L’esodo dei profughi in Europa: le 27 obiezioni di chi non li vuole

In TV, sui giornali, alla radio, sui social network, tra amici. Oramai se ne parla dappertutto e in ogni momento. E del resto un motivo c’è. Profughi, clandestini, migranti, rifugiati, immigrati, i significati di queste cinque definizioni differiscono di molto, ma a prescindere da come li si vuol chiamare, la massa di persone che dalle aree mediorientali e africane si sta riversando in Europa è cosa di non poco conto. Quantità, motivi e sviluppi di quest’esodo rendono il tema alquanto complesso, ma gli interlocutori politici aiutati da diversi mass media lo hanno finora ridotto ad un dilemma fin troppo scarno e semplicistico tra l’accoglienza tout court e il respingimento di massa, decisamente insufficiente per poter abbracciare l’intero fenomeno nella sua complessità. Premettendo che è fisiologico e comprensibile avere posizioni più permissive o più rigide, esse non possono essere ridotte a quelle due: sprazzi di verità si trovano da una parte e dall’altra, e noi abbiamo pensato di raccogliere le opinioni e le idee “ruvide” che più spesso si sentono sui mass media e tra i cittadini, e di commentarle mediante dati, informazioni e un pizzico di buonsenso per far luce su alcuni aspetti della realtà migratoria. Non ci teniamo a convincere nessuno a cambiare le proprie opinioni, l’idea è solo quella di verificare lì dove possibile se i ragionamenti che facciamo, le informazioni che sentiamo e il modo in cui le cerchiamo sono corretti o presentano delle lacune.
A mo’ di tappa propedeutica iniziamo proprio con il metodo di ricerca delle informazioni, dove ci serve una piccola autocritica: una parte imprecisata di noi cittadini non ha una conoscenza sufficiente di certi dettagli, sia per il fatto di consultare fonti parziali o non accreditate, sia per colpa della nostra pigrizia che ci limita a leggere solo i titoli, a ricordare facili slogan pro- o anti- accoglienza, e a generalizzare su intere etnie eventi negativi di cronaca che riguardano una minoranza di individui. Indichiamo qui alcune delle fonti attendibili che possono tornare utili. In ambito internazionale i media angloamericani sono spesso quelli che realizzano inchieste e reportage tra i migliori, BBC, Economist e New York Times per citarne degli esempi, gli istituti indipendenti e governativi sono ottimi supporti (UNHCR, Frontex, OECD, ONU, etc.), e i più impazienti possono accontentarsi di Wikipedia. Ai “poloniofili” può far piacere leggere il libro di Ryszard Kapuściński “Ebano” sulla sua esperienza pluriennale in Africa. Approfittiamone anche per chiarire un aspetto lessicale su cui talvolta anche politici e giornalisti fanno confusione, la differenza tra emigrati, immigrati, profughi, rifugiati, clandestini. L’emigrato è in generale colui che si trasferisce da un Paese ad un altro: per un italiano, Monica Bellucci e Stefano Accorsi sono degli emigrati poiché italiani trasferitisi all’estero. L’immigrato è in generale colui che proviene da un altro Paese: per un francese, Monica Bellucci e Stefano Accorsi sono degli immigrati poiché stranieri trasferitisi in Francia. Il profugo è colui che scappa da una zona teatro di guerre, violenze, cataclismi e qualsiasi fenomeno che non renda sicura la vita nel proprio Paese. Il rifugiato è colui che, scappato da una zona teatro di guerre o persecuzioni, viene riconosciuto da uno stato straniero come perseguitato e gli viene offerto asilo politico. Oltre alle cause del trasferimento, la differenza tra l’immigrato e il rifugiato è che quest’ultimo non può trasferirsi in un altro Paese, pena la perdita dello status in questione. Il clandestino è colui che entra in un Paese straniero non rispettando le leggi e le norme che regolano l’ingresso degli stranieri: se un immigrato non si trova nella posizione di profugo, non ha lo status di rifugiato, e non ha elementi lavorativi o affettivi che lo legano al Paese ospitante, è un clandestino.
