermano ancora una volta tra i top 30 Paesi blasonati come quelli scandinavi, l’Europa sassone, il nord America, ma anche nazioni per noi inaspettate come Islanda (11°), Singapore (18°), Hong Kong (20°) Taiwan (22°) e Slovenia (24°). La Polonia si issa di tre posizioni rispetto ad un anno fa portandosi al 31° posto, subito alle spalle di Emirati Arabi, Rep. Ceca e Uruguay. L’Italia invece scivola di cinque posizioni, riducendosi al 37° posto e facendosi precedere perfino da Estonia (32°), Cile (33°), Costa Rica (34°), Slovacchia (35°) e Kuwait (36°). Qui di seguito, il grafico ufficiale, e subito dopo, qualche brevissima osservazione sulle nostre due nazioni.
137. Prosperity Index 2014
Qui sotto abbiamo sintetizzato le differenze sulle aree prese in considerazione, ma non citeremo nel dettaglio le componenti che costituiscono queste otto aree dal momento che lo avevamo già fatto nell’articolo del 2013 su cui ci si può appoggiare in ogni momento. Come si può vedere, la media polacca viene penalizzata soprattutto dai trend sulla libertà personale e il capitale sociale, mentre si apprezza ancora un buon piazzamento nel campo della sicurezza. L’Italia invece viene tenuta a galla dalla qualità della salute, ma zavorrata pesantemente dalla scarsa libertà personale.
ITALIA
POLONIA
2013
2014
2013
2014
Economia
52°
45°
49°
41°
Capitale sociale
29°
41°
31°
47°
Lavoro e imprenditoria
39°
41°
42°
40°
Governo e istituz.
40°
43°
39°
39°
Istruzione
36°
38°
38°
31°
Salute
22°
24°
32°
33°
Sicurezza
39°
38°
26°
24°
Libertà personale
38°
63°
55°
58°
Abbiamo notato una curiosità, forse solo una coincidenza: i trend del 2014 sul capitale sociale e la libertà personale si avvicinano molto a quelli del 2012, con i valori del 2013 che sembrano quasi essere un’anomalia dovuta a strani contesti di classificazione (o ad essere in malafede, a qualche rilevazione errata). A fine articolo ne riportiamo alcuni a titolo esemplificativo. Aldilà della nota di colore, non possiamo che concludere riprendendo il pensiero d’esordio di questo pezzo e rivalutandolo alla luce dei numeri osservati: la percezione del progresso polacco e del regresso italiano continua ad avere dei riscontri statistici ufficiali.
2012
2013
2014
Capitale sociale (ITA)
38°
29°
41°
Capitale sociale (POL)
46°
31°
47°
Libertà personale (ITA)
57°
38°
63°

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Lingua polacca – 11. Il tempo presente

Dopo una piccola scorpacciata di lessico fatta nelle scorse cinque lezioni, torniamo finalmente alla grammatica pura, iniziando ad immergerci in un mondo particolare come quello dei verbi, fondamentali dal momento che tutte le frasi girano intorno all’azione da essi espressa. Appuntiamo una premessa sui modi e i tempi esistenti e più usati: è bene sapere infatti che l’italiano, in quanto lingua romanza, possiede quattro modi verbali finiti (indicativo, condizionale, congiuntivo e imperativo), mentre il polacco è privo del congiuntivo. Anche in merito ai tempi verbali il polacco è lievemente più semplificato rispetto all’italiano in quanto noi usiamo il presente progressivo (stare+gerundio) e il futuro intenzionale (stare per+infinito), mentre in polacco essi sono sopperiti rispettivamente dal presente e dal futuro. In più, in polacco non ci sono differenze tra passato prossimo e passato remoto. A queste semplificazioni, però, si accompagna anche un brutto ostacolo per noi italiani, quale la differenza tra verbi perfettivi e verbi imperfettivi: in polacco molte delle azioni si esprimono con due verbi diversi (quasi sempre somiglianti tra loro) a seconda se parliamo di un’azione concreta e specifica oppure di un’azione generica, abituale o indefinita. Approfondiremo per bene questa differenza tra alcune lezioni, e dunque per ora limitiamoci a sintetizzare un paragone generale tra italiano e polacco sul modo indicativo:
pERFET iMPERFEntriamo nel cuore del nostro tema e vediamo come si forma il tempo presente dei verbi. Sia polacco che italiano hanno sei desinenze diverse per le sei persone, e in entrambe le lingue è possibile omettere i pronomi personali soggetto, necessari solo per sottolineare una contrapposizione tra due soggetti differenti. D’altro canto, mentre in italiano sappiamo che ci sono tre gruppi di verbi (in -are, -ere e -ire) in base ai quali applichiamo determinate desinenze, i libri di grammatica polacca difficilmente espongono la questione in questo modo, in quanto non esistono regole che permettono di associare una determinata serie di desinenze in base al suffisso dell’infinito (il 99% dei verbi polacchi all’infinito terminano con una “ć”, ma in questo caso non ci aiuta). Tuttavia noi abbiamo identificato alcune casistiche in cui è possibile formulare delle regole. Analizziamo il primo specchietto qui sotto (a cui ne seguirà un secondo altrettanto importante):
I
II
III
IV
Mieszk
(attenti a eccezioni)
(vari, anche irreg.)
