Un polacco in Italia 1 – Dalla Bassa Slesia alla Calabria

Parallelamente alle interviste che raccontano le esperienze di italiani in Polonia, oggi inauguriamo il percorso inverso, quello dei polacchi in Italia. Anche in questo caso proveremo a raccogliere storie di diverso tipo, con contesti geografici e umani che possano dare nell’insieme un panorama vario e in cui ognuno può trovare l’esperienza più interessante o più vicina alla propria situazione personale. Iniziamo con la storia di Beata che, come molti altri, è partita dalla provincia polacca (Lubin) per stabilirsi in quella italiana, e in particolare a Taurianova (RC).
165. BeataBeata, dicci brevemente di te  – Sono nata a Lubin nel 1976, dove ho vissuto e studiato fino a 19 anni. Dopo aver terminato il liceo economico mi sono trasferita in Italia. Il viaggio non dipendeva tanto da un'”emergenza economica”, quanto dalla voglia di conoscere un posto nuovo, oltre a quella di lavorare e guadagnare qualcosa.
Cosa avevi progettato? – Il progetto era di rimanere per un anno in Italia. Tramite una mia amica, avevo un posto di lavoro come badante, e quindi il mio obiettivo era di lavorare, e di approfittarne per apprendere la lingua italiana. Pensavo di tornare in Polonia, completare gli studi – prima di partire mi ero già iscritta ad un corso universitario -, e se possibile comprarmi con i soldi guadagnati un appartamento dove poter vivere per conto mio.
E invece…? – E invece il progetto non si è realizzato mai appieno perché nel frattempo ho conosciuto quello che sarebbe poi diventato mio marito. Da allora sono rimasta in Italia, tornando in Polonia solo per brevi periodi.
In particolare il caso ti ha riservato come destinazione Taurianova. Come è stato il primo impatto? – Era novembre, ma ricordo che faceva ancora caldo. Ho passato tutto il mio primo inverno con una giacchetta leggera mentre gli altri avevano dei piumoni abbastanza pesanti. Del resto per un polacco 12 gradi d’inverno non possono di certo essere definiti come “freddo”. L’altro primo impatto riguarda le persone: fino a quando non ho conosciuto davvero la lingua, avevo sempre l’impressione che le persone fossero brave e disponibili, pronte ad aiutarti in caso di difficoltà, come spesso loro dicevano. Quando poi si era presentato davvero il bisogno, sono stata costretta in parte a ricredermi, ma questo riguarda solo la mia esperienza personale.
Che lavori hai svolto? – Per rispondere a questo dovrei premettere un dettaglio legato al riconoscimento del mio titolo di studi in Italia. Il provveditorato non ha convalidato il mio diploma, valutandolo come un terzo anno di scuola professionale. Non essendoci dei corsi serali, mi sono ritrovata a 33 anni a ritornare a scuola (ragioneria) con i ragazzi. Dopo la maturità ho frequentato un corso per mediatori interculturali che mi ha permesso di creare un’agenzia sociale, dove ci occupiamo di traduzioni, accoglienza e integrazione degli stranieri. Questo ruolo mi ha permesso di operare anche all’interno della Croce Rossa come volontaria. L’anno scorso ho collaborato per cinque mesi con il canale televisivo locale SUD. La redazione giornalistica che si occupava delle notizie era formata anche da un team straniero, e ho avuto la possibilità di condurre alcuni telegiornali nella mia lingua madre! Ma questo non mi basta. Oltre a dare una mano al centro assistenza di componenti elettroniche di mio marito, ora frequento un altro corso, questa volta per operatori di rilevazione di atti discriminatori (UNAR). Tutto è organizzato dalla regione Calabria, la quale dovrebbe istituire degli osservatori e inserirci come operatori. La realizzazione di questi centri è una cosa a cui onestamente non credo molto, ma ci tengo comunque a ultimare il corso in quanto la qualifica può tornare eventualmente utile in altri contesti.
