“Il voto in Polonia e il peso della Storia”

I conservatori di Legge e Giustizia (PiS) hanno sconfitto i centristi di Piattaforma Civica (PO) per 37,58% a 24,09%, con un astensionismo che ha superato il 49%. I numeri con cui si sono chiuse queste elezioni parlamentari 2015 in Polonia hanno generato in Italia e in Europa fiumi di articoli in cui si parla del tonfo dei centristi, di una sinistra totalmente assente dal parlamento per la prima volta, e in cui i vincitori sono stati descritti in varie salse, da “conservatori” a “euroscettici”, da “nazionalisti” a “xenofobi”. Kaczynski szydloSe abbiano veramente questi connotati o meno, ognuno può farsene un’idea generale ma sufficiente con il profilo sintetico tracciato nel nostro articolo precedente. L’obiettivo di quest’intervento non si centra sulla stretta politica interna, su cui si sono già spese molte parole, ma vorrebbe fornire una riflessione più ampia. Partiamo con il giornalista ed esperto diplomatico Sergio Romano, che ha disegnato per il Corriere della Sera i nuovi risvolti da una prospettiva squisitamente storica e geopolitica, tra oppressioni subite, nostalgie imperialiste e vecchi fatti a suo dire trascurati dall’istruzione impartita agli studenti dello stato mitteleuropeo. Il suo punto di vista però non è piaciuto a buona parte dell’opinione pubblica polacca, tanto che in un comunicato ufficale l’ambasciatore in Italia Tomasz Orlowski è entrato nel merito di alcuni punti non molto convincenti chiarendoli o correggendoli. Due interventi stimolanti che forniamo nell’ordine per comprendere i due punti di vista espressi.

Il voto in Polonia e il peso della Storia

La vittoria del partito dei gemelli Kaczynski apre a nuovi screzi con Mosca

di Sergio Romano per il Corriere della Sera
La vittoria nelle ultime elezioni polacche di Diritto e Giustizia, il partito dei gemelli Kaczynski, piacerà a tutti gli esponenti del nuovo nazional-provincialismo europeo, da Nigel Farage in Gran Bretagna a Marine Le Pen in Francia. Il risultato del voto e il possibile ritorno al potere di Jaroslaw, il gemello sopravvissuto dopo il disastro di Smolensk, sembrano dimostrare che nazionalismo, populismo ed euroscetticismo sono ormai i soli caratteri veramente comuni della grande Europa da Dover al Pireo. Eppure vi sono differenze di cui occorre tenere conto.
In Polonia, e per certi aspetti in Ungheria, esistono gruppi sociali che non hanno mai smesso di considerarsi vittime di una storia ingiusta. La Polonia non ha mai dimenticato le grandi spartizioni della seconda metà del Settecento e le sanguinose insurrezioni contro la Russia nell’Ottocento. Quando le circostanze le restituiscono la libertà, come è accaduto dopo la Grande guerra e dopo fine della Guerra fredda, ha quasi sempre ceduto alla tentazione di mirare alla riconquista del potere perduto nelle regioni (l’Ucraina, la Galizia, il Baltico) che appartenevano alla sua area d’influenza. Il caso dell’Ungheria è diverso, ma anch’essa ha un passato regale che condiziona i suoi istinti e le sue reazioni. Persino qualche leader comunista, a Budapest, ricordava privatamente le umilianti mutilazioni territoriali del Trattato di San Germano, nel 1919, quando una parte considerevole dei domini ungheresi divenne cecoslovacca, jugoslava, romena.
Nessuno di questi Stati vittime è privo di colpe e di errori. Anche Polonia e Ungheria sono state in molte circostanze aggressive e tracotanti. Anche la Polonia ha una sua parte di responsabilità nelle convulse trattative che precedettero la dichiarazione di guerra della Germania hitleriana il 1° settembre 1939. Ma i maestri delle scuole polacche, in particolare, non hanno mai smesso di ricordare agli alunni che la loro patria nel corso della storia è stata tradita, umiliata, crocifissa. Il clero cattolico ha recitato la sua parte facendo della Polonia il baluardo della fede di Roma contro quella di Bisanzio. Quando diceva che l’Europa, dopo la morte del comunismo, avrebbe respirato con i due polmoni dell’Ovest e dell’Est, Giovanni Paolo II lasciava comprendere che era giunto il momento in cui i cristiani del grande scisma si sarebbero infine riunificati sotto la guida di un prete polacco.
Questa storia, che i polacchi non smettono di raccontare a se stessi da qualche secolo, ha influito sulle loro scelte politiche. Quando hanno chiesto di aderire all’Unione Europea, non erano probabilmente maggioranza quelli che aspiravano a costruire con altri europei uno Stato federale nello spirito di Spinelli, Monet, De Gasperi, Adenauer. Chiedevano di entrare in un club dove avrebbero trovato, grazie al grande alleato americano, la possibilità di riemergere, magari saldando qualche vecchio conto, come potenza regionale. Per la Polonia, come per altri Paesi dell’Europa centro-orientale, l’alleanza americana conta molto più di Bruxelles e Strasburgo. Sostenuti da Washington, questi Paesi, con l’eccezione della Ungheria di Viktor Orbán, hanno cercato d’indurre l’Ue a fare una politica antirussa; e vi sono in parte riusciti.
Prepariamoci quindi, dopo il successo elettorale di Beata Szydlo e, soprattutto Jaroslaw Kaczynski, a nuovi screzi con Mosca. Ma non dimentichiamo che questi inconvenienti sono il risultato di un allargamento prematuro e frettoloso dell’Unione Europea. Quando si cominciò a parlare delle politiche che l’Ue avrebbe dovuto fare per favorire il ritorno alla democrazia degli Stati post sovietici, Jacques Delors, allora presidente della Commissione di Bruxelles, propose a François Mitterrand la creazione di due organizzazioni di cui la prima avrebbe aspirato a una Federazione e la seconda avrebbe formato con i vecchi membri una grande zona di libero scambio. Finché non saremo riusciti a stabilire una distinzione formale fra chi vuole l’Europa per l’Europa e chi la vuole per altri motivi, l’Ue sarà il peggiore dei condomini: quello in cui una minoranza intralcia il percorso della maggioranza.

