“Le due Polonie” e il futuro dell’Europa

Chi ci segue avrà già letto in passato qualche accenno o qualche osservazione sulle condizioni economiche e sociali della Polonia, cercando di sfatare giudizi troppo osannanti o sminuenti. Avevamo anche toccato il tema delle differenze interne al Paese, descrivendolo sotto molteplici punti di vista per quello che è: una nazione a doppia faccia divisa grossomodo tra Est e Ovest, due Polonie in quanto a economia, storia, politica, cultura e società. Si è riscontrato un curioso parallelismo tra il nostro modo di vedere e raccontare la Polonia e quello di Matteo Tacconi, giovane scrittore e giornalista del quotidiano “Europa” per l’attualità dell’Europa centrorientale. Tacconi è intervenuto anche nel libro “Polonia, l’Europa senza Euro” con un articolo intitolato proprio “Le due Polonie”, e cosi era inevitabile intervistarlo.
Gli abbiamo chiesto di descriverci meglio il suo punto di vista in merito a questa duplicità polacca, iniziando dall’economia. Tacconi ci conferma che “i dati sono abbastanza evidenti, e per chi ci vive sono visibili anche a occhio nudo. A Ovest esiste il vero motore trainante della Polonia, un asse che va da Danzica a Cracovia passando per Poznań, Wrocław e Katowice, e a cui aggiungiamo Varsavia che è un caso a parte. Sono regioni che hanno poco a che vedere con la Mazuria, o con le aree di Lublino o Białystok. Anche gli assi infrastrutturali attualmente in via di realizzazione si snodano di più a Ovest, dove l’occupazione è più incentrata sul terziario e l’industriale (sfruttando i tassi di scolarizzazione più alti), e dove oltre il confine c’è la Germania”. Ad ogni modo bisogna precisare che questa dicotomia non è peculiare della Polonia, ma è fisiologica quasi dappertutto, e Tacconi infatti ce lo ribadisce: “Ogni Paese ha una zona che va e una che va meno, vedi l’Italia – Nord e Sud – o la stessa Germania – Ovest e Est -, e in queste due nazioni la storia ci ha mostrato che questo gap tra le due aree non è facilmente risanabile. Questo però non vuol dire che in Polonia ci sarà lo stesso esito. Non escludo infatti che, vista la saturazione nella parte Ovest, un imprenditore possa tentare un investimento più a Est, per esempio a Lublino”. E guarda caso nell’ultimo paio d’anni più di qualche multinazionale produttrice di beni, e anche di servizi, ha buttato l’occhio su Łódź, centro geografico della Polonia e seconda città del Paese per numero di abitanti. “Certo, è evidente che servirebbero più infrastrutture. Per come l’ho vista io, mi è parso che il primo obiettivo della Polonia sia stato quello di consolidare quella parte di nazione che già funzionava bene, e che ora forse si cercherà di fare qualcosa per l’Est della Polonia”. Al tema dell’economia imprenditoriale affianchiamo quello dell’economia reale e dei prezzi. In breve, anche qui non si riscontrano elementi o sintomi esclusivi di un singolo stato, tanto che in un precedente nostro articolo è ben spiegato come nei grossi centri e nelle regioni economicamente più dinamiche il tenore di vita tende ad essere più alto rispetto alle zone rurali o più stagnanti. In una nazione mutata cosi velocemente in 20 anni come la Polonia non poteva essere diversamente, e le differenze sono ben delineate tra le due Polonie.
Due PolonieIn più di qualche occasione allo status economico si affianca anche il consenso politico. Chi visita le grandi città polacche ha l’impressione, tendenzialmente giusta, che i vecchi regimi politici siano disprezzati e bocciati. Ma l’eterogeneità dello sviluppo economico dell’ultimo ventennio ha portato e porta gli abitanti delle zone rurali e meno dinamiche ad avere un sentimento di nostalgia nei confronti di quel socialismo sovietico alla vecchia maniera, non avendo visto alcun miglioramento del proprio benessere con l’avvento del capitalismo occidentale. Anche Tacconi ci conferma i dati da noi osservati legati al divario sulla politica interna, che ricalca sempre la divisione Est-Ovest appena descritta in campo economico: “I recenti flussi elettorali hanno fatto vedere come nelle grandi città e nelle regioni dell’Ovest si sia votato per Tusk o prima di lui per la fazione socialdemocratica, mentre Kaczyński raccoglie il grosso dei suoi voti nella Polonia rurale dell’Est”. Il vero elemento primordiale alla base delle due Polonie è l’intero contesto storico e geopolitico, che per buona parte di questi ultimi tre secoli ha visto il territorio polacco dapprima diviso tra Russia (che dominava l’Est) e Germania (a presidio dell’Ovest), e poi, dopo la ricostituzione dello stato polacco, con confini spostati a Est (cfr. anche la breve storia della Polonia). E le ripercussioni si vedono ancora chiaramente sul consenso elettorale. “Se si esclude il caso particolare di Varsavia, questa spaccatura rispecchia in pieno i confini presenti prima del trattato di Yalta, dove l’attuale Polonia occidentale era in origine tedesca. In quella fascia i progressisti o i liberalconservatori come Tusk raccolgono parecchie preferenze, mentre dall’altra parte va bene il conservatorismo puro e nazionalista”.
