Un Italiano in Polonia 1 – Insegnare italiano a Varsavia

In passato abbiamo visto come il connubio tra progresso informatico e situazione sociale italiana stia facendo moltiplicare siti e blog per chi ha voglia di raccontare la propria storia da emigrante. I blogger sono perlopiù giovani che vivono lontano da casa e hanno voglia di continuare a scambiare informazioni con amici e conoscenti, creando un diario della propria vita che possa essere visibile a tutti. Non è da sottovalutare il fatto che questo tipo di comunicazione emerge quando si vive in una dimensione diversa che, in quanto tale, si ha voglia di trasmettere e condividere. E’ anche per questo che, col tempo, questi siti acquistano sempre più interesse: il serbatoio di questo settore è ormai ricchissimo di contenuti, e non dovremmo meravigliarci se in futuro ci saranno libri e libri (o siti e siti) pieni di storie ed aneddoti di giovani emigrati o viaggiatori. In più rappresentano un’utilissima credenza di consigli e riscontri reali per coloro che si sentono senza bussola in patria e non sanno dove sbattere la testa.
Per la Polonia si possono contare alcuni blog, certi impostati in modo più “professionale”, e certi più prettamente amatoriali. Abbiamo deciso così di intraprendere un piccolo progetto con l’idea di raccogliere nel blog diversi racconti di italiani in Polonia, ma anche di polacchi in Italia, in modo da offrire un ventaglio colorato di esperienze. Iniziamo questa nostra collezione con un pezzo molto gradevole anche dal punto di vista della lettura. Sul sito amico di Italiansinfuga nell’inverno del 2010, Monica ha esposto con invidiabili doti da scrittrice narrativa la sua esperienza settennale trascorsa in quel di Varsavia. A leggerlo se ne trae solo piacere (abbiamo incluso anche i relativi commenti, altrettanto interessanti).
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Mi colpì il cielo. Ed è credibile la cosa, quando si passa dall’inverno romano azzurro-verde (piogge torrenziali escluse e neve che fa capolino ogni quarto di secolo) a una pista fatta di bianco e grigio. Già l’avvicinamento mi diceva che il passo più grande era stato fatto. Ero in Polonia, in quella megalopoli che per i suoi orgogliosi cittadini, guai a riderne, è Varsavia. Difatti mi sono presa, per quanto potessi, subito sul serio. Perché per me l’importante era partire, o meglio fuggire, a dirla tutta. Una laurea in tasca fresca di stretta di mano e lode, una sorta di cornucopia di progetti per il domani che si dipanavano quando il carrello dell’aereo toccava terra. Mi chiedevo se il cappotto che portavo addosso sarebbe bastato a coprirmi e la suola delle scarpe mi avrebbe permesso di non scivolare. Perché è una delle prime cose che si fa, s’impara a camminare. Ed è molto più che una metafora scritta. Rotto il ghiaccio, è il caso di dirlo. Da quel momento in poi il sottozero sarebbe stato la norma, ma anche primavere impazzite, come in un attacco di gioia in maggio, con la birra fresca da sorseggiare sul lungo Vistola e gli sternuti da antistaminico senza effetto. Così descriverei la mia storia varsoviana.
Di tanti curricula inviati, l’unico che non mi degnò di risposta scritta fu proprio l’Istituto di Cultura della più grande città polacca. E pensare che in fondo non fu di cattivo auspicio, visto che gli altri contenevano solo dei “no” grandi come una casa. Portavo in dote solo la mia laurea in lettere e nessuna specializzazione o esperienza decennale alle spalle. Ma tant’è. Però riesco a fissare un colloquio con la direzione di Italianistica, proprio con la vice preside della facoltà, in via Obozna. Superate le procedure iniziali dopo qualche tempo mi si comunica che il posto di lettorato è mio e posso cominciare con due gruppi, uno del IV e uno del II anno. E’ emozionante perché siamo quasi coetanei. E’ bello poter parlare col pretesto della didattica quasi di tutto, scegliere come a sorteggiarlo un articolo di giornale, soffermarsi sul lessico e parlare di tutto, anche di sé, più o meno sotto mentite spoglie, fra il serio e il faceto.