(vari, anche irreg.)
Mow, Myśl, Licz
(attenti a eccezioni)
-am
-em
-asz
-esz
-esz
-isz (ysz)
-a
-e
-e
-i (-y)
-amy
-emy
-emy
-imy (-ymy)
-acie
-ecie
-ecie
-icie (-ycie)
-ają
-eją / -edzą
Liquidiamo subito le desinenze dei gruppi II e III, in quanto non possono essere applicati a dei gruppi particolari di verbi. Queste desinenze sono sfruttate per lo più da verbi irregolari la cui desinenza all’infinito può essere -eć, -ić, -yć, -ść, -c, etc., e alcuni di questi al presente cambiano anche la propria radice, che ci si deve rassegnare ad imparare a memoria man mano che li si incontra (anche in questo caso vi rimandiamo alla lezione che dedicheremo ai verbi irregolari). Nel gruppo IV possono essere annoverati principalmente i verbi terminanti in -eć, -ić, -yć, ma la cui radice non cambia al presente, e che quindi possiamo definire regolari. Nel grafico abbiamo riportato mowić (dire), myśleć (pensare) e liczyć (contare). Il gruppo I è forse quello che può darci qualche soddisfazione in più in quanto a regole. Come primo orientamento di massima, le desinenze riportate sono usate dai verbi che all’infinito terminano in -ać (mieszkać = abitare). Bisogna fare attenzione ad alcuni verbi irregolari (ad esempio, pisać, jechać, brać…  – con tutti i verbi da essi derivati – seguono le desinenze del gruppo III), ma d’altro canto possiamo classificare due ulteriori sottogruppi, riassunti in questo schema:
Pracować, Opisywać, Oszukiwać
Dawać
-uję
-aję
-ujesz
-ajesz
-uje
-aje
-ujemy
-ajemy
-ujecie
-ajecie
-ują
-ają
E’ importante quindi fare attenzione a cosa c’è prima di -ać all’infinito.
Questo è a nostro avviso il modo più schematico per avere una prima buona visione d’insieme dei verbi polacchi al presente. Se volete esercitarvi, usate il vocabolario italiano-polacco da noi consigliato come di consueto nei widget del blog qui a destra, provate a cercare qualche verbo a voi utile e a coniugarlo (sperando che sia regolare). Come input iniziale, potete provare a coniugare i verbi riportati negli specchietti, e se vi va ancora, anche questi: ubierać, dzielić, prowokować, oglądać, woleć, prowadzić, podróżować, grać, włączyć.

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“Presa Diretta” racconta i fondi europei in Italia e in Polonia

Se si guarda agli ultimi 20 anni, gli italiani hanno sempre avuto un rapporto altalenante con l’Europa, o per meglio dire, con l’Unione Europea. Si è riusciti ad adottare l’Euro per il rotto della cuffia grazie ad una piccola “forzatura” fiscale del primo governo Prodi, facendo rientrare i conti italiani nei famosi parametri di Maastricht. Ma a distanza di 21 anni dalla fondazione della moderna UE e a quasi 13 dall’entrata in circolazione dell’Euro, buona parte degli italiani sembra non aver percepito quei benefici che si diceva ci sarebbero stati con questa piccola rivoluzione. Da cosa dipende? E’ davvero così? O forse ci sono stati ma non ce ne si è resi conto? Chi giudica quest’esperienza come un fallimento pensa sicuramente alla generale perdita del potere d’acquisto e ad un mercato del lavoro più stagnante, mentre i cosiddetti europeisti ricordano gli effetti positivi della libera circolazione di merci e persone all’interno dell’UE, che hanno mantenuto l’economia a galla. Stessa spaccatura anche sull’Euro: i favorevoli alla moneta unica si rifanno proprio a quell’economia più ampia e compatta formatasi con l’UE, con cui è stata attutita quella crisi economica esplosa nel 2008 che diversamente avrebbe dissanguato le singole economie nazionali se fossero rimaste scollegate; di contro, gli anti-Euro citano la buona salute di stati come Gran Bretagna, Polonia e Repubblica Ceca – privi dell’Euro – a dispetto della precarietà delle varie Italia, Spagna, Portogallo, Grecia o Irlanda. Insomma, tutte le osservazioni sembrano essere condivisibili, e sia le condanne che gli osanna nei confronti dell’Europa sono fatti con grandissima convinzione da parte di chiunque. Quindi chi ha veramente ragione? Ma soprattutto, è così sbagliato pensare che l’Europa unita ha sia pregi che difetti, e che sarebbe improprio vederla come il male assoluto dacché la situazione attuale deriva non solo da politiche europee (economia, l’Euro) ma anche da fattori nazionali ed extraeuropei (economie statali, crisi del 2008, politica interna…)? Se perfino gli esperti di economia non si trovano d’accordo sulle cause di questa fase di depressione – e sui metodi da adottare per fronteggiarla al meglio -, ci sarà pure un motivo o no…?
