“Presa Diretta” racconta i fondi europei in Italia e in Polonia

Se si guarda agli ultimi 20 anni, gli italiani hanno sempre avuto un rapporto altalenante con l’Europa, o per meglio dire, con l’Unione Europea. Si è riusciti ad adottare l’Euro per il rotto della cuffia grazie ad una piccola “forzatura” fiscale del primo governo Prodi, facendo rientrare i conti italiani nei famosi parametri di Maastricht. Ma a distanza di 21 anni dalla fondazione della moderna UE e a quasi 13 dall’entrata in circolazione dell’Euro, buona parte degli italiani sembra non aver percepito quei benefici che si diceva ci sarebbero stati con questa piccola rivoluzione. Da cosa dipende? E’ davvero così? O forse ci sono stati ma non ce ne si è resi conto? Chi giudica quest’esperienza come un fallimento pensa sicuramente alla generale perdita del potere d’acquisto e ad un mercato del lavoro più stagnante, mentre i cosiddetti europeisti ricordano gli effetti positivi della libera circolazione di merci e persone all’interno dell’UE, che hanno mantenuto l’economia a galla. Stessa spaccatura anche sull’Euro: i favorevoli alla moneta unica si rifanno proprio a quell’economia più ampia e compatta formatasi con l’UE, con cui è stata attutita quella crisi economica esplosa nel 2008 che diversamente avrebbe dissanguato le singole economie nazionali se fossero rimaste scollegate; di contro, gli anti-Euro citano la buona salute di stati come Gran Bretagna, Polonia e Repubblica Ceca – privi dell’Euro – a dispetto della precarietà delle varie Italia, Spagna, Portogallo, Grecia o Irlanda. Insomma, tutte le osservazioni sembrano essere condivisibili, e sia le condanne che gli osanna nei confronti dell’Europa sono fatti con grandissima convinzione da parte di chiunque. Quindi chi ha veramente ragione? Ma soprattutto, è così sbagliato pensare che l’Europa unita ha sia pregi che difetti, e che sarebbe improprio vederla come il male assoluto dacché la situazione attuale deriva non solo da politiche europee (economia, l’Euro) ma anche da fattori nazionali ed extraeuropei (economie statali, crisi del 2008, politica interna…)? Se perfino gli esperti di economia non si trovano d’accordo sulle cause di questa fase di depressione – e sui metodi da adottare per fronteggiarla al meglio -, ci sarà pure un motivo o no…?
Il caso della Polonia potrebbe essere una cartina tornasole atta a confermare alcune tesi e a confutarne altre. La sua storia nell’Unione Europea è breve, ci è entrata solo nel 2004 come conseguenza quasi automatica della sua evoluzione post-comunista. L’ingresso in Europa, però, non ha di certo frenato il suo sviluppo, anzi, ne ha sfruttato appieno i princìpi economici e gli aiuti come ad esempio i fondi europei, tema dove storicamente l’Italia ha sempre un po’ zoppicato. In questo settore i governi nazionali hanno un ruolo importante, e in modo indiretto anche i vincoli cui i Paesi dell’area Euro sono sottoposti hanno una loro influenza. Il giornalista Riccardo Iacona ha dato spazio proprio al contrasto Italia-Polonia nella sua “Presa diretta”, andata in onda lo scorso 26 settembre 2014 su Rai3. In un mini-reportage da lui coordinato, fa un confronto tra i due Paesi, visibile in questo video (chi non ha tempo può continuare a leggere sotto):
Dapprima, un economista esperto di fondi europei parafrasa la valutazione espressa dall’UE sulla politica italiana di utilizzo dei finanziamenti: vede una scarsa efficacia nei criteri e nei metodi di utilizzo dei fondi, vede una bassa qualità nei controlli, reputa errato un sistema di incentivi a pioggia e di progetti isolati, non inclusi in una visione più ampia. Si dovrebbero invece pensare e realizzare dei progetti mirati, inseriti in un disegno di insieme, e si dovrebbe dar spazio a tutto ciò che sia innovazione e futuro, che dia produttività e lavoro in modo sostenibile. A sfavorire ulteriormente l’applicazione di tutto ciò è anche la regola del cofinanziamento (al 50%) cui l’Italia – come tutti – deve attenersi nella realizzazione di progetti e opere. Ma un punto forse cruciale in questo momento è che l’Italia è l’unico tra i grossi Paesi a voler rispettare il famoso 3% del rapporto deficit/Pil, a dispetto degli altri che volontariamente lo stanno sforando, pur di non stringere troppo la cinghia in altri settori di spesa. In contrasto al caso italiano, si mostra l’esempio della Polonia che ha saputo spendere in modo concreto ed efficace i fondi, sfruttando una politica interna di progettazione e controllo che funziona. Lo sforamento al 3,6% del rapporto deficit/Pil mette in secondo piano il discorso del cofinanziamento accennato prima poiché, rispetto ai Paesi dell’eurozona, la Polonia non potrà essere sanzionata. Con queste basi, nel settennato conclusosi nel 2013 le opere progettate e/o finite sono tante. Nel reportage si prende come esempio Varsavia, ma per dovere d’informazione è giusto precisare che la stessa politica – e gli stessi risultati – è stata attuata anche in molte altre regioni della Polonia. Nella capitale, il parco mezzi del trasporto pubblico è stato rinnovato, ed è in corso di realizzazione la seconda linea della metropolitana – costruita dalla ditta italiana Astaldi. Anche i treni regionali sono stati rinnovati, e le linee ferroviarie sono state modernizzate o costruite ex novo, alla stessa stregua di autostrade e ponti. Vari quartieri sono stati rivitalizzati come il centro storico, Praga, la zona del nuovo stadio e sul lungofiume della Vistola. Sono stati finanziati anche la costruzione del museo della scienza dedicato a Copernico e la digitalizzazione di alcuni ospedali. Qualcosa si può dire anche per le zone rurali, con la realizzazione di piccoli progetti locali e di necessità concreta, come nuove case popolari, un depuratore, una scuola. E nel settore dell’innovazione, è stato creato un grosso centro di ricerca scientifica e tecnica, con ingegneri e ricercatori le cui scoperte creano un circolo virtuoso, visto che i brevetti portano finanziamenti.
I lettori di Qui Polonia & Italia lo sanno già bene, ma lo ribadiamo ancora: questo tipo di descrizione non deve far trasparire il messaggio errato che la Polonia sia un paradiso dove vige ricchezza e benessere generale. Anche in Polonia vi sono problemi di disoccupazione, bassi stipendi ed esempi di politica che lasciano a desiderare. Stando però fermi al tema dei fondi europei, i soldi in Polonia si spendono davvero e bene, al contrario dell’Italia. E qual è la causa radice di questa profonda dicotomia nei risultati? Neanche a dirlo, la struttura politico-amministrativa: un unico governo centrale in Polonia a supervisionare il tutto, contro la frammentarietà e l’inefficienza dei governi regionali in Italia. Che la famosa devolution attuata nel 2001 sia stata un grosso errore?

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2 risposte a “Presa Diretta” racconta i fondi europei in Italia e in Polonia

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