E non posso dire di sentirmi fuori casa. A parte la lingua… difficilissima a cominciare dalla fonetica, all’inizio mi costringe a un mutismo, non sarà esagerato se lo chiamo totale. Questo durerà oltre un anno e non mi permetterà di interagire con la cittadinanza locale al di fuori degli studenti e dei colleghi. Solidarność e Wojtyła. La Polonia noi italiani la vediamo solo così ma è chiaramente molto di più e di difficile interpretazione, si arriva a captarne l’anima solo dopo averla lasciata o dopo moltissimo tempo. E non senza fatica. Senza compromesso alcuno. C’è orgoglio e identità nazionale, tradizione e innovazione. Mi ha subito colpito la voglia di nuovo, la curiosità e l’interesse per il mondo che gli rotea attorno e gli invia tanti input che lei è in grado di traslare, assorbire e tradurre. L’interesse per la lingua italiana è spiccato, nella maggior parte delle città polacche c’è un dipartimento, una cattedra, una sezione di italianistica, con o senza Master. In base agli accordi intergovernativi i lettori del Ministero degli Affari Esteri italiano sono poi presenti in sette sedi universitarie sul territorio della Polonia. In due città, Varsavia e Cracovia, è anche attivo un Istituto Italiano di Cultura. Ed inizio a lavorare anche qui, all’Istituto. Ora sono proprio fra gli italiani.
Difficile dire quanti siano gli italiani in Polonia, soprattutto concentrati nel cuore pulsante del Paese, Varsavia. Noi italiani siamo bizzarri e in comunità ci muoviamo come in osmosi. Non siamo legati in maniera affine ad altre popolazioni all’estero. Niente affatto, ciò che ci tiene insieme è una casualità fatta di particolari differenze nel cammino che ci conduce in quel posto determinato. E questo comune nodo è l’unico aspetto che ci assimila, il resto è fatto di peculiarità biografica. Non sapevo che interagire con un’altra cultura fosse così bello e così bello sarebbe stato mettere la mia esperienza in Polonia in uno scrigno da portare sempre con me, anche ora che sono tornata in Italia. E’ patrimonio inestimabile fatto di istantanee dell’anima, ineludibili e incancellabili. E’ un Paese la Polonia che non conosciamo e ho sempre avuto idea che debba essere maggiormente promosso dagli enti del turismo e questo è anche un suo piccolo neo. A ben pensarci credo sia anche per la sottile ma palpabile gelosia che i polacchi provano per il loro Paese, di difficile comprensione per chi non c’è stato mai. E’ la cultura mitteleuropea che si respira forte, la prepotente speranza di ricominciare a vivere con la ricostruzione di una città rasa al suolo come per azzerarla nel secondo conflitto bellico. Non dimenticherò mai la cultura del sociale, l’attenzione a certa ritualità come l’appuntamento a teatro o a un caffè, i valori come l’amicizia e la famiglia, messi a dura prova da un rampantismo accettato e applicato quasi alla lettera dalle generazioni più giovani. E poi l’educazione, il savoir-faire e la galanteria dei signori di mezza età, sempre pronti a cedere il passo a una donna e il rigore quasi teutonico coniugato al rispetto dell’altro in ambiti più formali, pubblici e lavorativi. In Polonia ho imparato che non è necessario gridare per farsi ascoltare e tornando a casa, molto spesso, ho incontrato non poche difficoltà a farmi ascoltare seppur gridassi. I ragazzi e le ragazze polacchi sono pieni di vitalità e di voglia di conoscere, questa è un’energia che raramente ho incontrato altrove, non di certo in Italia. E poi la natura, gli spazi e gli alberi nei boschi, i bisonti selvatici, il mare del Nord e i grandi velieri, la storia di Cracovia, le cicogne coi loro nidi sui comignoli, la zuppa di rape rosse e i monti Tatra, le aquile, le chiese rupestri, Pan Tadeusz e i pierogi ruskie (ravioli in pasta di farina ed acqua senza aggiunta di uova con ripieno di patate, formaggio bianco ed altri ingredienti) … potrei continuare per ore. Ho avuto dei bravissimi colleghi che mi hanno appoggiata nei momenti di difficoltà, dalla didattica alla gestione della nostalgia da distanza e devo dire che loro sono l’aspetto che più mi manca di quell’esperienza, anche se siamo rimasti in contatto. L’unico fattore negativo, questo va detto per dovere etico prima ancora che di cronaca, è il profilo contrattuale, con un contratto da rinnovare di anno in anno, ma purtroppo la condizione degli Istituti Italiani di Cultura si assesta su questa tendenza a istituzionalizzare il precariato attraverso varie forme, fra cui il perenne turn-over di stagisti nelle mansioni d’ufficio.