Il caso della Polonia potrebbe essere una cartina tornasole atta a confermare alcune tesi e a confutarne altre. La sua storia nell’Unione Europea è breve, ci è entrata solo nel 2004 come conseguenza quasi automatica della sua evoluzione post-comunista. L’ingresso in Europa, però, non ha di certo frenato il suo sviluppo, anzi, ne ha sfruttato appieno i princìpi economici e gli aiuti come ad esempio i fondi europei, tema dove storicamente l’Italia ha sempre un po’ zoppicato. In questo settore i governi nazionali hanno un ruolo importante, e in modo indiretto anche i vincoli cui i Paesi dell’area Euro sono sottoposti hanno una loro influenza. Il giornalista Riccardo Iacona ha dato spazio proprio al contrasto Italia-Polonia nella sua “Presa diretta”, andata in onda lo scorso 26 settembre 2014 su Rai3. In un mini-reportage da lui coordinato, fa un confronto tra i due Paesi, visibile in questo video (chi non ha tempo può continuare a leggere sotto):
Dapprima, un economista esperto di fondi europei parafrasa la valutazione espressa dall’UE sulla politica italiana di utilizzo dei finanziamenti: vede una scarsa efficacia nei criteri e nei metodi di utilizzo dei fondi, vede una bassa qualità nei controlli, reputa errato un sistema di incentivi a pioggia e di progetti isolati, non inclusi in una visione più ampia. Si dovrebbero invece pensare e realizzare dei progetti mirati, inseriti in un disegno di insieme, e si dovrebbe dar spazio a tutto ciò che sia innovazione e futuro, che dia produttività e lavoro in modo sostenibile. A sfavorire ulteriormente l’applicazione di tutto ciò è anche la regola del cofinanziamento (al 50%) cui l’Italia – come tutti – deve attenersi nella realizzazione di progetti e opere. Ma un punto forse cruciale in questo momento è che l’Italia è l’unico tra i grossi Paesi a voler rispettare il famoso 3% del rapporto deficit/Pil, a dispetto degli altri che volontariamente lo stanno sforando, pur di non stringere troppo la cinghia in altri settori di spesa. In contrasto al caso italiano, si mostra l’esempio della Polonia che ha saputo spendere in modo concreto ed efficace i fondi, sfruttando una politica interna di progettazione e controllo che funziona. Lo sforamento al 3,6% del rapporto deficit/Pil mette in secondo piano il discorso del cofinanziamento accennato prima poiché, rispetto ai Paesi dell’eurozona, la Polonia non potrà essere sanzionata. Con queste basi, nel settennato conclusosi nel 2013 le opere progettate e/o finite sono tante. Nel reportage si prende come esempio Varsavia, ma per dovere d’informazione è giusto precisare che la stessa politica – e gli stessi risultati – è stata attuata anche in molte altre regioni della Polonia. Nella capitale, il parco mezzi del trasporto pubblico è stato rinnovato, ed è in corso di realizzazione la seconda linea della metropolitana – costruita dalla ditta italiana Astaldi. Anche i treni regionali sono stati rinnovati, e le linee ferroviarie sono state modernizzate o costruite ex novo, alla stessa stregua di autostrade e ponti. Vari quartieri sono stati rivitalizzati come il centro storico, Praga, la zona del nuovo stadio e sul lungofiume della Vistola. Sono stati finanziati anche la costruzione del museo della scienza dedicato a Copernico e la digitalizzazione di alcuni ospedali. Qualcosa si può dire anche per le zone rurali, con la realizzazione di piccoli progetti locali e di necessità concreta, come nuove case popolari, un depuratore, una scuola. E nel settore dell’innovazione, è stato creato un grosso centro di ricerca scientifica e tecnica, con ingegneri e ricercatori le cui scoperte creano un circolo virtuoso, visto che i brevetti portano finanziamenti.