Le cause dell’esodo – C’è chi dice la guerra, chi la fame, chi per ragioni economiche, e c’è chi parla di invasione pianificata. Su quest’ultima affermazione c’è poco da dire se non ribadire l’evidenza: tutto possono essere tranne che un esercito organizzato, armato e assetato di sangue o di conquista. Sulla tipologia dei migranti, i numeri sono in continua evoluzione ma secondo gli istituti del settore non è corretto dire né che “quasi tutti sono profughi” né che “quasi tutti sono clandestini”. Quel che è certo è che le guerre e i regimi in atto sono decine e ne sappiamo poco o nulla. Le situazioni più cruente sono in Siria, Iraq, Afghanistan, Nigeria, Niger, Camerun, Darfur (Sudan), Somalia, Kenya, Congo, Burundi, Burkina Faso, Mali, Yemen, Repubblica Centrafricana, Libia, Palestina e Ucraina, e disordini di diverso tipo ci sono anche in Eritrea, Kosovo e Kurdistan (tra Turchia e Iran). I Paesi a vendere le armi sono quelli “occidentali”, dunque abbiamo un certo legame con i conflitti in atto, e le armi vengono comprate dalle fazioni che si contendono il potere di un territorio o di una nazione, gli unici a godere delle ricchezze disponibili. Il resto di quelle popolazioni vive nella povertà che, con i conflitti, peggiora, aggravando a sua volta anche il problema della fame. A volte l’unico modo per rimediare un pasto al giorno è quello di farsi sfruttare dalle fazioni dominanti: in molti conflitti africani i bambini vengono usati come soldati, spesso premiati con sigarette e drogati con oppio per fargli sparire il senso della paura, le donne picchiate o violentate, gli uomini uccisi. A ciò si può aggiungere la colonizzazione economica, prima monopolio europeo e ora praticato da Paesi emergenti come Cina e India, che sfruttano l’enorme quantità di minerali presenti nel continente africano. Insomma, la tesi “sono tutti clandestini” non è totalmente corretta: verosimilmente la maggior parte dei profughi provenienti da una delle nazioni sopracitate è un potenziale rifugiato per guerra e persecuzioni; quelli di altre nazionalità possono rivelarsi immigrati economici o clandestini (ad esempio per tunisini, algerini, marocchini e pochi altri), ma dietro il loro lungo viaggio potrebbero anche esserci cause geo-climatiche: secondo il National Geographic eruzioni, terremoti, alluvioni e desertificazioni su larga scala stanno generando 22 milioni di profughi in tutto il mondo.
“Sono tutti delinquenti, non vogliono lavorare”: come abbiamo appena visto, intanto la maggior parte di loro vuole salvarsi. Dopo di ciò, non si può negare che una parte tende a vivere di espedienti o a compiere reati come scippo, furto, spaccio di stupefacenti, stupro, omicidio: anche in questo caso si tratta di una sparuta minoranza (attualmente in Italia è in detenzione lo 0,34% degli immigrati regolari e irregolari), e anche volendo ipoteticamente gonfiare questa percentuale, non ci sarebbe una situazione tale da accusare un’intera etnia o l’intera categoria dei “neri”, dei “musulmani” o degli “stranieri”, altrimenti avalleremmo una logica assurda secondo cui gli italiani sono tutti mafiosi, i polacchi sono tutti ladri o i tedeschi sono tutti nazisti. Sui singoli individui che commettono reato, perché di individui si tratta, devono essere presi provvedimenti come la detenzione o l’espulsione, ma per una basilare questione di tutela e di diritto delle persone, non ci si può permettere di ostacolare con un infondato pregiudizio chi di illegale non ha fatto nulla e, anzi, vorrebbe poter costruirsi una vita semplice trovando un lavoro.