Come vedi il settore lavorativo in Italia? – Credo che dipenda dalle regioni e dai settori lavorativi. Qui in Calabria ad esempio è molto difficile in qualsiasi ambito. Prendendo ad esempio il lavoro per cui molte straniere arrivano qui, le colf e le badanti, già qui sono in poche, e di quelle che sono rimaste, alcune sono sposate e altre hanno una loro attività. In questi ultimi anni molte sono andate via a causa della concorrenza delle rumene, disposte a prendere un salario più basso. Al Nord c’è più possibilità, probabilmente perché si ha una buona opinione dei polacchi per il loro lavoro e la loro affidabilità, ma quello che ho notato io è la presenza di alcuni polacchi in alcune grosse aziende o perché laureati o per fare degli stage. Penso ad esempio alla posizione di infermiere.
Meglio l’Italia o la Polonia? – Quando sono arrivata a Taurianova nel 1995 c’era ancora la lira, e posso dire che si viveva meglio rispetto ad ora, c’era più potere d’acquisto. Anche quando avevo già i figli piccoli fare la spesa era più facile, con 200mila lire riempivi un carrello e ti bastava per tanto tempo. Ora con 100 euro puoi fare poco. In Polonia è quasi il contrario, negli anni del post comunismo lo stipendio non bastava mai. Tra i miei amici, almeno venti si sono trasferiti all’estero. Due sposini prima potevano avere difficoltà per andare avanti mentre adesso, se lavorano entrambi, si possono mantenere bene e avere due macchine (prima a fatica se poteva avere una). Insomma, con gli anni l’Italia è andata indietro mentre la Polonia ha fatto passi da gigante.
Come è stato il tuo rapporto con l’italiano? – Prima di andare a Taurianova non parlavo per niente l’italiano. Ho imparato tutto dalla vita reale, sono andata in Italia solo con un dizionario e con due libricini di conversazioni. Penso di poter dire che già dopo tre mesi potevo capire molto e parlare in modo discreto.
Il rapporto con tuo marito, divergenze o parallelismi – In realtà non c’è molto da dire. In Italia l’attaccamento alla famiglia è qualcosa che ancora c’è, e i genitori e i fratelli per mio marito sono qualcosa di fondamentale. A parte questa nota di colore, lui è sempre stato una persona abbastanza aperta, ogni volta che siamo andati in Polonia si è trovato sempre molto bene.
E come avete impostato la crescita dei vostri figli? Sono bilingue? – I miei figli parlano pochissimo il polacco, imparato soprattutto giocando con gli altri bambini in Polonia. Per questo motivo spesso mio marito mi ha anche rimproverato di esser stata troppo pigra, di non aver avuto questa predisposizione a parlargli in polacco. Ma non era una cosa facile: dopo il lavoro si è stanchi, poi spesso in casa si ricevono parenti o conoscenti, e quindi è normale parlare la lingua che la maggioranza dei presenti parla, e cioè l’italiano. Inoltre la mancanza dei nonni non è stata uno stimolo in più per apprendere in modo sistematico il polacco. Un particolare che ho notato sia con i miei figli sia con altri figli nati qui da coppie miste è che si sentono per la maggior parte italiani, pur sapendo di avere i genitori di due nazionalità diverse e pur viaggiando spesso nel secondo Paese d’origine.
E con la gastronomia cosa ci puoi dire? – Per quello che riguarda me, forse sono diventata peggio dei calabresi! La loro cucina mi piace in maniera quasi spaventosa! Però devo dire anche che, essendo andata via di casa a 19 anni, ho praticamente imparato a cucinare qui in Italia, e dunque ho imparato a cucinare soprattutto i piatti italiani. Nonostante ciò, ogni tanto emerge la voglia di gustare di nuovo i sapori dell’infanzia, e così ad esempio il brodo di pollo è una costante di ogni settimana per cui anche i miei figli ne vanno pazzi, stessa cosa per i bigos. Invece la zuppa di cetrioli la mangio solo io… in casa si limitano solo a guardarmi. Anche a mio marito non sono mai piaciute le zuppe, ma per il resto, della cucina polacca gli va bene tutto.