I lettori di Qui Polonia & Italia lo sanno già bene, ma lo ribadiamo ancora: questo tipo di descrizione non deve far trasparire il messaggio errato che la Polonia sia un paradiso dove vige ricchezza e benessere generale. Anche in Polonia vi sono problemi di disoccupazione, bassi stipendi ed esempi di politica che lasciano a desiderare. Stando però fermi al tema dei fondi europei, i soldi in Polonia si spendono davvero e bene, al contrario dell’Italia. E qual è la causa radice di questa profonda dicotomia nei risultati? Neanche a dirlo, la struttura politico-amministrativa: un unico governo centrale in Polonia a supervisionare il tutto, contro la frammentarietà e l’inefficienza dei governi regionali in Italia. Che la famosa devolution attuata nel 2001 sia stata un grosso errore?

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La Rivolta di Varsavia (Powstanie Warszawskie), 1° Agosto – 2 Ottobre 1944

134.1 Kotwica_Polska_WalczącaSpesso per le strade della Polonia ci si imbatte in questo simbolo. Lo si può trovare sui muri di un palazzo, su una bandiera polacca, o su una maglietta, e lo stile del disegno può essere caratterizzato da una bella estetica oppure molto semplice ed essenziale. E’ il simbolo che ricorda la cosiddetta Rivolta di Varsavia, in polacco Powstanie Warszawskie. A molti potrebbe sembrare una specie di “P” con un’ancora, tanto che in polacco è spesso chiamata kotwica, mentre altri possono vederci una “W” nella parte inferiore. In entrambi i casi si ha ragione dal momento che, da un lato, l’acronimo PW sta per Polska Walcząca (Polonia combattente), e allo stesso tempo la “P” fissata all’ancora dà l’idea delle radici e dell’identità a cui il popolo polacco si sente indissolubilmente legato.
La Rivolta di Varsavia è uno degli eventi più importanti nella storia recente polacca, avvenuto nel 1944 tra il 1° Agosto e i primissimi giorni di Ottobre – la data convenzionalmente riconosciuta è il 2 Ottobre: ecco perché a modo nostro ricordiamo proprio oggi il 70imo anniversario di questa vicenda -. La storia polacca, ricca di conflitti drammatici e sanguinosi, ha ispirato molti registi del cinema che hanno prodotto una serie di film di guerra (senza considerare i programmi giornalistici). Non mancano di certo quelli legati alla Rivolta: il primo ha la firma di Andrzej Wajda con “I dannati di Varsavia” (1957); un secondo film da citare è del più recente 2002 con “Il pianista” di Roman Polański, mentre Jan Komasa con vari sceneggiatori hanno ideato il docufilm “La Rivolta di Varsavia” giusto nella primavera di quest’anno. Il teatro degli scontri è una Varsavia schiacciata nella morsa dell’occupazione tedesca da una parte e l’Armata Rossa sovietica alle porte della città dall’altra. In questo scenario, l’Esercito Nazionale polacco (Armia Krajowa) presente in città tentò con una mossa disperata di opporsi agli occupanti nazisti. Nonostante la netta disparità di forze, la resistenza durò stoicamente per oltre due mesi, concludendosi poi con una sconfitta inevitabile. Tra le varie analisi storiche sull’evento, alcune giudicano polemicamente il mancato intervento dei sovietici, che si riterrebbe premeditato. E’ uno dei tanti casi controversi che pongono su due fronti opposti la Polonia e la Russia.