“Ci rubano il lavoro”: una tesi in contraddizione con quella precedente, ma altrettanto discutibile. Chi riesce a stabilirsi in un Paese europeo deve sostentarsi in qualche modo. Generalmente si tratta di lavori di manovalanza o comunque umili, che non tutti gli europei sono disposti a fare – è sufficiente incontrarsi con dieci amici qualsiasi e chiedersi chi sarebbe disponibile a fare lo spazzino notturno, a scaricare cassette alle quattro di mattina, o a lavorare nei campi per dieci ore al giorno -. Al di là di questo, sono i datori di lavoro a decidere a loro discrezione chi assumere: è ciò che viene chiamato libera impresa, e se davvero esiste una preferenza per lo straniero, forse ci si dovrebbe rivolgere di più ai propri governatori in modo da occuparsi globalmente del problema della disoccupazione. Insomma, per quanto spesso le cause della “disoccupazione autoctona” possano risiedere anche nelle minori esigenze economiche di certi immigrati, sarebbe errato dar loro una qualsiasi colpa o responsabilità.
“Non sono razzista, chiedo solo ordine e legalità, dunque i musulmani e i neri non devono entrare”: questo è il risultato di una certa confusione tra il rispetto delle regole e la visione degli immigrati. C’è chi sostiene infatti che la qualità del rispetto delle leggi sia inversamente proporzionale all’accettazione di un gruppo etnico piuttosto che di un altro, e soprattutto è convinto che tale affermazione non abbia un’accezione discriminatoria e quindi razzista. E’ fin troppo banale puntualizzare che se ci si limita a evocare l’ordine e la legalità non c’è niente da obiettare, ma se si effettua un’associazione diretta tra l’illegalità e “i musulmani” o “i neri”, l’elemento xenofobo è fin troppo evidente. L’ordine e la legalità non si tutelano con il respingimento di un gruppo etnico o religioso, ma attraverso un controllo efficace del territorio e un governo efficiente della comunità e della cosa pubblica. Se ciò avviene, sono disincentivati al contempo l’insediamento nel Paese di potenziali delinquenti e il proliferare di azioni illegali; se invece controllo e sicurezza sono insufficienti o mal gestiti è prevedibile che un individuo che vive di espedienti e azioni illegali possa trovare terreno fertile e decidere di insediarsi, a danno dei cittadini per bene, autoctoni e stranieri.
“Sono musulmani, e in quanto tali sono pericolosi”: è profondamente sbagliata l’equiparazione di un arabo o di un musulmano ad un terrorista, e non solo per questioni razziali. Non sono in pochi a parlare della religione musulmana senza conoscerla o per sentito dire. Così come il Cristianesimo è diviso in sette cattoliche, protestanti, luterane, ortodosse, anglicane, e altre minori, anche l’Islam non è unico e omogeneo. La quasi totalità è divisa in sunniti (90%) e sciiti (9%), oltre a piccole minoranze eterodosse come Alawiti, Drusi, Aleviti, Sikh, Yazidi e altri ancora. La delegittimazione reciproca secolare tra sunniti e sciiti (che non approfondiremo) ha riacceso degli scontri tra le due parti, scontri che in alcuni casi degenerano nella violenza in una sorta di lotta fratricida. A condurre questi atti violenti sono cellule estremiste di fanatici, di cui le principali sono Boko Haram e il cosiddetto “Stato Islamico di Iraq e Siria” (e cioé l’ISIS), entrambe di matrice sunnita ma da cui i normali sunniti si dissociano. Sia sunniti che sciiti vedono un’equiparazione tra stato politico e sistema religioso, anche se per gli sciiti c’è una minima libertà d’azione dello stato dalla religione non previsto dal sunnismo. Il corto circuito è lì dove la frangia fondamentalista di parte sunnita interpreta in modo ancora più radicale il Corano, essendosi posta l’obiettivo di realizzare l’antico sogno di un unico grande Califfato che comprende l’intero Medio Oriente e l’Africa centro-settentrionale. Boko Haram si trova in una regione al confine tra Nigeria, Camerun, Chad e Niger, mentre l’ISIS occupa attualmente un vasto territorio tra Iraq e Siria, con propaggini in alcuni punti di Libano e Libia. Entrambe basano le loro azioni sull’eliminazione fisica di chiunque non sposi la causa del Califfato, siano essi musulmani o meno. L’unica opposizione politica sciita è costituita dall’Iran, ma folte comunità sciite si trovano in buona parte del Medio Oriente a partire dall’Iraq. Fino a prima dell’ascesa dell’ISIS i cristiani in Siria