Il faccia a faccia tra UE e Polonia per filo e per segno

Nell’ultimo quarto di secolo, da quando un elettricista navale chiamato Lech Wałęsa contribuì alla fine della Guerra Fredda, la Polonia è stata la prova del successo dei valori europei: una florida economia di libero mercato, un maturo potere regionale, una stampa pluralista e, con un sistema politico vivace anche se non sempre brillante, un membro influente dell’Unione Europea e della Nato. Ma ora la musica sembra diversa: subito dopo la salita al governo dettata dalla netta vittoria elettorale dell’ottobre 2015, il partito Diritto e Giustizia (Prawo i Sprawiedliwość, PiS) ha approvato leggi che secondo molti esperti neutralizzano il potere giudiziario e limitano la libertà di stampa. Dal canto suo il governo, sicuro del suo mandato elettorale e della maggioranza assoluta in parlamento, liquida i critici come guastatori di sinistra e promette ulteriori cambiamenti. PiS dice che il suo lavoro è di pulire la Polonia da un élite liberale spesso corrotta e distaccata dai valori cristiani e patriottici. Da due mesi però quasi tutti i weekend migliaia di cittadini si riuniscono nei principali centri polacchi (il 23 gennaio erano 36 città, più altre 11 in giro per il mondo) per protestare contro le riforme di PiS, proteste che il governo dice essere organizzate da partiti oppositori e oscure forze economiche. Se i manifestanti fossero davvero spinti in piazza a pagamento, sarebbe una cosa grave su cui indagare, ma se sono adesioni spontanee dettate dal libero sentire, probabilmente l’identità dell’ente organizzatore rimane un fattore di poca importanza.
La Commissione Europea, che ha sollevato delle critiche su alcune azioni del governo polacco, si è riunita lo scorso 19 gennaio per parlarne insieme al Primo Ministro Beata Szydło. In quest’occasione è stata applicata per la prima volta la nuova procedura ultimata nel 2014 che va ad integrare l’originario articolo 7 sullo stato di diritto firmato e ratificato da tutti gli stati membri. La seduta è durata oltre due ore e mezzo, aperta dal Ministro degli Esteri olandese Koenders con un intervento di ampio respiro sul retroterra socio-politico europeo e polacco. Koenders ha ricordato a sé stesso e all’assemblea che l’Europa non è solo un club fatto di benefit ricevuti, ma anche un’unione di stati fondata su responsabilità e valori comuni; lo stato di diritto e il rispetto sono alcuni dei cardini dell’UE, e non sono valori scontati ma pazientemente costruiti, a volte con fatica; nessuno stato, UE inclusa, ha il monopolio sulla virtù o sul buon costume, tutti hanno i loro innegabili deficit, ma a questi si deve cercare di far fronte come in quest’occasione, con il dibattito democratico e la condivisione di valori concordati, ovvero con una miglior cooperazione tra gli stati membri, per migliorare l’UE ed evitare doppi pesi se ce ne sono. E’ solo grazie a ciò che per la prima volta nella storia vige in Europa uno stato di pace così duraturo, e l’implosione dell’Unione Europea porterebbe solo un regresso e un ritorno a egoismi nazionali che rischierebbero di degenerare. Koenders ha sottolineato la propria ammirazione verso un popolo che più di tutti ha sofferto le guerre in Europa, la doppia cancellazione della propria sovranità nella storia, e il sacrificio di molti suoi soldati per la liberazione di alcuni stati nel 1945 (tra cui la sua Olanda); la Polonia si è risollevata tenacemente ancora una volta dopo la caduta del Muro di Berlino, e il suo ingresso nell’Unione Europea le ha dato quella marcia in più che l’ha portata ora nel cuore dell’Unione. Koenders non ha potuto tuttavia negare il contrasto tra i valori nobili del popolo polacco degli ultimi due secoli e la situazione attuale, ma ha precisato che questo dibattito non nasce con il recente caso polacco, dacché già dal 2013 alcuni stati come Finlandia, Danimarca e la stessa Olanda premevano per organizzare in ambito UE dibattiti e seminari su diritti fondamentali dell’uomo e stato di diritto (iniziativa che in quest’anno si tradurrà in alcuni convegni tra il febbraio e il giugno di quest’anno).