Viaggiare per lavoro e viverci per un po’ in quel Paese che il destino o la scelta ci hanno assegnato è la migliore condizione di vita, con tutte le difficoltà del caso, a capitalizzare emozioni ed esperienze senza il timore che ti venga un giorno presentato il conto, anzi, umanamente è implementazione di sé ed evoluzione a rilascio costante. Per farla breve, un biglietto di sola andata e bagaglio leggero…
Credo che questa testimonianza riporti meglio di tante altre non solo l’unicità dell’esperienza di vivere in una dimensione diversa dalla propria, ma soprattutto come cambia il proprio modo di vedere il mondo e le persone di cui si è circondati. Qui sotto, gli spezzoni salienti di alcuni COMMENTI.
[…]Quello che mi piace della Polonia è l’atteggiamento delle persone di mezza età, c’è voglia di divertirsi. Ci si incontra per una cena, si balla, si beve qualche sorso di vodka. Gente di 40/50 anni che salta come ragazzini italiani. La vita è dura lì per molti, ma quando si festeggia lo si fa alla grande. In Italia non sappiamo molto riguardo la Polonia e la sua cultura. Eppure loro ci ammirano, sognano l’Italia, la lingua italiana, la nostra storia. Ho incontrato polacchi che han letto più libri di autori italiani di molti miei coetanei del Belpaese. Stessa regola per molte altre nazionalità. Dovremmo un po’ livellarci e scendere dal piedistallo su cui molti di noi son saliti. Mi piace moltissimo questo passo del racconto: “Non sapevo che interagire con un’altra cultura fosse così bello e così bello sarebbe stato mettere la mia esperienza in Polonia in uno scrigno da portare sempre con me, anche ora che sono tornata in Italia. E’ patrimonio inestimabile fatto di istantanee dell’anima, ineludibili e incancellabili.”. Riguardo il ghiaccio, so bene cosa intendi dire, quante cadute che mi son fatto prima di “imparare a camminare”! Augurissimi. Alfredo da Dublino
[…]La cara PL dovrebbe essere conosciuta anche per la sua triste storia: sottomessa prima ai tedeschi e poi, quando da noi arrivarono gli aiuti del Piano Marshall, a loro capitò la dittatura comunista: violenze, ruberie, botte (vedi il martire Popiełuszko, sacerdote massacrato e ucciso a bastonate!). I miei suoceri sono finiti nei gulag sovietici, assieme a molti altri polacchi, molti morti di fame e di freddo… In Italia la storia letta sui libri di scuola è spesso sinistrorsa, come ancora qui ci si stupisce che esistano partiti con la falce e il martello! Poveri italiani, non hanno conosciuto la vera dittatura rossa! Quando venite in Polonia parlate con gli anziani, fatevi raccontare la loro storia e capirete! Michel B. Champion / Katowice (PL)
[…]Paragoni storici tra Italia e Polonia sono impossibili: troppo fortunata la prima (eredità storico-culturale e bellezze paesaggi), troppo sfortunata la seconda. Ma la fortuna non è un merito, è una casualità. La Polonia ha avuto una seconda Guerra Mondiale devastante rispetto all’Italia: un paese distrutto e 6 milioni di caduti. La generazione del dopoguerra era costituita praticamente di orfani senza casa! Per spiegare ad un italiano cosa significhi, è come se l’Italia avesse avuto, in proporzione, 10 milioni di vittime. E poi, dal massacro nazista alla distruzione dell’economia di mercato dei comunisti. Incredibile sfortuna. L’Italia in confronto è nata con la camicia. Paradossalmente la Polonia ha un futuro più roseo di quello italiano. L’Italia è un bel Paese, ma si è auto-sottomesso ad uno Stato-Mostro, indebitato e mangia-cittadini. […] è bene che molti di noi italiani, sognino Paesi con migliori prospettive, come la Polonia. In risposta a Michel, anche io vivo nella zona di Katowice e quindi so quante aziende italiane operano in questa metropoli industriale. Il Pil della Slesia è intorno al 5-6% annuo da alcuni anni. Se la Polonia sceglierà politiche liberali e di incentivo all’impresa a discapito del parastato ammazza-economia, allora questa zona sarà tra 10 anni tra le più ricche della Mitteleuropa. Max
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2 risposte a Un Italiano in Polonia 1 – Insegnare italiano a Varsavia

  1. Dorota ha detto:

    Il blog di Monica l’ho letto con un puro piacere:) Brava!

  2. Il piu’ giovane sono io ! 🙂

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