Il Palazzo della Cultura e della Scienza

SAMSUNG DIGIMAX 420E’ questo qui, ed è il simbolo di Varsavia, nel bene e nel male. Che si considerino i soli cittadini della capitale o l’intera popolazione polacca, il risultato sarebbe sempre costituito da due fazioni equivalenti e irrimediabilmente in disaccordo su questo soggetto: c’è chi lo esalta e chi lo detesta, e il confronto tanto spontaneo quanto acceso avutosi nel nostro gruppo di discussione lo scorso autunno ne è stata l’ennesima testimonianza. Ma cerchiamo di andare con ordine, come di consueto. Il Pałac Kultury i Nauki (PKiN) di Varsavia è stato realizzato nel 1955, dopo tre anni di lavori, dall’ex Unione Sovietica di Stalin. Con i suoi 231 metri, è il Palazzo più alto dell’intera Polonia, ed è costituito al suo interno da numerose aule, sale congressi, teatri, cinema e semplici uffici. In termini artistici, è un perfetto esemplare del classicismo socialista, che unisce alcuni aspetti di barocco e gotico alle tecniche di costruzione tipiche dei palazzi statunitensi (ricordiamo su tutti l’Empire State Building e il Chrysler Building, entrambi a New York). Originariamente fu intitolato dai sovietici proprio a Stalin, dopo la sua morte nel 1953, e l’idea era quella di fare un dono alla nazione polacca. Oltre al significato storico-politico che testimonia l’allora pesante ombra russa in Polonia, e a piccoli dettagli estetici che richiamano allo stalinismo (si veda ad esempio sulla facciata la scultura di un uomo avente in mano un libro su Marx, Engels e Lenin), una caratteristica evidente di questa forte presenza sovietica in Polonia è l’analogia estetica della struttura con quelle che vengono comunemente chiamate le Sette Sorelle di Mosca, sette palazzi costruiti nello stesso periodo nella capitale russa, e molto simili al PKiN. L’architetto, neanche a dirlo, è lo stesso, Lev Rudnev.
E’ ampiamente risaputo quanto l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche fosse un vero e proprio impero che, ricordiamolo, inglobava stati attualmente indipendenti come Estonia, Lettonia, Lituania, Ucraina, Moldavia, Georgia, Bielorussia, Armenia, Azerbaijan e Uzbekistan, ma le tracce non cancellate della II Guerra Mondiale fecero sì che esercitasse una fortissima influenza – in alcuni frangenti perfino militare – anche su stati ufficialmente indipendenti già dapprima, come Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria e Bulgaria. Questo periodo durato oltre 40 anni, aggiunto a ciò che era avvenuto nei decenni e nei secoli precedenti, non poteva far altro che rafforzare un sentimento di repulsione da parte di molti polacchi nei confronti degli oppressori, ed è così che, con lo scioglimento ufficiale del regime sovietico nel 1991, in Polonia si è iniziato un dibattito più aperto nei confronti di tutto ciò che nel Paese avesse un “sapore” russo. Di simboli, effigi, monumenti, opere ce n’è più di qualcuna sparsa per la nazione, ma per una questione di centralità e visibilità, era pressoché inevitabile che il capro espiatorio e catalizzatore di questo sentito argomento diventasse il Palazzo della Cultura di Varsavia. Finora le giunte cittadine e i governi succeduti che hanno sensibilmente preso in esame la faccenda hanno sempre optato per il mantenimento dell’opera, ma sarebbe utile schematizzare le principali correnti di pensiero esistenti in materia.
1) L’abbattimento: questa conclusione è portata sostanzialmente dalla somma del sentimento di avversione nei confronti della Russia con il parere estetico negativo dato all’opera. Certamente non mancano giudizi estetici influenzati da quelli storici per cui “il Palazzo è brutto a causa dell’orrenda architettura socialista russa”.
2) Il mantenimento: qui invece ci sono molteplici cause che portano a quest’opinione:
a) un giudizio estetico positivo sull’opera, sebbene la politica oppressiva russa venga categoricamente condannata;
b) l’idea che monumenti e simboli come questi possano servire da monito per le future generazioni, per non dimenticare il passato, e dunque evitare di ripetere gli stessi errori;
c) un sentimento di nostalgia per i vecchi tempi, sostenendo i valori socialisti e comunisti. C’è infatti chi, nonostante le restrizioni e le sofferenze patite in passato, pensa che l’attuale sistema politico, economico e sociale sia peggiore di quanto non lo fosse in passato il sistema sovietico;
d) un sentimento complessivo di indifferenza nei confronti del monumento, tale che porta alla conclusione di lasciare le cose come stanno in quanto non nuoce.
Non c’è dubbio che il regime sovietico abbia provocato dei limiti enormi in tutta l’Europa centro-orientale in termini economici e sociali, e che la politica totalitarista non abbia fatto altro che soffocare qualsiasi stimolo di sana competizione atta a migliorare le condizioni e il progresso dei Paesi succubi, come la Polonia. Di conseguenza, è del tutto comprensibile un sentimento di disarmo, per non dire di odio, nei confronti di una nazione che in passato ha fatto del male al proprio popolo, magari alla propria famiglia. Tuttavia, è bene ricordarci che è una storia finita: i rancori e la voglia di cancellare ciò che ravvivi quelle tristi pagine di storia – per quanto ancora fresche – sono naturali, ma nonostante ciò siamo dell’idea che la pura distruzione porti ad un sollievo solo temporaneo e a breve termine. Da un lato, una volta sfogata la rabbia, ci si renderebbe conto che non cambierebbe di certo la realtà attuale, né tantomeno verrebbero restituite la libertà o le vite tolte a suo tempo, e d’altro canto la demolizione porterebbe a lungo andare all’assenza di memoria, e l’assenza di memoria condurrebbe all’inesperienza e alla seria possibilità che, prima o poi, l’umanità possa ricadere negli stessi errori del passato.
Noi italiani abbiamo una storia un po’ diversa, ma abbiamo conosciuto comunque tempi oscuri come la dittatura di Mussolini, fatta, tra le tante cose, anche di infrastrutture, edifici e monumenti voluti dal Duce. Molti dei simboli più strettamente mussoliniani, come le statue a lui dedicate, sono stati rimossi; le vie, gli edifici intitolati a simboli del fascismo furono rinominati (Littoria divenne Latina, Mussolinia di Sicilia divenne Santo Pietro, Mussolinia di Sardegna divenne Arborea, etc.). Non per questo furono però smantellati i paesi e i numerosi borghi fondati nel ventennio fascista, non furono demoliti in massa gli edifici della tipica architettura adottata in quei tempi (semplici blocchi parallelepipedali in cemento), e alcuni monumenti o edifici sono tuttora in piedi, come quello alla Vittoria di Bolzano, Palazzo Verano a Predappio, o come le decine di obelischi o mosaici commemorativi a Mussolini o al fascismo che è possibile incontrare disseminati nella capitale Roma.
Ribadiamo quindi che la demolizione fine a sé stessa non solo sarebbe sterile, ma a lungo andare sarebbe perfino controproducente. Ecco perché si dovrebbe piuttosto prendere in pugno la situazione, trasformare “il simbolo degli invasori” in un “simbolo proprio”, in modo da non sentirlo più estraneo, ma al contempo stando attenti a non distruggere la sua provenienza e il suo significato originale. Proprio per non dimenticare.
™ All rights reserved
Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Cultura & Storia, Società & Vita, Turismo & Natura e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...