Con il vice-presidente della Commissione Europea, l’olandese Frans Timmermans, si è entrati più nel vivo con la descrizione delle tre cause alla base di una potenziale precarietà dello stato di diritto in Polonia: 1) la disputa sul numero di giudici della Corte Costituzionale eleggibili da un governo, tema che avrebbe dovuto essere affrontato e risolto internamente dalla Corte stessa e non con l’ingerenza del potere legislativo; 181. Szydlo-Timmermans2) la rimozione simultanea del presidente e del vicepresidente della Corte ad opera del nuovo governo con voto parlamentare attuato il 28 dicembre; 3) la riforma dei mass media, con il controllo diretto di quelli statali da parte del Ministero del Tesoro, fatto che minerebbe alla piena libertà di espressione e per estensione alle basi per un compiuto stato di diritto. Per garantirlo, dice Timmermans, è necessario che la Corte Costituzionale funzioni e lavori in libertà e indipendenza per valutare la costituzionalità o meno delle riforme attuate dal governo; per due volte la Commissione ha inviato delle richieste di chiarimenti alla Polonia, ricevendo in cambio risposte incomplete e segnate da un tono di confronto invece che di cooperazione, cooperazione che invece la Commissione auspica. Timmermans ha puntualizzato due dettagli fondamentali per il corretto prosieguo del dialogo: il primo è che questo tipo di procedura è stato concepito con lo scopo preciso di prevenire dei problemi solo in base a dati e fatti concreti, facendo capire che non si stanno prendendo azioni pregiudiziali nei confronti del governo polacco; il secondo è che la Commissione non mette in dubbio la sovranità della Polonia così come quella degli altri Paesi, in linea con le responsabilità e i doveri descritti nei vari trattati ufficiali che gli stati stessi – Polonia inclusa – hanno accettato, firmato e ratificato.
Il momento atteso era ovviamente la difesa di Beata Szydło, che nei suoi ben quattro interventi ha espresso come l’attuale governo polacco creda nell’Unione Europea e sia disponibile ad aiutarla in situazioni difficili. Il suo governo si dice aperto al dialogo e alla collaborazione, vuole dare all’UE fiducia e aiuto così come dall’UE si vuole rispetto della sovranità interna. Dopodiché ha cercato di entrare nel merito del dibattito giustificando l’operato del suo governo anche con motivazioni non propriamente legate ai temi in discussione, e sollevando tuttavia altri punti interessanti che meriterebbero più attenzione da parte dell’Europarlamento. La Szydło ha detto che il suo governo sta rispettando la Costituzione, non presa sottogamba come qualcuno pensa, e che la Corte Costituzionale sta funzionando normalmente poiché la sua composizione vedeva una pesante maggioranza di nominati da parte del precedente governo centrista di PO, e che per questo urgeva un riequilibrio. Continua dicendo che la modifica della norma rispetta gli standard UE ed è una conseguenza della legge del giugno 2015 sulla Corte Costituzionale fatta dal governo precedente. Tale legge è stata ritenuta parzialmente incostituzionale dalla Corte stessa nel dicembre 2015 (si noti che tale sentenza lascia capire come la Corte non fosse asservita al governo precedente come PiS dichiara a gran voce). In quanto ai media, l’intenzione dichiarata dalla Premier è dare pluralismo e renderli imparziali, e per questo era necessario rompere il legame tra il consiglio di amministrazione e gli editori. Insomma, pur apprezzando le parole di Koenders, per la Szydło lo stato di diritto c’è, i cittadini possono frequentare le sessioni parlamentari e parlare, e gli affari polacchi devono essere gestiti in Polonia, uno stato che non merita di essere monitorato poiché non vuole destabilizzare l’UE ma anzi la vuole aiutare da attrice protagonista.
Le argomentazioni della Premier polacca hanno incluso anche dei temi non all’ordine del giorno ma utili per la propria difesa, come il voler risolvere il disagio di numerosi pensionati, poveri, malati e disoccupati che per diversi motivi si sentono lasciati indietro. In molti hanno notato la poca attinenza di questo passaggio con gli interventi sulla Corte e sui mass-media, tanto che la Szydło stessa non calca troppo la mano. Il ritornello costante invece – in almeno sei occasioni – è stato un altro: il governo polacco è lì grazie ai cittadini che hanno votato in delle libere elezioni democratiche. Un tormentone superfluo non solo perché le due riforme così come sono state fatte non erano nel programma elettorale di PiS, ma anche perché nessuno ha mai messo in discussione la legittimità della vittoria elettorale, come diversi parlamentari hanno continuato a farle notare durante la seduta. Ci sono altre due tematiche lontane dai temi della Corte Costituzionale e dei media polacchi, che però porterebbero dei punti a favore della Szydło almeno da un’ottica di buonsenso. La prima è legata ad una certa iniquità di trattamento tra i vari stati membri dell’UE, un sentimento percepito – a torto e a ragione – da una certa fetta dell’Europa orientale e meridionale. La seconda sono i criteri con cui impostare la spartizione dei profughi, con l’esclusione dai calcoli europei di alcune centinaia di migliaia di ucraini riversatisi in Polonia negli ultimi due anni per i disordini che ben sappiamo.