erano il 25% dell’intera popolazione, in Iraq oltre un milione (4,8%), in Iran il 2% non si dichiara musulmano, ciò significa che tradizionalmente vi è stata una convivenza – non sempre idilliaca, chiaro – tra cittadini di diverse religioni. Per quanto sintetica, con questa descrizione si capisce già un po’ meglio come la delinquenza e il terrorismo hanno poco a che fare con l’Islam in sé, ma è ristretta a quelle bande estremiste che, con le armi fornite da chi li capeggia, mettono lo scompiglio in primo luogo negli stessi ambienti musulmani. Se consideriamo solo i conflitti che coinvolgono Boko Haram e ISIS, le vittime in questi ultimi due anni sono oltre 175mila: il numero di cristiani uccisi è quantificato intorno agli 8mila. “I terroristi arrivano con i barconi”: se si parla di un possibile infiltrato tra i profughi, questa potrebbe sicuramente essere una possibilità, cosa per cui i governi europei hanno la responsabilità e il dovere di identificare in qualche modo chi entra nel continente. Se invece ci si riferisce a “tutti quelli che arrivano con i barconi”, allora ribadiamo quanto spiegato in questo paragrafo: l’equivalenza del terrorista con tutti i profughi o i musulmani è fuori luogo. La maggior parte dei musulmani non accetta le azioni dell’ISIS, così come la maggior parte degli italiani non accetta quelle della mafia.
“Devono restare nel loro Paese, difenderlo e risolvere i loro problemi”: questa asserzione potrebbe essere comprensibile se si parla di qualcuno che non rischia la vita e non ha niente di serio per cui lasciare tutto e andare via. Ma se parliamo di chi ha seri problemi con guerra, fame e persecuzioni, il discorso cambia. Qualcuno potrebbe voler rimanere nel proprio Paese e provare a fare l’eroe, ma se si rischia di essere uccisi o di morire di fame o di sete, si ha tutto il diritto di scappare: è poco probabile vincere una ribellione a mani nude contro chi è in forze ed ha armi e potere, e nessuno può permettersi di dire cosa una persona in quella situazione deve o non deve fare, dove può o non può andare. Del resto noi “occidentali” ci sentiamo il diritto di andare in un qualsiasi stato straniero per cercare un lavoro, per amore, o per motivi privati, e perché loro no? Si dirà: “I regolari vanno bene, ma gli irregolari rimangono fuori”, pensando al classico documento d’identità. Ma per i contesti violenti o critici ripetuti più volte in precedenza, non è facile stabilirlo tra documenti sequestrati, inesistenti perché non registrati, o falsi per la cinicità dei soliti criminali che li vendono. Dunque la questione è molto più complessa di quel che sembra, e le condizioni di guerra diffusa non permettono di risolverla con respingimenti sommari e affrettati. Bisogna “rimanere nel proprio Paese per aiutarlo a crescere”: nelle situazioni di guerra, persecuzione o fame, ribadiamo la bassa probabilità di vincere una ribellione a mani nude contro chi è in forze ed ha armi e potere. Negli altri casi, secondo questa logica tutti gli emigrati – compresi gli italiani e i polacchi all’estero – dovrebbero tornare a casa loro. Decisamente una visione poco chiara del mondo e della società.
171. Migranti 2015 “Non possiamo accogliere tutti”: su scala nazionale è vero, e se si pensa agli arrivi futuri, senza un piano condiviso il problema diventerebbe davvero ingombrante anche a livello europeo. Mai come in questo caso vale il detto “l’unione fa la forza”, ma al momento ciò non si addice all’Unione Europea dei 28, in aperto contrasto sulle ripartizioni dei migranti. Partiamo dal presente, da un 2015 in cui il numero dei profughi è stimato intorno ai 450-500mila. Anche nell’ipotesi in cui quasi tutti siano rifugiati, un calcolo grossolano ma indicativo dice che ripartendoli nei 16 stati europei più grandi ogni stato – quindi anche Italia e Polonia – ne accoglierebbe circa 28mila. Chi ha già letto il nostro articolo sull’immigrazione in Italia ricorderà che il numero degli stranieri – regolari e irregolari – si attesta oltre i 5 milioni. Sebbene sia necessario rivedere la propria organizzazione strutturale, assorbirne 28mila in più non sarebbe un problema insormontabile per uno stato grosso come l’Italia. Qualche problema in più si avrebbe forse in Polonia per la serpeggiante xenofobia di 2/3 dei polacchi e per la carenza di infrastrutture, ma l’aiuto della Chiesa potrebbe essere determinante in questo.