Lubin vs Taurianova – Una caratteristica che ho visto qui in Calabria almeno fino a poco tempo fa è una mentalità un po’ “schematica”, meno aperta rispetto alla Polonia. Se tu, donna, sei per strada e ti vedono fermarti per due o tre volte a salutare o a parlare con un uomo, può succedere che si creino delle maldicenze. Questo in Polonia non succede, probabilmente per un discorso anche culturale. Da noi la donna è più autonoma, lavora, esce, mentre qui la maggior parte delle donne sono casalinghe, e da qui nascono dei pregiudizi. Anche gli orari sono molto diversi. In Polonia di sera non trovi quasi nessuno in giro, mentre qui per le strade la vita inizia dopo le 21. Inoltre, qui la sera è normale uscire con i bambini, anche se piccoli, mentre in Polonia puoi essere visto male perché per noi i bambini ad una certa ora devono già essere a letto a dormire.
L’Italia ti ha cambiato? – Sicuramente sono cambiata nel modo di pensare o di vedere le cose. Alcuni mi dicono che ormai sono diventata italiana, ma è un concetto che rifiuto. Mi sento piuttosto di essere come sospesa tra due mondi. Apprendi usi e costumi del posto in cui vivi, ma dentro rimane sempre quel patriottismo, quella nostalgia per il tuo Paese.
Cos’è che la Polonia ha e l’Italia no? – Le salsicce affumicate! E anche più pulizia e più cura delle strade. Qui noto che gli spazi pubblici sono meno curati o alle volte anche sporchi. E a ruoli invertiti? La Polonia non ha il sole e il clima meraviglioso che vedo qui. Qui ci sono delle cose stupende, i paesaggi, bellissimi, il cibo, ottimo.
Quindi il futuro è ancora in Italia – All’inizio, quando io e mio marito abbiamo deciso di formare una famiglia, non avevamo dubbi: volevamo restare in Italia perché la situazione di allora era molto diversa da adesso. Dopo diversi anni ho pensato tanto di tornare in Polonia, ma ho deciso di rimanere qui per i miei figli, già troppo grandi per strapparli dall’Italia e catapultarli in un nuovo mondo. Penso di essere stata fortunata perché grazie anche al mio carattere e alla famiglia di mio marito ho avuto la possibilità di integrarmi più che bene all’interno della società. Poi, certo, noi stranieri abbiamo sempre il vizio di mettere a confronto due culture – sicuramente capita anche a voi italiani in Polonia -, e se proprio devo trovare qualcosa che ho lasciato in Polonia e che non ho trovato in Italia, è l’amicizia vera, quella genuina e profonda, mi manca quel dire “amica” nel vero senso della parola, non nel senso generico che usano spesso gli italiani.

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4 risposte a Un polacco in Italia 1 – Dalla Bassa Slesia alla Calabria

  1. Ania ha detto:

    Mi sembra di leggere la mia storia.

  2. ela reedi ha detto:

    anche io mi vedo in storia di Beata con una diferenza sono venuta in Italia in primi anni 80, era ancora meglio………..

  3. Michelle ha detto:

    Mamma, sei fantastica in tutto e per tutto come donna,amica ma soprattutto come madre, sono molto fortunata, hai fatto molto nella tua vita per noi, ci hai permesso di viaggiare, di crescere con allegria, educazione e rispetto…sono fiera di te e della nostra cultura, Italia/Polonia solo grazie a te, ti voglio bene! Sei meravigliosa e speciale! (A me non piace il brodo di pollo)

    Tua figlia Michelle

  4. Ewa ha detto:

    Condivido al 100 % impressionante-sembra quasi la mia vita!!!!

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