Tra i vari parlamentari intervenuti c’è chi ha ammesso certe lacune dell’UE in campo sociale e la necessità di fare meglio, ma sia questi che altri rappresentanti hanno ribadito alla Szydło l’importanza dei fondamenti su cui si poggia la UE, lo stato di diritto, i valori condivisi, la riconciliazione, la cooperazione, i doveri e le responsabilità, firmati da tutti, che devono sempre prevalere sui rancori, gli egoismi e gli autoritarismi illiberali. Il nodo cruciale del dibattito si è toccato quando Timmermans ha ripreso le repliche della Szydło coniugandole con le azioni del governo polacco. Capitolo Corte Costituzionale: c’è pieno accordo sul fatto che una Corte equilibrata sia necessaria, ma necessaria deve essere anche l’indipendenza. PiS ha eletto cinque giudici, e con la modifica legislativa appena apportata ha dato a tre di loro il potere di veto, limitando di fatto il pieno svolgimento delle funzioni della Corte. Nei suoi interventi la Szydło ha fatto sempre riferimento alla sentenza della Corte del 3 dicembre, che ha invalidato le nomine in eccesso fatte dal precedente governo, ma Timmermans ha citato la sentenza del 9 dicembre, con cui la Corte polacca, pressata, ha annullato la nomina di altri giudici precedenti, inclusi quelli nominati da PO in modo legittimo. E’ da questo fatto che si auspica la piena separazione tra i tre poteri e la piena applicazione del tripode composto da diritti umani, stato di diritto e democrazia: non si può usare uno dei tre piedi contro un altro (come in questo caso, usare la democrazia contro lo stato di diritto), pena l’instabilità del tripode, quindi dello stato. Tra le varie difese del governo polacco c’è quella secondo cui anche PO ha fatto degli errori non di poco conto. E’ una cosa vera e innegabile – per quanto in pochi a suo tempo ne parlassero. Ma Guy Verhofstadt ha ricordato che probabilmente PiS è stato eletto per fare meglio di PO, non per fare gli stessi errori. Anche in quanto alla riforma dei mass-media, Timmermans ha messo le cose in chiaro: prima c’erano sette elementi di amministrazione e supervisione dei mass-media pubblici, due scelti dai ministeri della cultura e dell’economia e i restanti cinque mediante concorsi. Con la nuova legge tutto è stato ridotto a tre membri, tutti eletti per nomina personale del Ministro del Tesoro.
Con la fine della seduta, il prossimo appuntamento sullo stato di diritto in Polonia è costituito dalla disamina da parte della Commissione di Venezia, un gruppo di esperti che fornisce assistenza giuridica e consulenze agli stati membri dell’UE in quanto a democrazia, diritti umani e stato di diritto. In sede parlamentare è stato ricordato che la Polonia è ancora in tempo per anticipare la Commissione e smussare le riforme eliminando gli elementi di ingerenza, altrimenti dovrà essere affiancata giocoforza dalle consulenze della Commissione stessa. Una curiosità: per l’annuale convegno sui diritti fondamentali della Legge, il 19 e 20 maggio prossimi la stessa Commissione sarà proprio a Varsavia, in occasione dei trent’anni della Corte Costituzionale polacca, e l’atmosfera che si respirerà è un mistero, per ora. Intanto la carne sul fuoco del Parlamento europeo è già tanta: oltre allo stato di diritto, si sono aggiunti la distribuzione dei profughi e il rischio del fallimento di Schengen. Nella riunione informale dei Ministri degli Esteri dell’UE del 26 gennaio la Polonia ha annunciato di porre il veto nel caso in cui il computo non venisse fatto in modo corretto. Inoltre, le fresche iniziative “protettive” prese singolarmente da nazioni come Svezia, Danimarca, Slovenia e Austria indicano come il tema delicatissimo delle frontiere debba essere affrontato in modo deciso ma collettivo e responsabile, cosa che non sta ancora succedendo. Se a questo ci mettiamo anche il tanto imminente quanto poco conosciuto intervento militare che l’UE sta per intraprendere in Libia, il futuro è veramente imprevedibile. Vedremo cosa ne verrà fuori.

