Le elezioni 2013 e la politica italiana spiegate agli stranieri

Il titolo indica un obiettivo ambizioso, che forse non saremo capaci di soddisfare al 100% per la sua complessità, ma ci proviamo. Gli scorsi 24 e 25 Febbraio ci sono state in Italia le elezioni politiche. A causa di un’ennesima legge elettorale che non rappresenta in modo efficacemente proporzionale il voto dei cittadini, e che non attribuisce dei premi di maggioranza più adeguati al partito vincitore, anche queste elezioni sono state caratterizzate dal numero elevatissimo di partiti e movimenti candidati (quest’anno ben 184!), e se contiamo solo quelli che giocavano un ruolo importante per la formazione del parlamento si arriva già a venti. Come se ciò non bastasse, sia questo stato acuto di confusione politica sia una credibilità dei politici scesa ai minimi storici hanno provocato due fenomeni. Il primo è la disaffezione degli italiani al voto: sebbene l’Italia sia una delle democrazie più partecipate al mondo, con affluenze attestate sempre attorno all’85%, in questo particolare momento storico i sondaggi hanno registrato fino a qualche mese fa una potenziale partecipazione al voto straordinariamente bassa, tra il 60 e il 65%, e alla fine ha votato il 75,2% degli elettori, un risultato comunque negativo. Il secondo fenomeno è che questa campagna elettorale non è girata intorno a due poli principali, sinistra contro destra, ma addirittura a sei poli (quattro “grossi” e due “piccoli”), e ai nostri fini ovviamente incentreremo la panoramica sui partiti più importanti. Le elezioni politiche italiane prevedono per ogni cittadino-elettore due preferenze separate in quanto il Parlamento italiano è composto da due camere (Senato e Camera). Vediamo quindi i risultati di queste elezioni 2013:
PARTITI
CAMERA   dei DEPUTATI
Camera   dei SENATORI
Partito Democratico (coal.   sinistra)
25,4%
27,4%
Movimento 5 Stelle (autonomo)
25,5%
23,8%
Popolo delle Libertà (coal.   destra)
21,6%
22,3%
Lista Civica con Monti (coal.   centro)
8,3%
9,1%
Lega Nord (coal. destra)
4,1%
4,3%
Sinistra Ecologia e Libertà   (coal. sinistra)
3,2%
3,0%
Rivoluzione Civile (autonomo)
2,2%
1,8%
Fratelli d’Italia (coal.   destra)
2,0%
1,9%
Unione dei Democratici   Cristiani (coal. centro)
1,8%
(non   candidato)
Fare per Fermare il Declino   (autonomo)
1,1%
0,9%
Futuro e Libertà per l’Italia   (coal. centro)
0,5%
(non   candidato)
Altri
1,7%
1,8%
Secondo le coalizioni stabilite tra i partiti, i risultati globali in termini di percentuali e seggi ottenuti sono i seguenti:
Coalizioni
CAMERA   dei DEPUTATI
Camera   dei SENATORI
Centro-Sinistra (PD, SeL +   altri)
29,5%   (340 seggi)
31,6%   (123 seggi)
Centro-Destra (PDL, Lega +   altri)
29,1%   (124 seggi)
30,7%   (117 seggi)
Movimento 5 Stelle
25,5%   (108 seggi)
23,8%   (54 seggi)
Centro (Lista Monti, UDC)
10,5%   (45 seggi)
9,1%   (19 seggi)
Come si vede, ne è venuto fuori un ensemble parlamentare a “tre poli più uno”, in cui la legge elettorale citata all’inizio (informalmente chiamata in latino maccheronico “porcellum” = porcata, schifezza, indecenza) ha fatto sì che alla Camera si sia formata una maggioranza di centro-sinistra relativamente stabile (grazie ad un ampio premio di maggioranza), mentre al Senato si è creato un paradosso per cui non esiste matematicamente una maggioranza di governo, neanche se si pensasse ad un’alleanza allargata sinistra+centro o destra+centro. Prima di fare un ritratto di questo nuovo scenario politico con le sue peculiarità principali (spicca su tutti l’exploit del Movimento 5 Stelle), sarebbe utile per molti sapere da dove vengono questi partiti, chi sono in realtà i loro leader, e per capirlo davvero è necessario fare un ritorno al passato (chi invece vuole restare sul 2013, può saltare i prossimi due paragrafi).
Dal 1992 l’Italia vive nella cosiddetta “Seconda Repubblica”, un’epoca nata in seguito ad una grande indagine da parte della magistratura, culminata in un processo famoso per il suo nome, “Mani pulite”. In questo processo è stato dimostrato come molti dirigenti di quasi tutti i partiti facessero parte di una rete di relazioni composta da politici e imprenditori, relazioni basate su corruzione e concussione che assumevano la forma di finanziamenti illeciti ai partiti stessi in cambio di assegnazioni di appalti (il tutto è conosciuto con il nome di “tangentopoli”). Tutti i partiti ne risentirono profondamente, tanto che con l’avvento della Seconda Repubblica alcuni reputarono opportuno cambiare nome (ad esempio il partito di destra Movimento Sociale Italiano – MSI – divenne Alleanza Nazionale – AN), o in certi casi addirittura ci fu un estinzione de facto, come per il partito di centro-destra cattolico Democrazia Cristiana (DC). L’unico partito che non fu stravolto da questo tsunami giudiziario fu il Partito Comunista (PCI), che tuttavia cambiò comunque il suo nome in Partito dei Democratici di Sinistra (PDS).