134.2 PamietamyIn riferimento a tutto ciò vengono spontanee alcune domande: i sovietici hanno davvero voluto non interferire nella rivolta cittadina? Se sì, perché? E perché i polacchi hanno deciso questa mossa nonostante non avessero speranze di vincere e nonostante potessero farsi comodamente precedere da un intervento sovietico che, prima o poi, ci sarebbe comunque stato? Per capirlo, è necessario conoscere il contesto e ritornare indietro nel tempo. Il 1° Settembre 1939 ci fu l’invasione tedesca della Polonia, conseguenza del patto di non aggressione tra tedeschi e sovietici (accordo Molotov-Ribbentrop) che prevedeva segretamente anche la spartizione della stessa Polonia. Fu l’azione che diede il via alla II Guerra Mondiale. I leader politici polacchi riuscirono a fuggire a Londra dove formarono un governo politico provvisorio. Molti soldati rimasti fedeli allo stato polacco scapparono in altri Paesi ad aiutare gli Alleati, ma una buona parte rimase in Polonia, costituendo clandestinamente l’Armia Krajowa (Esercito Nazionale). Per quasi tutto il periodo della Guerra, l’operosità dell’Armia Krajowa fu pressoché nulla a causa della carenza di armi. Si arrivò così al 1944. L’Armata Rossa avanzò trionfale verso Ovest (nelle attuali Bielorussia e Ucraina), e giunse fino alle porte di Varsavia. I sovietici erano però considerati dai polacchi degli invasori proprio come i tedeschi, e il disprezzo verso di loro era salito ancor di più a seguito del genocidio di Katyń del 1940, dove per mano loro furono uccisi oltre 24mila polacchi, tra cui molti dirigenti e ufficiali dell’esercito (i russi cercarono poi di mischiare le carte dando la colpa ai tedeschi). L’equipaggiamento bellico polacco, fatto quasi solo di armi leggere, non poteva essere comparato all’apparato tedesco, ma l’Armia Krajowa avvertì una certa preoccupazione da parte dei nazisti, impauriti forse per l’imminente scontro con i sovietici. Qui venne fuori l’orgoglio polacco, pieno del desiderio di liberare con le proprie forze almeno la capitale prima dell’arrivo dei russi, e si venne a creare una sorta di paradosso dove l’astio verso di loro era totale (anche politicamente erano molto distanti), ma allo stesso tempo speravano in un loro intervento per scacciare i tedeschi dalla città. Oltre che dal fortissimo orgoglio, la Polonia puntava anche a porsi agli occhi degli Alleati come un popolo indipendente con un’identità precisa e distinta – in prospettiva post-bellica. I tedeschi furono sorpresi alle ore 17:00 del 1° Agosto 1944, e ogni anno questo momento viene ricordato così.
Il numero di uomini impiegati era quasi simile, 50mila tedeschi contro 45mila polacchi, e dapprima vi furono delle vere e proprie battaglie, ma gli esiti disastrosi per i polacchi – il cui addestramento era comunque più approssimativo rispetto a quello tedesco – portarono il comandante Komorowski a limitare le azioni con semplici guerriglie urbane. Gli scontri ebbero luogo in diversi quartieri dell’attuale centro di Varsavia: Città vecchia, Wola, Powiśle, Mokotów, ma anche Ochota e Żoliborz. Nonostante l’inferiorità, i soldati polacchi tennero a più riprese testa agli occupanti, riuscendo in alcune fasi perfino a presidiare vie e piccoli quartieri. Ciò consentì alla propria gente di percepire un ambiente quasi di libertà, con l’esposizione di bandiere biancorosse, le trasmissioni radio della stazione Błyskawica, la gestione del cinema Palladium e altro ancora. Vedendo che non si riusciva a far dissolvere la resistenza in altri modi, i nazisti misero a ferro e fuoco la città uccidendo tutti i ribelli senza discriminazioni, inclusi donne e bambini. Nel frattempo i russi arrivarono nella parte Est della città, aldilà della Vistola, e probabilmente la mancanza del loro intervento dipese sia dalla difesa esercitata dai tedeschi che non gli permise di avanzare, e sia perché evidentemente aiutare i polacchi non era una priorità di Stalin: se lo avesse fatto, forse avrebbe favorito l’insediamento di unità rappresentative politico-militari polacche indipendenti, e ai sovietici non sarebbe convenuto.
Ad ogni modo, la resistenza perpetrata a Varsavia fu di carattere eccezionale e fuori dall’ordinario. Terminò solo dopo due mesi, con 15mila soldati polacchi morti e un numero di vittime civili tra 180mila e 200mila. Dopo la resa firmata nei primi giorni di Ottobre (chi dice il 2, chi il 3, chi addirittura il 5), la popolazione ancora superstite fu deportata per eseguire uno degli ordini più folli di Hitler, radere al suolo la città. Mentre ciò avveniva, i sovietici rimasero sempre dall’altra parte del fiume senza intervenire, se non dopo la distruzione e la successiva fuga tedesca (gennaio 1945). La nota più amara per la Polonia è che oltre al danno ci fu la beffa: con la conferenza di Yalta, la parte Est dello stato originario rimase territorio russo (v. mappa in quest’articolo), e la Polonia venne riconosciuta come stato sotto l’orbita geopolitica sovietica.
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