Il 10 Aprile in memoria di Katyń (1940 e 2010)

Questa data rappresenta da alcuni anni a questa parte un momento di lutto per la nazione polacca, un lutto le cui origini risalgono all’Aprile 1940 con il genocidio di circa 22.000 ufficiali nella foresta di Katyń da parte dei sovietici, e tragicamente rafforzato con l’incidente del Tupolev polacco di Stato nel 2010 che, schiantandosi proprio nei pressi di Katyń, a Smoleńsk, ha nuovamente decapitato parte della classe dirigente polacca con 96 vittime tra cui l’allora presidente Lech Kaczyński. Entrambe le vicende hanno al loro interno molti rancori, odio, slealtà, voglia di sopraffazione, con tutte le dietrologie e le verità nascoste che si possono immaginare. Gli innumerevoli dettagli occuperebbero un intero libro, ma in questa sede ci limiteremo a ricordare e a capire i fatti e i contesti che hanno avuto come teatro i dintorni di Katyń.
Katyn mappa 1940, la II Guerra Mondiale. E’ questo il nostro punto di partenza: la repubblica polacca era stata ricostituita appena 20 anni prima, e il forte stampo multietnico della popolazione di allora, con bielorussi, ucraini ed ebrei, non la rendeva di certo una nazione solida. Se a questo aggiungiamo l’astio di vecchia data tra russi e polacchi, il risultato non poteva essere altro che una facile invasione da parte dei russi stessi, oltre che dei tedeschi. I nostri lettori, del resto, già sanno qualcosa sul patto Ribbentrop-Molotov, sulla seconda spartizione della Polonia tra tedeschi e sovietici, e sulla deportazione dei polacchi (chi vuole saperne di più può rifarsi a questo videoarticolo). Proprio la deportazione fu il nodo cruciale della vicenda: secondo i numeri dell’Instytut Pamięci Narodowej, da un lato ci furono circa 350mila cittadini polacchi deportati nei gulag e ridotti ai lavori forzati, di cui oltre 150mila non sopravvissero (alcuni storici parlano di 500mila morti su oltre 800mila deportati); dall’altro lato un’azione parallela dei sovietici era il sequestro degli ufficiali. All’epoca in Polonia vigeva un sistema di coscrizione per cui ogni laureato era automaticamente un ufficiale della riserva, e l’esito fu quindi la detenzione non solo di generali, colonnelli, luogotenenti, maggiori, capitani, piloti e ufficiali di vario rango, ma anche di nobili proprietari terrieri, docenti universitari, fisici, avvocati, ingegneri, insegnanti, scrittori, giornalisti e perfino uomini del clero. La maggior parte di essi era tenuta prigioniera nei centri di detenzione istituiti a Kalinin, Char’kov, Ostaškov, Kozel’sk e Starobel’sk, gestiti dal Commissariato del popolo per gli affari interni (in russo Narodnyj komissariat vnutrennich del, NKVD) con l’inevitabile supervisione di Stalin. I colloqui cui gli ufficiali erano sottoposti nei mesi successivi erano atti a capire chi era “assuefatto” al regime sovietico e chi invece era ritenuto “nazionalista e controrivoluzionario”. Dunque il genocidio non era stato improvvisato, ma era il frutto di una tanto lucida quanto delirante programmazione politico-militare: Stalin aveva previsto che, qualora si fosse ricostituito in qualche modo lo stato polacco, sicuramente si sarebbe rivelato una nazione ostile, ragion per cui era necessario sfoltire e possibilmente cancellare la classe dirigente per rendere i polacchi deboli e facilmente asservibili in futuro al regime sovietico. Tra il 3 Aprile e il 10 Maggio del 1940 circa 22.000 ufficiali polacchi furono eliminati, di cui una buona parte nella cosiddetta foresta di Katyń, dove si creò la fossa comune principale, mentre altri furono uccisi nei centri di detenzione e occultati in altre fosse fatte a Pjatichatki e Mednoe. La metodica del genocidio era impressionante: chi era in prigione veniva incappucciato, chi veniva condotto a Katyń aveva le mani legate, ma in entrambi i casi gli si esplodeva un colpo di pistola secco sulla nuca.