Il vero enigma è il futuro, in cui è molto probabile l’arrivo di altre centinaia di migliaia di persone. Fermi restando che muri e frontiere non possono fermare un’onda umana di quella portata, ecco perché è così importante stabilire a livello europeo un piano condiviso di gestione e organizzazione, senza il quale i singoli Paesi avrebbero serie difficoltà. Si può andare da un piano di assorbimento in Europa a uno decisamente radicale di intervento militare di stabilizzazione, ma si badi bene, anche la più critica delle situazioni non giustificherebbe mai la possibilità di lavarcene le mani o di pensare frasi inaccettabili come “lasciamoli in mare”, “bombardiamoli” o “bruciamoli”: oltre a richiamare reati gravi come omissione di soccorso, istigazione all’odio e genocidio, ci declasseremmo ad animali che meriterebbero i servizi sociali a vita. Con i numeri e i contesti ambientali osservati finora, l’affermazione “stanno attuando un’invasione” lascia il tempo che trova e richiama anche un altro capitolo da noi affrontato, quello della percezione dell’immigrazione, per cui ad esempio gli italiani percepiscono una presenza straniera pari al 30% a dispetto del 7% reale; i polacchi la percepiscono al 14% contro il 2% reale. Gli immigrati arrivati nel 2015 costituiscono lo 0,13% della popolazione europea; sui 500milioni di cittadini che abitano l’Unione Europea circa 20milioni (il 4%) è extracomunitario. Anche la tesi secondo cui “vogliono imporre la loro cultura rovinando la nostra” vacilla, seppur parzialmente. Se intesa in senso letterale, i numeri visti fanno capire come questa sia decisamente un’esagerazione, si pensi agli ultimi duemila anni in cui Sicilia, Calabria e Puglia sono state più volte invase da popolazioni di fede musulmana, e in cui l’Italia è stata sempre popolata da una nutrita minoranza ebrea: non ci risultano realtà italiane locali con tratti culturali simili o comparabili a quella musulmana o ebraica. D’altro canto, effettivamente esiste un’importante differenza culturale da gestire che prevede per i musulmani un parallelismo tra stato e Corano (con alcune differenze tra sunniti e sciiti), mentre in Europa le sfere civile e religiosa sono distinte. Qui il buonsenso è fondamentale in quanto una cultura laica come quella europea dovrebbe cercare di dare il maggior numero di diritti a tutti i singoli cittadini fin dove l’organizzazione e l’amministrazione di una società e di un territorio lo consentono. Solo qualora ciò non fosse realmente fattibile nonostante l’impegno profuso dai governatori sarebbe opportuno attenersi alle regole del Paese ospitante, sedando le eventuali “arroganze” di sorta che portano anch’esse a criminalizzare ingiustamente un’intera categoria di persone.
