Il made in Italy dei polacchi (I ediz)

La quantità di parole italiane importate dalla lingua polacca è considerevole, dalla gastronomia alla musica passando per oggetti, espressioni e termini specifici di vario genere. Diverse epoche hanno giocato in favore di ciò, come quella della regina Bona Sforza in Polonia – XVI sec. -, quella del dominio austro-ungarico del XIX secolo, fino agli ultimi 70 anni. I settori che si potrebbero affrontare in merito sono tanti, come tanto ci sarebbe da scrivere, ma in questo caso specifico noi andremo a battere un sentiero un po’ alternativo, ovverosia come viene usata la lingua italiana in Polonia per promuovere o denominare un prodotto con l’intento di dare un tocco di italianità.
Andando in giro per ristoranti e negozi o guardando la TV, infatti, è facile imbattersi in qualcosa di “italianeggiante” – ma che italiano non è -, e con un po’ di tempo e pazienza è possibile ottenere un interessante excursus costituito soprattutto da termini con errori ortografici, termini italiani a tutti gli effetti (comunque non “made in Italy”), termini strani oppure semplicemente assurdi. Già tre articoli fa abbiamo avuto modo di esplorare il ricco serbatoio di prodotti e locali in chiave “mafiosa” con i nomi più disparati. Quindi andiamo direttamente oltre.
98.1 Bloopers localiolaLa categoria più ricca è sicuramente quella degli errori ortografici, facili da trovare nei menù di pizzerie e ristoranti, ma non solo. Uno dei punti deboli per i polacchi è l’uso delle doppie consonanti, motivo per cui non è difficile leggere parole come “arabiata” / “arabbiata” / “arrabiata”, “capucino” / “capuccino” / “cappucino”, “pepperoni”, “capriciossa” / “cappriciosa”, “foccacia”, “bruscheta” o “margheritta“. Meno frequenti ma non meno divertenti sono i casi in cui lo chef propone “spaghetti putanesca”, “quatro stagioni”, “pizza sorentina”, “pizza san danielle” o ingredienti come “tartuffo”, “bufalla”, “mozarella”, “sepia”, “prosciuto Parma” o “pepe roso”. A Zielona Góra c’è la pizza “caciatora”, e a Cracovia si mangiano “Papardelle” e pizza “quatro prosciutto”.
Pizza apetitoDirettamente nei supermercati è possibile procurarsi le confezioni di mini peperoni “Viccini” o la pizza “Apetito”, mentre in un ristorante possiamo degustare i prelibati “fussille z kurczakiem” (con pollo) e i “ fussilli z kaczką” (con anatra). Un altro ristorante si era impegnato tanto per non fare errori nel suo menù, ma alla fine è caduta nella “pasta ai brocoli” e in strani “secchi di polo” (forse al posto del pollo voleva offrire davvero tantissime caramelle col buco?). In un ulteriore locale bisognerebbe chiedersi poi se c’è un tentativo di induzione al cannibalismo tramite piatti come “pene al pesto”, “pene z kurczakiem” o addirittura se con “pene Alfredo” non si stia attuando una persecuzione personale (povero Alfredo…).
Pene Alfredo, z kurczakiemIl bello è che finora ci siamo soffermati solo ad alcuni simpatici errori sulle doppie consonanti. Poiché non sono solo queste a mettere in difficoltà i locali polacchi, e provando quindi ad ampliare la panoramica degli errori stessi, l’elenco che se ne potrebbe fornire è virtualmente infinito: può succedere ad esempio che, chi non conosce il ridente paesino laziale di Amatrice, possa scrivere “spaghetti alla’ matriciana”, con un grottesco accento messo proprio nel punto in cui lo vedete; in una pizzeria di Zielona Góra si può mangiare la pizza “familia”, e in un locale chiamato “makaroniarnia” (letteralmente “pasteria”, anche in polacco non suona bene) tra le tante cose c’è una “combinacione pasta” e un interessante “zabaglione z lodami waniliowymi”. Inoltre, in vari posti si può trovare una pizza o un piatto di pasta chiamati “neapoli” o “neapolitana”, al “Cosa Nostra” di Cracovia si possono degustare “spagetti” e “tagiatelle” mentre a Wrocław si mangia del buon “salmono“, e si potrebbe ancora proseguire con i vari “lasagne rolls spinachi”, “bruscetta”, “fetuchini”, “margharita”, “apetita”, “duo spinacci”, “spagetil bolonese”, “lasagne alla spinachi”…
Se al bancone ci si può imbattere nella mortadella “Gioya” e nella salsiccia “Mamma mia“, anche gli stessi locali hanno nomi irrispettosi dell’ortografia: “Ristorante italiana”, la gelateria “Lody Sorento”, la caffetteria “Essensa”… Nel reparto surgelati, poi, è acquistabile la pizza “Guseppe” la quale, nonostante il lapsus di scrittura, viene pronunciata correttamente in una pubblicità molto divertente:
Dopo tutto questo, viene sempre più voglia di sapere come mai aziende, proprietari e gestori di questi locali non fanno una cosa così semplice come consultare un qualsiasi dizionario. Non solo non maltratterebbero la lingua italiana, ma darebbero anche un segno di attenzione ai dettagli e alla qualità del servizio che si vuole offrire. Tuttavia ci sono anche delle “evoluzioni linguistiche” volute: è cosi che a Orunia (cittadina del Nord polacco) si può degustare la “pizza Dzidzi”, dove quella parola strana non è altro che l’adattamento fonetico di “Gigi” (ovviamente si legge nello stesso modo). L’azienda Zott ha coniato una sua mozzarella chiamandola “Zottarella”. O ancora, un prodotto il cui nome è scritto correttamente può essere pronunciato in modo errato. E’ cosi che il noto marchio “Chicco” in Polonia diventa “Cico”, come questo video dimostra. E poi, è presente un’assimilazione “venuta male” che coinvolge l’intera Polonia: chi non ha mai sentito un polacco dire “tiramìsu” con l’accento sulla “i”?
Un’altra categoria interessante è quella per cui si vuole far passare qualcosa come originalmente italiano: giusto alcuni esempi possono essere rappresentati dall’azienda di alimentari Maggi o dalla nota rivista “Dolce vita“; ma il campo in cui possiamo trovare terreno fertile è quello della moda: c’è la catena di intimo e accessori Bruno Banani (in realtà tedesche), l’azienda calzaturiera Ecco (danese), i produttori di abbigliamento Massimo Dutti (spagnolo), Sizarro – cosa vorrà mai dire -(olandese) o Gino Rossi (polacco). Tornando in ambito gastronomico, la tedesca Zimbo potrebbe sembrare davvero italiana, peccato che produca un salame “mit ruccola und peccorino“. E poi non si possono evitare catene o singoli locali come Da Grasso, Va bene, Casa Grande, Palermo, Roma, Verona, Taormina, Marcello, Repubblica italiana e via discorrendo, le boutique “Modesta” e “Dono da scheggia”, il ristorante “Figga”(!) nella capitale, altri ispirati a stereotipi vari (come quelli visti nel precedente articolo sull’Italia “mafiosa”), e anche un possibile conflitto d’interessi tutto made in Wrocław sul nome “Magenta”, visto che si chiamano così sia un ristorante che l’attività di un giovane stilista.
Menù gaffe varieProseguendo con la nostra carrellata, abbiamo vari locali o prodotti la cui attinenza del nome sfugge alla maggior parte dei madrelingua italiani. Non si riesce a capire perché una famosa catena di pizzerie chiami le proprie pizze “Califfo”, “Papa”, “Tarantela”, “Bendare”, “Carpigiani”, “Riposo”, “Ottimo”, “Timido”, “Gondola” e “Rosone”; una seconda pizzeria le chiama anche “Abalano”, “Incanto”, “Saporito”, “Colorato”, “Inferno”, “Solare” e “Verde”. A Orunia si possono mangiare le pizze “Bambino”, “Dante”, “Colombo”, “Gandino”, “Mario”, “Castello”, “Bella”, “Marconi”, “Tucci” e “Parma”, in un’altra servono le pizze “Portocervo”, “Parma”, “Riva”, “Portofino” e “Mare”, e in un’altra ancora la pizza “La Bella”. La Makaroniarnia citata in precedenza si limita agli “Spaghetti Napoli” e alle “Tagliatelle o sole mio”. Sono inquietanti, infine, due locali che offrono ai loro clienti rispettivamente la “pizza vitello” e gli “spaghetti z makaronem” (saranno davvero “spaghetti con la pasta”…?). Anche in questo capitolo i prodotti reperibili in negozi e supermercati proliferano, e in quanto a emblematicità non scherzano: abbiamo la crema al latte per il caffè “Cremona”, il cappuccino “Gina”, i cioccolatini “Amoretta”, la pasta “Vitalia”, il ketchup “Napoli”, la miracolosa lacca “Loreto”, la pizza surgelata “Giuliano”, i cannelloni “Alberto”, le candele “La Rissa” (evidentemente molto irrequiete), il formaggio “Parrano”… e oltre alla pizza vista poc’anzi, “Vitello” è anche il nome di un formaggio dolce al gusto di stracciatella…
molto bene - farfalle di concrettoVogliamo concludere la sfilza di nomi insensati e papere linguistiche con una popolare catena di pizzerie e le sue “Farfalle di concretto” e “Tagliatelle molto bene”, una pizzeria di Cracovia con “pizza yakuza”, – pizza jacuzzi -, e una di Poznań con “wloska mamuska” – mammina italiana -. Nelle boutique si trova il profumo “Lucca Cipriano” e nei supermercati la barretta al cioccolato “Delcino”. E’ delittuoso infine come si confonde la gastronomia italiana con quella spagnola, visto che abbiamo collezionato da più locali le pizze “Princessa”, “Corrida”,  “Gringo”, “Siesta” e “Flamenco”. Eh no, va bene tutto, ma se si mischiano Italia e Spagna sulle pizze si esagera…
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9 risposte a Il made in Italy dei polacchi (I ediz)