Insomma, anche se ci sono fattori unitari da invidiare come l’orgoglio patriottico o la lingua, la Polonia è per molti altri versi una “doppia nazione” con caratteristiche economiche, culturali e storiche diverse tra Ovest ed Est. Gli attuali sintomi, con le relative ripercussioni sul presente e sul futuro prossimo, hanno spesso un sapore squisitamente politico e geografico: un conto è avere la Germania come dirimpettaio, e un conto è avere l’Ucraina e la Bielorussia. Cosi, dopo l’opinione di un economista come Pastrello, abbiamo chiesto anche a Matteo Tacconi di dirci la sua sul ruolo di stato-cuscinetto che la Polonia aveva in passato, e se sarebbe giusto definirla così anche oggi. “Dopo quello che è avvenuto negli ultimi dieci anni, direi che la Polonia è ormai considerabile come terreno europeo. Se una volta era vista come la frontiera, non solo dal punto di vista geografico, ma anche politico e culturale, adesso è un attore importante nel contesto europeo, dove è riuscita a soddisfare anche alcune delle sue esigenze. E non va dimenticato che la “paura” nei confronti della Russia è stata bilanciata anche da un certo dialogo con la Russia stessa, specie negli ultimi 5-6 anni, riuscendo anche a creare qualcosa di costruttivo”. Tuttavia subito dopo ci fa un’affermazione su Polonia e Ucraina che, alla luce dei recenti fatti di Kiev (l’intervista è stata realizzata all’inizio dello scorso febbraio) fa un certo effetto: “Nel futuro prossimo è difficile che i confini europei si muoveranno di molto, quindi alla fine definirei la Polonia sia europea tout-court che europea di frontiera, e comunque più europea che russa. Infatti credo che la questione ucraina rimarrà sempre accesa: gli accordi con la Russia di qualche mese fa hanno rispostato il baricentro di Kiev verso Mosca, e finché questo discorso rimarrà aperto, la Polonia geograficamente si ritroverà sempre un po’ come un cuscinetto”. Come cartina tornasole della posizione geopolitica della Polonia, in queste settimane si è visto il ruolo di primissimo piano del ministro degli esteri polacco Sikorski nella complessa macchina diplomatica nel tentativo di risolvere in modo positivo la rivoluzione in atto a Kiev e la crisi in Crimea.
Tornando in campo economico-imprenditoriale, lo sviluppo di medie e piccole imprese in Polonia sta continuando, non ci si limita più all’export agricolo, e tale progresso sta consentendo l’esplorazione dei mercati esteri e l’acquisizione di alcuni brand di vari settori di mercato. Tra i tanti possiamo citare il pastificio rumeno Arnos, la costruttrice di macchinari per metalli ungherese Plussz, i succhi di frutta Relax (ceca e slovacca), ma possiamo volare più in alto con gli orologi Albert Riele (Svizzera), il leader metallurgico Rawlplug (britannico), gli pneumatici italiani Maflow, o le aziende tedesche AKT, Theysohn e YMOS, tutte specializzate in componenti automobilistiche. Tacconi definisce la rete delle imprese polacche addirittura “la più solida nell’Europa centrale”, aggiungendo che “l’export polacco incide molto meno sul Pil in confronto a Ungheria, Slovacchia o Rep. Ceca, e quindi anche il mercato interno funziona meglio”. Risultato: nel futuro si prevede un’ulteriore crescita delle aziende polacche, almeno stando alle previsioni sul quadriennio 2015-2018. Più volte abbiamo ricordato le grosse iniezioni date dagli investimenti esteri e dai fondi europei (nel settennato appena iniziato 2014-2020 l’UE riverserà oltre 105 miliardi di euro), e infatti Tacconi conferma che “c’è ancora molto da fare per far sì che il Paese continui a camminare con la schiena dritta anche quando non beneficerà più dei fondi […]. La sfida è impegnativa, ma ci sono elementi che porterebbero a dire che può essere vinta”.
E sull’Euro? Già sappiamo che la Polonia è costretta ad entrarci da quando ha aderito all’Unione Europea, ma sul quando, è ancora un’incognita. Dopo la crisi mondiale che si è poi ripercossa anche in Polonia con una lieve flessione nel biennio 2012-2013, il governo di Varsavia vorrebbe aspettare che l’Eurozona si ristabilizzi, e nel frattempo ha già attuato delle riforme per riassestare i loro stessi trend, alcune delle quali dure “al fine di tagliare un po’ il debito pubblico, come la statalizzazione dei fondi pensionistici”. Tacconi crede “sull’efficienza nel rimanere con una moneta nazionale per fare le svalutazioni competitive e rafforzare l’export, ma fino a un certo punto: non credo che la Polonia con lo złoty possa essere sempre competitiva, quindi prima o poi la Polonia dovrà affrontare il tema Euro. Assodato che l’Eurozona è appena uscita dalla recessione, che l’economia polacca si è un po’ ripresa, e che le previsioni parlano di una crescita del 3% da qui al 2018, questo potrebbe essere il periodo buono per parlare di Euro”.