“Tutti vanno in Italia”: l’evidenza di certi eventi ha sfatato questo slogan, ora è la penisola balcanica ad essere la meta preferenziale. L’aspetto più rilevante è che per la maggior parte dei profughi sia il Belpaese che i Balcani sono solo un luogo di passaggio (da qui il neologismo di “transitanti”) mediante il quale arrivare nell’Europa centrale e settentrionale. A causa del trattato di Dublino fanno il possibile per non farsi identificare nel Sud Europa, in modo che al Nord con la richiesta di asilo non possano essere allontanati e abbiano diritto alla (buona) assistenza prevista dalle legislazioni locali. Un’altra frase ricorrente è “se sono così in difficoltà, perché non vanno in Paesi più vicini al loro?”. Questo già accade in Medio Oriente: prendendo l’esempio dei siriani, ora ce ne sono 1,9mln in Turchia, 1,2mln nel già piccolo Libano, 630mila in Giordania, 130mila in Egitto. Più difficile è la situazione in Africa: il Chad ha già accolto 366mila persone, l’Etiopia 288mila e il Kenya 566mila. Per il resto, il continente è un’unica grande fornace in cui un Paese vicino che possa garantire sicurezza è poco più che un miraggio. Da qui la preferenza quasi obbligata per il lungo viaggio verso l’Europa. “Aiutiamoli a casa loro”: è una cosa facile da dire, ma praticamente irrealizzabile. L’impossibilità di instaurare un dialogo diplomatico con la Libia è sotto gli occhi di tutti, e la musica non cambia con le decine di altri stati teatri di guerre e regimi. “Io non li voglio, se qualcuno li vuole se li tenga a casa sua”: altro slogan di moda tra i non favorevoli all’accoglienza. Sappiamo bene di vivere in uno stato sociale in cui si pagano le tasse per fornire tutti i servizi e l’assistenza di cui le persone possono aver bisogno. Tra questi c’è anche l’accoglienza e la gestione degli immigrati, da selezionare e valutare se sono rifugiati, immigrati economici o clandestini. Dunque incentrare sui privati cittadini un tema di competenza governativa è un errore.
“Dormono negli alberghi”, “Prendono 30 euro al giorno”: sono alcune delle osservazioni per cui si nutre odio verso gli immigrati quando invece le responsabilità vanno cercate altrove. L’alloggio è deciso dai governi nazionali e locali, verosimilmente per mancanza di altre strutture adeguate. Escludendo a priori l’opzione di respingerli in mare (per i diritti umani descritti in precedenza) e quella di lasciarli vagare senza un tetto (per questioni di sicurezza pubblica), una delle soluzioni dei governatori sono gli hotel che si mostrano disponibili. I famosi 30 euro al giorno non finiscono nelle mani degli immigrati – che se fortunati ne riceveranno 5 -, bensì in quelle di enti, albergatori e cooperative private che devono far fronte alle spese di vitto, alloggio ed energia. Legittima invece la critica sull’ammontare del danaro, su quei 900 euro mensili per ogni immigrato. Nel 2014 in Italia la soglia di povertà assoluta andava dai 548 euro dei piccoli comuni meridionali fino agli 816 euro delle città settentrionali. Inoltre il  64,3% dei pensionati italiani godeva di una pensione inferiore ai 750 euro mensili. Anche qui non bisognerebbe tanto accusare gli immigrati quanto interrogare i nostri governatori.
 “Non sono poveri: hanno gli smartphone”: è possibile che chi mette piede in Europa non fa parte dei più poveri. I più poveri non hanno le possibilità fisiche ed economiche per partire, o muoiono per la denutrizione o la disidratazione. Ciò non vuol dire che chi parte vive una situazione agiata nella sua terra, anche per i conflitti e le persecuzioni descritte in precedenza. Una percentuale sconosciuta ma esistente di migranti muore durante il lungo viaggio o a causa delle violenze subite da bande criminali di diverso tipo o per il crollo fisico che un esodo massacrante di quel genere provoca. Chi parte raccoglie tutto ciò che ha per nutrirsi e sostenere il viaggio, e si munisce di quel che serve per orientarsi, informarsi e comunicare con i propri cari: uno smartphone. Tutto ciò non esclude ovviamente che una percentuale di migranti viaggi per ragioni economiche, ma sempre per il lungo ragionamento fatto prima, è verosimile che non siano la maggioranza.
Poi ci sono tesi più curiose dovute al fatto che molto spesso ci si basa su una singola immagine o un singolo episodio. Ma per valutare è necessaria una visione d’insieme, che spesso rivela come le cose siano un po’ diverse. “Sono quasi tutti uomini“, “sono tutti forti e muscolosi“: le famiglie e le giovani coppie sono numerose; diverse persone hanno visto la loro famiglia assassinata; sono state registrate più storie in cui il più forte di una famiglia parte per trovare un posto in cui poter essere accolto, in modo che gli altri membri possano raggiungerlo evitando di errare senza una destinazione precisa e mettere ancora più a repentaglio la loro vita. Dunque è piuttosto probabile che la maggioranza sia costituita da uomini, ma siamo ben lontani dal dire “tutti” o “quasi tutti”, e se ne conosciamo i motivi capiamo un pezzetto in più di quel che sta succedendo.