  1. emiliano ha detto:

    Abito a Cracovia ed anche a me ha sempre colpito questo sfarzo di nomi italiani mal scritti. Posso pero’ dirti che secondo me la scelta dell’errata ortografia non dipende tanto da una mancata consultazione del dizionario quanto dalla decisione di scegliere nomi più facilmente pronunciabili per i polacchi. A Cracovia ad esempio c’è la pizzeria Banolli, credo si riferisca alla napoletana Bagnoli, ma come avrebbe fatto un polacco a pronunciare “gn”. Anche io colleziono foto di queste brutture ne ho qui sotto mano alcune:a Breslavia, insegna dove c’era scrtto “Makarony i Risotta” poi una non meglio definita pasta z oliwkami “Pastella”, un “Caffe’ divinio”,il famoso (almeno in Polonia) vino Carlo Rossi che è californiano e fa pure abbastanza pieta’, o le scarpe Gino Rossi anche quelle mai viste in italia e molti altri che non e’ qui il caso di elencare.

  2. Alessandro ha detto:

    Mi associo a quanto detto da Emiliano, credo che tanti errori siano dovuti all’eccessiva “polacchizzazione” dei vocaboli stranieri.
    Si importa un termine scorrettamente per dare la possibilità di leggerlo a tutti.
    L’unica eccezione che ho notato è data dal gruppo “CHI” che, quando si tratta di parole straniere viene sempre letta “CI” (CZI).
    Per esempio: Chicco, Tchibo, Chipsy, ecc.

    • Sylwia Bułka ha detto:

      anch’io ci ho pensato! ma dall’altra parte la stessa cosa succede con i nomi dei negozi in italia. per esempio negozio h&m viene pronunciato all’italiana “acca -emme” in polacco “ha i em” anche se dovesse essere pronunciato “ejcz end em” Lo stesso con la marca dei dentrifrici all’inizio essendo in italia non riuscivo ad abituarmi al suono un po’ duro do colgate, che in polonia viene detto detto un po’ all’inglese “colgeit”…Dall’altra parte la pubblicita di Pizza GUSEPPE non riesco a guardarla!!! hahah

  3. Pingback: Il made in Italy dei polacchi (II edizione) | Qui Polonia & Italia™

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