Un viaggio a Cracovia e Auschwitz

Il 27 gennaio si celebra il “Giorno della Memoria”, una ricorrenza internazionale stabilita dall’ONU per ricordare i milioni di vittime del nazismo durante la II Guerra Mondiale. Tale data simbolica è stata scelta in quanto il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa Sovietica entrò e liberò il campo di concentramento di Auschwitz (in polacco Oświęcim), scoprendone definitivamente le terrificanti realtà in atto. Tutti noi conosciamo sicuramente le parole “Olocausto” e “Shoah”, con cui si indica l’eccidio degli ebrei, quantificato tra 5 e 6 milioni di morti. Non tutti sanno che in realtà la “pulizia” attuata dal regime nazista andava molto aldilà, includendo portatori di handicap, omosessuali, malati di mente, zingari e semplici oppositori politici che, insieme alle sfortunate vittime civili, portarono il totale a oltre 15 milioni di vittime. Vogliamo raccontare Auschwitz attraverso gli occhi di un semplice turista, con gli occhi di Michele, un impiegato 49enne lucano e residente a Napoli con la passione per la fotografia, che ci racconta le sue riflessioni dopo esser stato in Polonia per tre giorni.
Michele, sebbene il viaggio risalga a qualche tempo fa, i ricordi sono ancora vividi, fin dall’arrivo a Cracovia: “Era maggio, per la prima volta andavo in Polonia, e ci sono andato con un amico. Ci aspettavamo una temperatura fresca, e invece con grande sorpresa era quasi estate. Abbiamo preso un treno che in pochi minuti ci ha portato in centro. Non mi ero informato su posti e monumenti da vedere in città, mi sono fidato solo della mia attrezzatura fotografica e del mio istinto”.
Come hai trovato la città? “Fin da subito ho avuto la sensazione di non trovarmi in una città dell’Europa dell’Est, o almeno del mio ‘Est’ immaginario. Mi sembra una città di persone che vivono agiatamente, una città ‘ben vestita’, curata, quasi griffata. La seconda sorpresa è stata di trovarmi di fronte ad una città non snob, non con la puzza sotto il naso. Ricchezza e snobismo sono quasi sempre due termini che si sposano, almeno in Italia succede quasi sempre così. A Stoccolma non mi sarei sorpreso. Perché a Cracovia sì? Il fatto è che sia a Napoli che altrove ho incontrato gente con mansioni che gli italiani non fanno più, la badante, il manovale, etc., e molte di queste provengono dall’ex blocco sovietico, e con una laurea in tasca. Cracovia mi è sembrata come un altro mondo, dove ci sono non pochi ricchi, e dove negozi e centri commerciali, molti dei quali elegantissimi, sono affollati. Certo, non sono così ingenuo da pensare che tutta la città sia così, ma la prima impressione era che, malgrado questa ricchezza, la gente fosse alla mano, e questo era bello da vedere. Per il resto, la città era attraente e mi ha conquistato, è pulita e ben strutturata, ricca di chiese, monumenti, giardini, il lungofiume sulla Vistola con palazzi, castelli, e poi il quartiere ebraico… Mi chiedo se senza il cittadino di Wadowice, ovvero papa Giovanni Paolo II, oggi Cracovia sarebbe la stessa”.
E il giorno dopo sei andato alla volta di Auschwitz. “Da anni volevo andare in questi posti, dove l’uomo è riuscito a negare a sé stesso il concetto di umanità. Siamo partiti la mattina, dopo colazione. Ci aspettavano circa 70km in autobus, e già mi tornavano in mente le parole della canzone Auschwitz di Francesco Guccini ‘Ad Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento… Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio…‘, mi veniva in mente il libro Se questo è un uomo di Primo Levi, letto molti anni prima: restai cosi attratto da quel suo modo di raccontare che mi misi a leggere tutta la trilogia dedicata all’argomento. Il viaggio è proceduto tranquillo, e dentro di me già sentivo un’emozione poco percettibile ma profonda. Mancava poco…”.
