Miracolo Polonia? Meglio stare coi piedi per terra – Euro sì, Euro no

Con l’articolo della settimana scorsa abbiamo ripercorso con il Prof. Gabriele Pastrello le fasi salienti della storia moderna della Polonia. Ci è servito per capire veramente da dove viene lo stato polacco, al fine di poter comprendere meglio la sua posizione geopolitica, ma anche quella economica. In questa seconda parte ci soffermiamo con il professore proprio su alcuni aspetti del suo status economico, rapportato all’Unione europea e all’adozione dell’Euro.
Sulla situazione attuale, Pastrello ribadisce quanto detto all’inizio della nostra chiacchierata sul cosiddetto exploit polacco, che “di recente ha dato dei segni di affanno“. In particolare, ci tiene a sottolineare una cosa di cui è bene rendersi conto, ovverosia lo sfatare questo tanto conclamato “miracolo polacco“: “Non è corretto parlare di ‘miracoli’, quanto piuttosto di cicli economici. Non stiamo parlando di una stagnazione polacca, ma di una fase ciclica: ad esempio, a mio giudizio è stato troppo esaltato il risultato polacco del 2009, che registrava un aumento del PIL dell’1%. Va bene, ma l’anno prima la crescita era stata del 6%, quindi c’era stata una caduta netta del 5%. Quindi in realtà ne aveva risentito, e per una serie di ragioni. Chiariamo: crescere dell’1% è sempre meglio che calare, ma ritengo sia sempre meglio ragionare sulle dinamiche reali, e non sui giornali che titolavano ‘la Polonia è cresciuta mentre tutti gli altri calavano’. Eh no, la loro crescita è calata esattamente come quella di tutti gli altri, quindi cerchiamo di mettere le cose come stanno veramente. C’è stato quindi questo ciclo, e oramai si è esaurito. […] Può anche darsi che si possa riprendere“.
Stando così le cose, come può decollare nuovamente l’economia polacca? “Il punto da tenere presente è che è legata fondamentalmente all’economia di esportazione tedesca: potremmo definire la Polonia come la sede di subforniture di materiali e prodotti per la Germania (di cui molte industrie sono impiantate anche nella stessa Polonia). Essendo rallentato l’export della Germania, anche l’export polacco ha conosciuto quasi una battuta d’arresto (del resto la cosa coinvolge anche Bulgaria, Romania, e anche il Nord-Italia). Stiamo parlando in primis dell’industria dell’auto, ma non solo. Se la Germania esporta, esportano anche i suoi subfornitori […]. C’è stata una recessione che sta finendo solo ora nell’Europa Occidentale, anche la Germania aveva rallentato, e ripeto: se riprende la Germania, si riprenderà anche la Polonia. E’ una questione di oscillazioni economiche cicliche, non credo ad una stagnazione“.
Gli abbiamo poi chiesto come vede la situazione per quanto concerne l’Euro: avendo la Polonia siglato con l’UE una serie di accordi che dovrebbero portarla prima o poi ad adottare la moneta unica, è una cosa che conviene? “Il bello è che la Polonia poteva usufruire dell’Euro già dall’inizio. Vent’anni fa, entrando in rapporti economici con l’Europa, aveva un cambio che era 1 a 10 dei salari. Adesso il rapporto è cambiato, è di 1 a 5 (parliamo di salario lordo, ndr). Il nucleo dinamico della Polonia non ne ha risentito finora per ragioni di economia strutturale, per cui, ad esempio la Polonia vende una componente di un’auto alla Germania, che a sua volta vende l’auto assemblata alla Cina. Su questa filiera, è evidente che il vantaggio polacco non viene eroso, e lo stesso discorso vale per Romania, Bulgaria, e lì dove i salari erano in origine un decimo o un ventesimo di quelli dei Paesi occidentali. Non si può dire la stessa cosa per l’Italia, dove la struttura dei costi era abbastanza vicina a quella tedesca. C’è anche da dire che probabilmente la Polonia ha saputo gestirsi meglio, dal momento che migliore è la formazione dei lavoratori – ricordiamo che la Polonia è un Paese molto più industrializzato di Romania e Bulgaria -, e quindi con un salario basso e capacità lavorative migliori davano un vantaggio competitivo tale che le industrie sono andate lì, come quelle tedesche, le quali sono tornate lì dove già erano prima della II Guerra Mondiale. Bisogna anche ricordare che la crescita polacca alla fine dell’800 e fino agli anni ’30 ha beneficiato proprio degli investimenti dei capitali tedeschi“.