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6 risposte a Il faccia a faccia tra UE e Polonia per filo e per segno

  1. bibi ha detto:

    la parola chiave è “benefit”.ovvero, UE, dacci i soldi e lasciaci in pace.

  2. Eugenio ha detto:

    Esatto bibi, commento sintetico e perfetto. Sta venendo a galla la scarsa cultura democratica e il nazionalismo represso della Polonia. Il rimedio e’ solo uno: legare i soldi elargiti dalla UE a rispetto dello stato di diritto e all’assunzione di responsabilita’ (vedi immigrati). Senza i fondi UE l’economia polacca crolla. Se si colpiscono (o si paventa di farlo) le tasche la gente cominica a ragionare meglio.

  3. bibi ha detto:

    “nazionalismo represso”?
    direi nazionalismo OSTENTATO, non fanno che parlare della patria e delle sofferenze subite.
    canti intorno ai fuochi, scalate con croci da piantare, madonne nere protettrici dell’esercito- non con grandi risultati-e via andare. dopo un pò che li conosci ti rendi conto che sono moolto di destra, ma quella proprio arretrata…

    • Eugenio ha detto:

      Represso nel senso che finora non hanno potuto concretizzarlo nei fatti, ma che lo ostentino non ci sono dubbi. Comunque gli esempi che presenti sono tipici (a parte eccezioni ovviamente) dell’est del Paese e di Cracovia. A nord e a Varsavia (dove vivo) sono un po’ diversi. Magari sotto sotto neanche tanto, ma almeno si camuffano meglio.

  4. Pingback: Le opinioni degli osservatori sullo stato di diritto in Polonia | Qui Polonia & Italia™

  5. francesco ha detto:

    io vivo in polonia da circa tre anni e vedo che l economia polacca e florida perche non e entrata nell euro il giorno che entrera (se entrera)perche per me l euro ha le ore contate,la polonia entrera in crisi come altri paesi europei perche i polacchi rifiutano l euro

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