Una volta arrivato, cosa ti sei trovato di fronte? “Arrivati al primo campo, mi rendo conto di trovarmi di fronte a qualcosa di fisicamente immenso. Pur avendo letto e visto tanti documentari, mi prende un senso di spaesamento. Penso anche che, al confronto, un cimitero ha almeno un qualcosa di nobile; qui invece la morte era un qualcosa di quotidiano, di ripetuto e vissuto dagli altri che la vedevano. Mentre ci incamminiamo verso il campo, i miei occhi cercano qualcuno che ha vissuto fisicamente e psicologicamente questo posto, mi viene istintivo guardare le braccia di alcuni anziani. Decidiamo di saltare i preliminari: niente guida con le cuffie, ma solo la mappa con il percorso dei vari blocchi numerati. Tutto era numero nei campi. Ci sono moltissimi visitatori, ma in questa immensità sembriamo pochissimi e soli, è un posto di grande solitudine, non senti gente gridare, sembra di essere in una chiesa. Non mi fermo per molto sotto la scritta del cancello d’entrata ‘Arbeit macht frei’, ‘il lavoro rende liberi’, a cui tra l’altro do una mia interpretazione: il lavoro di preparazione alla morte rende il ‘numero’ libero, la distruzione fisica e l’annientamento o l’incenerimento della fisicità del numero rende il numero stesso libero e disponibile per un’altra fisicità, per un’altro ‘se questo è un uomo’… Paradossalmente quelle parole di un cinismo violento mi sembrano quasi l’unica consolazione in quel luogo. Subito dopo vedo il filo spinato: nessuna sorpresa, è come lo immaginavo. Chissà quanti chilometri di filo spinato è stato utilizzato per recintare un universo fuori da ogni immaginazione umana. Anche i blocchi da fuori non mi sorprendono, forse li immaginavo un po’ più piccoli, ma appena entri in un campo di concentramento come quello di Auschwitz la parola ‘piccolo’, non ha ragione di esistere, tutto è fuori dal comune, tutto è fuori dal mondo. Guardo le vie larghissime tra i blocchi e il pensiero va a quelle esistenze dannate e senza colpa che tanto tempo fa, ma neanche tanto, le attraversavano. Chissà il barlume spento dei loro pensieri cosa riusciva a raccontare al loro cuore, o se erano semplicemente dei dannati ridotti ad esistenze inesistenti”.
109.1 Auschw1Sei entrato in uno di questi blocchi? “Dopo la liberazione dei campi, la maggior parte dei blocchi è stata distrutta, e mi chiedo il perché. Ma ne sono rimasti tanti, ed entro in uno. Rimango in parte deluso in quanto mi aspettavo gli ambienti restaurati ma originali, e invece mi accorgo che questa parte del campo di Auschwitz è stata trasformata in un museo, in tanti musei: il block italiano, quello polacco, quello francese, ecc. E la carne viva del posto, i dormitori i bagni… insomma, tutto quello che c’era allora dov’è finito? Spero che non sia stato distrutto, speriamo che a Birkenau non sia così. Rimango impressionato dai barattolini di creme e dalle poche e povere cose che quelle persone strappate dalle loro case si erano portate dietro nelle valigie, picchiate e caricate peggio delle bestie su vagoni malconci. Noto un gruppetto di ebrei visitatori: gli uomini hanno sulla testa la kippah, li seguo con gli occhi, il loro sguardo è serio, triste, e guardano profondamente il ‘cimitero’ dei capelli dentro il museo. Una di loro mi sembra stia piangendo, in modo discreto. Non mi avvicino ma li continuo a guardare. Da come si muovono, da come osservano, dall’attenzione che prestano nell’ascoltare le parole della guida attraverso le cuffie, ho la sensazione che siano venuti in questo posto a riprendersi, anche se idealmente, qualcosa o qualcuno che gli è stato violentemente sottratto. Un moto di pietà e di emozione mi invade, non oso fotografarli. Ma dopo una decina di minuti rivedo tre di loro fuori, e li fotografo. Si trovano nella piazzetta dove gli internati venivano radunati per l’appello: ore intere in piedi, senza potersi muovere, con addosso occhi carnefici attenti al minimo movimento per punirli, ore intere sotto la pioggia, con il vento, la neve, il freddo… Il gelo completava l’ibernazione di quell’impercettibile calore umano che era rimasto dentro di loro”.