Chi vuole accoglierli sono i soliti buonisti“: se ci si riferisce ad un’accoglienza collettiva, immediata e senza distinzioni, quest’obiezione ha un suo fondamento, e non farebbe male ogni tanto ricordarci della necessità di organizzare e regolamentare il flusso migratorio fondendo i migliori princìpi di ordine pubblico e umanità. Questo vuol dire da una parte la detenzione e/o l’espulsione di clandestini e delinquenti, e dall’altra ascoltare le storie e le necessità delle persone che scappano da qualcosa o da qualcuno. In questo modo sarebbe possibile anche valutare meglio eventuali situazioni in cui “si lamentano di tutto“: se a volte è vero che lo fanno in modo ingiustificato, può succedere anche che la causa di questa nostra valutazione sia la nostra bassa propensione all’ascolto.
Il fil rouge di questi 27 punti è costituito dalla necessità di conoscere davvero lo straniero, la storia da cui proviene, e soprattutto dalla necessità di non generalizzare una valutazione specifica, di non attribuire ad un intero popolo, ad un’intera etnia o ad un’intera cultura le azioni compiute da un individuo o da un gruppo di individui. E’ un momento topico per la società europea. Al di là di quello che può e deve fare la Chiesa, i governi e i partiti, spetta anche a noi dimostrare il nostro livello di maturità e responsabilità: non tanto fare gli eroi o “accogliere qualcuno a casa propria”, quanto tornare a essere un po’ più umani. Insomma, così come il “buonismo” non va bene, il menefreghismo e la xenofobia non sono di certo la panacea di questo fenomeno così complesso e variegato.
(Fonti principali: ONU; Min. Interno; UNHCR; OECD; BBC; Wikipedia En; Unione Europea; The Economist; National Geographic; Frontex)

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13 risposte a L’esodo dei profughi in Europa: le 27 obiezioni di chi non li vuole

  1. Eupremio ha detto:

    Ho chiesto a moltissimi polacchi sui forum di alcuni giornali polacchi quanti immigrati ci sono attualmente in Polonia-Credetemi, non ho mai avuto una risposta in merito.
    Noto una forte contraddizione tra il forte sentimento religioso dei polacchi e il loro diffusissimo atteggiamento di ostilità nei confronti dei fuggiaschi e immigrati in generale.Non hanno tutti i torti, se pensano ad esempio a quello che tanti rumeni, albanesi e sud-americani compiono in città come Milano, Roma, Torino, Genova ed altre.
    Una cosa è certa:molti polacchi sbagliano quando generalizzano sugli immigrati bianchi, neri e gialli ed inoltre non hanno la più pallida idea di ciò che è avvenuto e sta ancora avvenendo in Italia, Grecia, Spagna, ecc.temo che ci vorrà molto tempo prima che cambino atteggiamento.

  2. federossa ha detto:

    Basta leggere le “FONTI” (Fonti principali: ONU; Min. Interno; UNHCR; OECD; BBC; Wikipedia En; Unione Europea; The Economist; National Geographic; Frontex) per capire di quale PASTA è l’ARTICOLO! La POLONIA pAGA un PREZZO MOLTO ELEVATO, per la presidenza EUROPEA!

  3. massimo ha detto:

    lasciateli a casa loro sono sempre e comunque pericolosi
    meglio prevenire!

  4. bibi ha detto:

    come al solito la polonia sta con il più forte-usa-, prende i soldi dalla ue e rifiuta i doveri della stessa.
    i polacch sono, come al solito, razzisti e bigotti, nazionalisti oltre ogni buonsenso-sono ancora lì che la menano col maresciallo , fingono di essere europei, americani, ma in effetti rimangono sempre quelli dei pogrom del lunedì di pasqua, di kielce,e via cantando.
    purtroppo la situazione si è ulteriormente deteriorata con le elezioni hanno fatto un balzo all’indietro. onestamente mi sono stufata di pretoni tonanti, di orribili chiese moderne(sic) e dei falò.
    le mie vacanze le farò altrove, con buona pace dei miei amici.amen

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