All’inizio non si seppe niente di tutto questo, e furono meno di 400 gli ufficiali a salvarsi, ma l’inaspettato attacco tedesco alla Russia del 1941 cambiò totalmente le carte in tavola. Russia e Polonia strinsero un accordo, e incaricarono il generale Władysław Anders, detenuto dai sovietici, di formare un esercito. Anders chiese espressamente notizie degli altri ufficiali, avendo però in cambio risposte evasive se non false, come un’improbabile fuga da parte loro durante il trasferimento in Manciuria. Nel 1942 a Smoleńsk (presa nel frattempo dai nazisti) giravano voci tra i contadini del posto e alcuni operai polacchi in loco su alcune fosse comuni, ma nessuno diede rilievo a questo, non potendone immaginare le dimensioni. Nel 1943 un uomo dell’intelligence tedesca informò di ciò Goebbels, il quale pensò di farne un’arma di propaganda antisovietica, e il 13 Aprile di quell’anno Radio Berlino comunicò che le forze militari tedesche avevano scoperto “una fossa di 28×16 metri in cui i corpi di 3.000 polacchi erano sovrapposti su 12 livelli”. La strategia non funzionò a lungo dacché nell’eccidio i sovietici non usarono solo i loro revolver Nagant 7.62x38mm, ma anche armi e munizioni di produzione tedesca come la Walther 9x19mm. Questo consentì loro di incolpare i nazisti del genocidio sfruttando come credenziale anche l’invasione subìta.
Questo gioco delle parti andò avanti nei 40 anni successivi, con continui scambi di accuse basati su analisi e indagini di parte, oltre alla costante segretezza di documenti-chiave da parte dei sovietici. Altre rilevazioni da parte di terzi indicarono tuttavia diversi indizi a conferma che gli autori del genocidio furono i sovietici: le uniformi delle vittime erano relativamente in buono stato, e quindi non troppo rovinate dalla detenzione nei centri sovietici, e nessuno degli appunti delle loro agendine personali ritrovate riportava date successive alla primavera del 1940. La svolta si ebbe il 13 Aprile 1990, 47esimo anniversario dalla scoperta delle fosse comuni, quando il presidente russo Gorbaciov ammise le responsabilità sovietiche in quell’azione così cruda e violenta.
10 Aprile 2010: 70esimo anniversario. Negli anni seguenti le forze diplomatiche dei due stati cercarono per quanto possibile di ricucire i rapporti. Ciononostante, i russi non tolsero il segreto di stato a diversi documenti in loro possesso, e inoltre continuarono a riconoscere l’evento come una semplice “tragedia di guerra” e non come un genocidio, negando perciò ogni tipo di risarcimento ai parenti delle vittime. Una nota positiva fu sicuramente costituita dall’invito di Vladimir Putin indirizzato alla Polonia per una commemorazione congiunta in occasione del 70esimo anniversario dall’eccidio di Katyń. La mattina del 10 Aprile partì dall’aeroporto Chopin di Varsavia una delegazione di 89 persone, tra cui il presidente della Repubblica Lech Kaczyński, la moglie e alcuni rappresentanti del Paese tra parlamentari, capi delle forze armate, sindacalisti, personalità religiose e parenti delle vittime del 1940. Per una crudele ironia della sorte, la cerimonia non ebbe mai luogo in quanto l’aereo di stato, un Tupolev (russo), non riuscì ad atterrare sulla pista di Smoleńsk per un errore dei piloti. In particolare, la scarsissima visibilità dovuta alla nebbia ha fatto sì che l’aereo toccasse degli alberi alcune centinaia di metri prima della pista, capovolgendosi e schiantandosi al suolo. Anche qui i sospetti hanno trovato molto spazio, c’è chi ha parlato di un malfunzionamento delle luci in prossimità della pista, chi di comunicazioni colpevolmente non fornite dalla torre di controllo dell’aeroporto, e c’è chi, come l’eclettico politico polacco Janusz Palikot, ha parlato di un Lech Kaczyński morto “con le mani sporche di sangue” asserendo che, alticcio, obbligò i piloti all’atterraggio nonostante l’impossibilità tecnica della manovra per la nebbia da loro stessi segnalata.
Al di là di accuse e ricostruzioni più o meno parziali, resta il fatto che 89 persone in viaggio (più sette dell’equipaggio) per ricordare delle vittime di una violenza disumana sono a loro volta diventate vittime di una disgrazia. Tornando al genocidio sovietico, consigliamo la visione del filmKatyń” (2007) del premio Oscar Andrzej Wajda per l’ottima rappresentazione della genesi e della realizzazione del genocidio perpetrato dai russi. Per ragioni poco comprensibili di censura, il film fu distribuito in Italia solo nella primavera del 2009 e solo in dodici città. La prima citazione al grande pubblico avvenne il 2 Ottobre dello stesso anno con un racconto realizzato dal giornalista Antonello Piroso nella sua trasmissione “Niente di personale” su La7. Eppure parliamo di un film vincitore del Golden Globe e candidato all’Oscar nel 2008 come miglior film straniero. Sia per chi non lo avesse ancora visto che per chi volesse approfondire il tema del genocidio, è da non perdere.

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