109.2 i tre ebreiCos’altro c’è nel campo di concentramento? “Subito dopo c’è il luogo dove venivano eseguite le impiccagioni: c’è una struttura molto essenziale, con poche tavole di legno a formare il palchetto con tre gradini, e tre liste di legno rettangolari con un gancio centrale per mettere la corda. Chissà cosa aveva fatto il malcapitato per meritarselo, ma forse era stato fortunato: almeno non ha sentito e vissuto le grida, l’affanno e la ressa di quelle migliaia di vittime nelle camere a gas. Una camera a gas è una stanza ridotta ai minimi termini, dotata di qualche lampadina e di sfiatatoi da cui fuoriusciva lo Zyklon B. Ora la stanza è limitata da una transenna, oltre la quale si vede un vaso e dei cuscini di fiori, e un lumino spento o consumato. Mi fermo e penso, penso a questa maledetta stanza piena di dolore, di persone che cercavano rabbiosamente di aprire la porta, e poi il nulla. Mi vengono i brividi, e se la delusione iniziale era già andata via da un pezzo, per la prima volta avverto un senso di tristezza. E poi ecco il forno crematorio a due entrate: un’altra struttura massiccia, semplice, fredda ed efficientissima. Anche se oggi è lì come testimonianza, ti accoglie con l’arroganza e la supponenza di chi l’ha progettata, di chi l’ha fatta costruire e di chi l’ha fatta funzionare giorno e notte in maniera indisturbata. Lo strazio di bambini, donne, uomini messi su quel maledetto carrello, una spinta e tutto era ridotto in poco tempo a niente. Avanti il prossimo numero. Prima la delusione, poi la tristezza, ma alla fine prende piede solo un grande senso di impotenza guardando la ciminiera che per anni ha fumato senza sosta…”
109.3 Auschw3Dopo di che, andate anche nel campo di sterminio di Birkenau (in polacco Brzezinka). “Sì. Durante lo spostamento mi tornano in mente quelle migliaia di nomi esposti sui blocchi come quadri, tantissime fotografie di visi, molti dei quali sorridenti. Si vede la gioia, la spensieratezza, e immagino come si siano trasformati in dolore e vuoto assoluto. Un po’ mi commuovo. Hanno rubato il sorriso e i capelli a tutti, nessuno escluso. Arrivati in pochi minuti a Birkenau nel primo pomeriggio, noto che non ci sono grandi barriere per molti chilometri, non ci sono montagne, e anche gli alberi scarseggiano. L’unica barriera che avevano i deportati era la violenza, tutto capitava all’interno di queste otto lettere v-i-o-l-e-n-z-a. Fanno un effetto quasi scenografico le rotaie del treno che attraversano il cancello ed entrano nel campo: lì finiva la corsa, lì finiva la vita. Gli aguzzini erano pronti: la merce numerata, malmenata e spossata iniziava il suo calvario. Cammino per un centinaio di metri sulle rotaie, arrivo al cancello oggi chiuso, oltrepasso attraverso una porta laterale la costruzione che delimitava il campo e riprendo a camminare sulle rotaie, l’occhio si perde davanti a un vasto orizzonte tra recinti in ferro spinato, torri di guardia, blocchi meno curati, resti vari di costruzioni. Qualcosa mi dice che l’unico museo che c’è qui è quello del vissuto, del come è stato. L’occhio che di per sé può abbracciare un orizzonte vasto qui non riesce ad abbracciarlo. Sono sulle rotaie dove arrivavano centinaia di treni della morte”.