Da ciò si dedurrebbe che per Pastrello non c’è una grande differenza se si adotta l’Euro o si rimane con lo złoty. Ma il professore precisa: “Per rispondere a questa domanda bisognerebbe analizzare meglio la struttura dell’export polacco. Aldilà dell’ultima svalutazione dello złoty (applicata nel 1995, ndr), diciamo che per quanto riguarda la parte legata all’economia tedesca sicuramente non si ha bisogno dell’Euro, di fatto è già inserita nell’Euro così com’è in quanto è già legata alla filiera tedesca. Per quanto riguarda però il resto, forse ce ne potrebbe essere il bisogno. Ma sarebbe importante fare un’analisi molto più dettagliata, capire in quali zone del mondo esportano, che cosa, quali settori, etc. Di conseguenza, con questa Polonia divisa in due, è anche difficile trarne un risultato complessivo e prevederne gli effetti“. Del resto, Pastrello osserva giustamente che “la Polonia è un Paese pieno di contraddizioni sotto vari punti di vista, e uno di questi l’ho notato dalle mappe economiche, in cui vedo continua a persistere una sorta di ‘buco nero’ nelle campagne, in cui il reddito è bassissimo. In più è un dato particolare anche la disoccupazione molto elevata, per cui se questa forbice tra i grossi centri e le campagne è vera, se ne deduce che nelle zone rurali vi è perfino un fenomeno di sottoccupazione. Nonostante ciò, l’aiuto europeo di sussistenza destinato alle campagne polacche è stato utilissimo proprio per non lasciare troppo indietro quelle zone e attenuare gli effetti sociali di questa trasformazione del Paese“. Sulla “doppia personalità” della Polonia ci torneremo su prossimamente.
In un articolo di Pastrello e Caselli pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” si formulavano delle osservazioni critiche in merito alle misure di austerità adottate per fronteggiare la crisi, anche in relazione alla situazione dell’Est Europa. Gliel’abbiamo ricordato, e lui: “Quelle osservazioni sono valide ancora adesso: oltre alla Grecia, le misure di austerità avevano iniziato a far soffrire seriamente Paesi ‘occidentali’ come Irlanda e Portogallo, ma anche Paesi orientali – non citati dai media – come Bulgaria, Romania e Ungheria, e con la stessa Polonia che di anno in anno si è avvicinata sempre più alla crescita zero. La causa di ciò va cercata nella Germania, che vedeva nell’Est Europa un contrappeso positivo al momento difficile della parte occidentale responsabilità, ma lo stringere la cinghia non ha fatto altro che portare tutti i Paesi verso performance negative, fino a ripercuotersi alla stessa Germania, vicina anch’essa alla recessione“.
La morale del titolo di quell’articolo “di austerità si muore” è che dovrebbero essere attuate delle politiche keynesiane. In altre parole, investimenti da parte dello stato. Ma a ciò si potrebbe obiettare sostenendo che in questo modo si aumenterebbe solo il debito pubblico, peggiorando ulteriormente la situazione. Risponde Pastrello: “Ovviamente è importante che gli investimenti siano mirati per opere e progetti seri e produttivi. Quando è così, il debito poi si ripaga da solo con i profitti ricavati dagli investimenti stessi. In più aggiungo che dal punto di vista dei parametri c’è anche la vecchia proposta Delors, che non è mai stata attuata, e su cui a mio avviso varrebbe la pena fare una battaglia molto seria. Tale proposta prevede di escludere gli investimenti pubblici dal computo del debito pubblico per una ragione fondamentale: l’investimento produce, mentre la spesa ordinaria, per quanto sia necessaria al welfare di una nazione, è comunque un consumo. E’ tra i concetti più classici dell’economia: un investimento rimette in moto tutto, non riproduce solo sé stesso mediante il profitto, ma riattiva tutta l’economia. Quindi l’investimento non può, non deve essere considerato solo da un lato – come un consumo – ma deve essere pensato proprio come qualcosa che mette in moto“.
Insomma, le sirene del miracolo polacco così come viene raccontato sono in buona parte delle illusioni, come anche un “no” categorico all’Euro sembra essere una risposta forse istintiva e affrettata. Chiudiamo con un’altro particolare che il professore ci ricorda sulla depressione economica in corso nei Paesi del Sud Europa, un’osservazione a dispetto dell’ottimismo profuso da alcuni politici e mass-media: “Quando uno perde il 25%, e poi guadagna l’1% non mi sembra una roba da far suonare le trombe. Io stesso da economista ragiono molto sui tassi di crescita, ma anche i livelli contano molto. I dati appena citati non sono comunque confortanti come si vorrebbe far credere. Per fare un paragone storico, con la crisi del 1929-1932 gli Stati Uniti persero il 25%, ma con le politiche di Roosvelt, recuperarono tutto il terreno perso nell’arco dei quattro anni successivi, con tassi annui in media del 6%. Sono questi i veri tassi di recupero dopo una perdita così grave“. Insomma, finché non ci saranno tassi di crescita consistenti e costanti, chi parla di crisi finita parla di cose infondate.
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