Replica del’Ambasciatore polacco in Italia Tomasz Orlowski

Leggendo Sergio Romano ho la curiosa impressione che egli conosca la Polonia meglio di me. Non so da dove vengono le sue certezze che io, polacco, non condivido. Scrivere che il mio paese ha tentazioni espansioniste (“dopo la fine della Guerra fredda, ha quasi sempre ceduto alla tentazione di mirare alla riconquista del potere perduto nelle regioni […] che appartenevano alla sua area d’influenza”) è falso e non giustificato. Da diplomatico, non mi permetterei mai di giudicare un altro popolo senza conoscerlo a fondo, rischiando di indurre in errore i lettori del maggiore quotidiano d’Italia.
Il brillantissimo passaggio sull’Ungheria merita una correzione. Il signor Romano ha evidentemente confuso due trattati. A Saint Germain è stato firmato il trattato con l’Austria. Il trattato di pace tra potenze alleate e associate con l’Ungheria è invece quello di Trianon.
Non è per la prima volta che il signor Romano accusa la Polonia di avere “una sua parte di responsabilità nelle convulse trattative che precedettero la dichiarazione in 1939”. Mi sembra un’accusa alquanto singolare se si pensa che la conferenza di Monaco è stata un’iniziativa dell’Italia. È ovvio che nessun paese democratico può oggi essere responsabile di un passato di settanta anni fa. Che cosa significa allora questo ripetuto richiamo nei suoi scritti?
Esprimere la considerazione che Giovanni Paolo II parlando di due polmoni, ortodosso e cattolico, esprimeva una volontà imperiale è proprio indegno e non richiede commenti. L’approccio del pontefice era stato sempre quello di riconoscere le due realtà dell’Europa che possono convivere insieme in armonia. Basta ricordare che durante la sua vista a Auschwitz nel 1979 il papa polacco ha chiesto il pieno rispetto per il sacrificio dei soldati sovietici che avevano liberato il campo.
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5 risposte a “Il voto in Polonia e il peso della Storia”

  1. Valfres ha detto:

    un articolo proprio scritto da un italiano il quale non capisce tanto la situazione in Polonia. No coment!

  2. rosa ha detto:

    sono d’accordo con l’articolo, i polacchi parlano della loro patria con un vittimismo e un nazionalismo esgerato. l’attaccamento agli USA è smodato, francamente la loro appartenenza alla UE è eslusivamente economica e una spina nel fianco .

  3. yole ha detto:

    Sig. Sergio Romano il suo articolo e un mucchio di balle…Da dove prende le informazioni di cosa dicono le insegnanti nele scuole,,,? “iAnche la Polonia ha una sua parte di responsabilità nelle convulse trattative che precedettero la dichiarazione di guerra della Germania hitleriana il 1° settembre 1939 (…)” ha qualche esempio da fare?”Il clero cattolico ha recitato la sua parte facendo della Polonia il baluardo della fede di Roma(…)” cioe…..
    Cmq il suo aticolo e tendenzioso, Lei usa le formulazioni tipiche anti- Chesa e anti-stato, mettendo in discorso la liberta di scelta di un popolo sovrano… La sua e Una OPINIONE assolutamente non obiettiva. Qesto non e gionalismo ma una propaganda fatta da un LIberale.

  4. Chiaga ha detto:

    Dispiace leggere cose del genere sul Corriere della Sera. Mi sembra che non occorrano molte spiegazioni su quanto nello scritto di Sergio Romano traspaia l’ignoranza della storia e soprattutto un minimo di conoscenza di dinamiche antropologiche che si muovono nei popoli (in ogni popolo a modo proprio) a partire dalla loro storia. Un vissuto in quanto tale non può essere mai giudicato. Io accetto pure le opinioni, ma non quelle formulate a partire dall’ignoranza. Grazie all’ambasciatore per l’adeguata reazione.

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