Chiudiamo questo lungo percorso con una visione d’insieme sull’intera Europa. In “Me ne vado a Est”, Matteo Tacconi e Matteo Ferrazzi parlano della presenza italiana nell’Europa Balcanica ed ex Sovietica. “Si parla tanto di Cina e poco di Europa dell’Est, se non quando Putin fa il cattivo”, dice Tacconi. “Un quinto della presenza economica italiana all’estero si trova in questa macroarea: sono cifre enormi che non vengono mappate dai media, ma neanche da istituti come le Camere di Commercio, Confindustria, ICE. Gli unici dati ufficiali a riguardo, proprio dell’ICE, sono relativi solo alle aziende che fatturano più di 1,5mln di euro annui”. Infatti, sebbene sfuggano alla contabilità, si può intuire comunque che la presenza italiana tramite aziende più piccole è visibile, nell’ordine di migliaia di attività. Facendo un paragone con un Paese simbolo della globalizzazione come la Cina, si possono fare delle riflessioni interessanti, che Tacconi ci riporta: “Prendendo solo queste aziende ad alto fatturato, nel 2011 il numero delle imprese italiane nel mondo (incluse quelle a capitale misto) è di 27mila, di cui solo 1103 sono in Cina; in Europa Centrorientale sono 5874 e in Germania 2099. In termini di fatturato, in Cina l’ammontare annuo è di 7,5mld di Euro, a fronte degli 87mld ricavati tra Europa dell’Est ed ex Urss”. Un’idea ancora più precisa ce la facciamo se pensiamo ai 26mld di euro ricavati nell’area UE che va dall’Estonia all’Ungheria (7 stati), di cui 14 solo in Polonia, che dunque rende alle aziende italiane il doppio della stessa Cina. Su questo, Tacconi fa presente che “per effettuare un investimento in un Paese lontano e dinamico come la Cina è necessario avere una grossa struttura con risorse e capitali considerevoli, mentre in Europa centrorientale ci si può andare anche se si è piccoli”, e noi tutti sappiamo bene come l’Italia sia fatta per lo più di piccole e medie imprese. Un altro aspetto sempre inerente all’export Made in Italy è la sottovalutazione che si dà al mercato centrorientale europeo come ad un’unica macroarea, concentrandosi invece alle solite Cina e Russia. In particolare, “se invece di guardare singolarmente al mercato polacco, ceco, o slovacco si guardasse all’intera macroarea dell’Europa centrorientale, si consoliderebbe quel mercato unico CEE (Central Eastern Europe) che molte grandi aziende già attuano. Un conto è parlare del mercato polacco che serve 38 milioni di persone, e un’altra cosa è guardare alla macroarea UE balcanica e centrorientale” che conta 115 milioni di persone. E’ vero che le vie di comunicazione su strada e rotaia non sono ancora comparabili a quelle occidentali, e che quindi è più complicato considerare l’Europa dell’Est come un unico mercato, ma Tacconi ricorda che nei pressi di molti grossi centri, primi fra tutti “Monaco di Baviera, Praga o Vienna, sono nate delle city-hub, al fine proprio di servire meglio” la parte destra della cartina europea. E’ il criterio di grosse banche o assicurazioni come “Unicredit, Intesa, Generali, le cui relative case-madri restano in Italia, ma il cui mercato si espande negli altri Paesi per servire i mercati locali. Stesso discorso anche per le semplici fabbriche che aprono dei centri logistici all’estero al fine di accorciare la filiera”.
Concludiamo con un ultimo aspetto legato al Made in Italy all’estero come la delocalizzazione, e in particolare le cause che portano le aziende ad andar via dall’Italia. Il sistema economico-fiscale-imprenditoriale costruito in Polonia è oggettivamente produttivo e competitivo se sfruttato bene, e i mass-media hanno consolidato nelle nostre menti il messaggio del vantaggio imprenditoriale legato al basso costo della manodopera dell’Est, ma Tacconi cita l’istituto “CGIA di Mestre che mostra come i casi di trasferimento non sono più diretti solo a Est, ma iniziano a migrare anche a Ovest: si va in Francia, Germania, USA, e cioè nei posti dove esiste anche un sistema giudiziario che permette di affrontare eventualmente una causa civile in un anno e non in dieci”. Ne deduciamo che la delocalizzazione dall’Italia inizia a non essere più solo una questione di costo del lavoro, ma piuttosto di garanzia dei diritti per le imprese. E’ una prova delle tante che sta a dimostrare quanto urgenti siano in Italia delle riforme strutturali in termini di diritto d’impresa, incentivi alle assunzioni, tassazioni più leggere, controllo e applicazione di diritti e doveri civili e penali, sistema giudiziario. Fino a questo momento, checché se ne dica, Italia e Polonia sono sempre più vicine.
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