109.4 Auschw4Ci sono differenze tra Birkenau e Auschwitz? “Ho l’impressione che siano rimasti in piedi molte più costruzioni rispetto ad Auschwitz. Infatti camminando verso un gruppo di blocchi mi rendo conto di trovarmi nel crudo, nell’autentico, nel ‘così erano’: le costruzioni non sono molto curate, e si avverte già dall’esterno la fatica del tempo, il  poco smalto, le rughe delle cose vecchie. Chi è molto suscettibile secondo me non dovrebbe esagerare col vedere le cose che ci sono qui. Entriamo in una di queste, è un dormitorio, e appena dentro viene spontaneo, anche se retorico, porsi la domanda: chi dormiva in questi posti, uomini o bestiame da macello? Chissà che significato aveva la parola ‘dormire’, o ‘sonno’, per un internato. Non riesco ad immaginare che spirito di adattamento fuori dal comune dovevano avere quelli che lo hanno sopportato e ce l’hanno fatta, i sopravvissuti, i ‘salvati’, per usare la definizione usata da Primo Levi. Attraversiamo questo cosiddetto ‘dormitorio’ fatto di panche di legno, paura e dolore a tre piani, il tutto sostenuto da pareti di mattoni tutti uguali. Anche qui la struttura è solida e fredda, e ci dormiva solo gente di passaggio, il cui viaggio sarebbe presto finito altrove. Più in là vediamo lo stagno dove fermentavano le ceneri umane, utilizzate poi come concime. Continuando a girare, vicino ad un piccolo boschetto vi sono alcune lapidi con scritte in varie lingue. Quella in italiano recita: ‘Grido di disperazione ed ammonimento all’umanità sia per sempre questo luogo dove i nazisti uccisero circa un milione e mezzo di uomini, donne e bambini, principalmente ebrei, da vari Paesi d’Europa‘. Hitler e il suo nazismo, seguendo il folle programma della ‘soluzione finale’, organizzarono e attuarono lo sterminio su base industriale di un popolo e della sua identità. La riduzione a nullità dell’essere umano confinava necessariamente con la morte, sempre violenta. Del viaggio di ritorno a Cracovia non ricordo niente, i pensieri erano rimasti ai campi di concentramento, parlavo con il mio amico della giornata con un certo distacco. Quello che era accaduto, lo avrei masticato e realizzato con calma”.
109.5 albero BirkenauCosa ti è rimasto da questa esperienza. Ti senti cambiato in qualche modo? “Innanzitutto mi sono reso conto che un solo giorno non basta in luoghi come questi, tanto che vorrei tornarci appena mi sarà possibile. Poi, ripensando a queste due perfette e immense industrie della morte e del dolore, a questi due perfetti orologi dello strazio organizzato su base scientifica, mi sono sentito nei giorni successivi più fastidiosamente viziato, più fastidiosamente permaloso, più fastidiosamente arrogante, agiato e superficiale, un po’ colpevole anche se quando accadeva tutto questo non ero nato e i miei genitori non erano che dei bambini. Visitare un campo di concentramento significa, o almeno per me ha significato, farmi un bagno di umiltà per guardare con occhi meno arroganti il futuro. Malgrado siano posti che possono giocare brutti scherzi ai più sensibili, consiglio di andare in un posto del genere almeno una volta nella vita. Ovviamente il passato non può essere cambiato, il passato è come la pasta cotta, non può tornare cruda. Il futuro invece è come la pasta cruda, la si può cucinare in maniera diversa. Possiamo scegliere. Quello che non doveva succedere più di 70 anni fa è successo, e oggi resta un ricordo che è più forte del grido di un milione e mezzo di ‘no'”.
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2 risposte a Un viaggio a Cracovia e Auschwitz

  1. Sono stato a auschwitz e birkenau ed entrare in quei luoghi e’ una esperienza che ognuno di noi dovrebbe fare…ti fa capire molte cose di questo olocausto e le sofferenze subite dalle vittime di questa tragedia.

  2. Pingback: Breve storia degli ebrei in Polonia e in Europa | Qui Polonia & Italia™

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