La Seconda Repubblica però è caratterizzata dai cosiddetti partiti personali: si tratta di partiti basati non tanto su ideologie, quanto piuttosto sui fondatori, i “padroni”. L’Italia forse non è l’unico Paese in cui i partiti non sono troppo amati, ma dacché il consenso degli elettori è stato sempre basilare, una caratteristica fondamentale in questi vent’anni per non perdere, mantenere, o guadagnare voti, è stata (ed è) quella del “restyling”. Con questo termine si intende il cambio del nome o del simbolo di un partito, senza però avere parallelamente un ricambio delle persone al timone dello stesso. E’ così che con gli anni il principale partito di sinistra si evolve in PDS, DS, PD; al contempo una parte della sinistra si stacca dal PDS creando il partito della Margherita, poi riconfluito nel PD, e poi scisso nuovamente con la creazione dell’API (Alleanza per l’Italia). A destra abbiamo già accennato alla metamorfosi dell’MSI in AN; nel frattempo abbiamo la comparsa di Forza Italia. Forza Italia e AN si fondono poi nel PDL (Popolo delle Libertà), ma dopo alcuni anni il fondatore di AN viene escluso e riforma un suo partito, Futuro e Libertà per l’Italia (FLI). Al centro, al posto della defunta DC si formano il CCD (Centro Cristiano Democratico) e il CDU (Cristiani Democratici Uniti), che dopo alcuni anni si fondono nell’Unione dei Democratici Cristiani (UDC). Questi sono solo gli esempi principali. Ci sono poi altri partiti più piccoli, o per meglio dire, altre persone che, per rifarsi una verginità politica, hanno applicato e applicano lo stesso tipo di restyling: tra i tanti, Antonio di Pietro (l’Italia dei Valori – Rivoluzione Civile), Francesco Storace (La Destra), Nicky Vendola (Sinistra Ecologia e Libertà), Gianfranco Fini (Futuro e Libertà per l’Italia), Ignazio La Russa (Fratelli d’Italia) e i nuovi arrivati Antonio Ingroia (Rivoluzione Civile) e Mario Monti (Lista Civica). Il restyling si è attuato anche a livello di coalizioni di partito in occasione delle varie elezioni politiche: a sinistra si è avuto prima L’Ulivo e poi l’Unione, a destra si è avuto prima il Polo per le Libertà e poi la Casa delle libertà.
Dunque, al cambio dei nomi di partito negli anni non è corrisposto un effettivo ricambio della dirigenza, e se volessimo fare un elenco completo dei “politici di professione”, vi annoieremmo. Stesso discorso se volessimo analizzare le politiche condotte nel corso di questi ultimi due decenni. Ma con il pretesto di raccontare cosa rappresenteranno i partiti nel nuovo Parlamento italiano, si può fare qualche nome e spiegare qualche concetto. In queste elezioni i due poli storici, destra e sinistra, hanno provato ad apparire come giovani e rinnovati soprattutto in TV (mai come quest’anno la campagna elettorale si è giocata in televisione), facendosi rappresentare da volti giovani, spesso femminili, e poco visti in precedenza. Ma basta guardarci dentro per capire come stanno davvero le cose.
A Destra non sono stati ricandidati personaggi oggetto di indagini per mafia come Dell’Utri o Cosentino, ma queste assenze sembrano quasi ininfluenti: oltre all’eterno Silvio Berlusconi (che fa finta di ritirarsi, ma poi ritorna sempre) ci sono i soliti Gasparri, La Russa, Storace, Verdini, Formigoni, Cicchitto, Bondi, Bonaiuti, Giovanardi, Matteoli, Rotondi, Napoli, Vito… La politica professata da Berlusconi è sempre la stessa, basata su promesse tanto chiare quanto populiste, disattese o non fattibili (tra le tante, abolizione o riduzione di molte tasse, restituzione di alcune, creazione di 4milioni di posti di lavoro), e con un registro linguistico semplice e scandito che solo un comunicatore come lui è capace di usare. Lo scopo è quello di conquistare anche il consenso di ceti medio-bassi, anziani e poco istruiti, obiettivo che sembra sia riuscito a portare a termine anche stavolta. E’ vero che nel 2008 ha preso il 37% dei consensi, e che i sondaggi nel 2012 davano il suo partito crollato al 15%, ma bisogna dare atto di questa sua prova di forza ed abilità in queste elezioni nel recuperare l’impossibile, sebbene con mezzi e metodi al limite del lecito.
 A Sinistra bisogna ammettere che si è cercato davvero un piccolo rinnovamento con le mancate candidature di personaggi importanti come D’Alema, Veltroni, Turco o Parisi, e soprattutto con l’organizzazione delle elezioni primarie, volte a far decidere direttamente ai cittadini sia il candidato premier che quelli per il Parlamento. Nonostante ciò però si continuano a vedere Bersani, Bindi, Finocchiaro o Letta… Anche l’approccio politico rimane sempre lo stesso, forse più realista e responsabile degli avversari, fatto di conti in ordine e di Unione Europea, ma eccessivamente di basso profilo e poco carismatico. Guardando gli ultimi vent’anni, la sinistra non solo ha perso malissimo le elezioni del 2001 e del 2008, ma ha perso anche le elezioni del 1994 (quando era superfavorita), e ha vinto di un soffio sia quelle del 2006, che queste del 2013 (in entrambi i casi sempre partendo come superfavorita). Grazie a questo si è creato il mito secondo il quale la sinistra italiana riesce a perdere anche l’imperdibile. E anche lo scorso weekend si è confermato, sfiorando un’incredibile sconfitta.
Oltre ai due classici schieramenti, se n’è formato un altro situato al Centro da alcuni anni, da quando cioè UDC e FLI hanno deciso di non appoggiare più la Destra. Questo terzo polo però si è rivelato piccolo, vista la sua indole da una parte liberale ma poco carismatica (FLI), e dall’altra troppo cattolica, a favore della famiglia e contro le coppie omosessuali (UDC). Ci si aspettava un incremento di consensi con l’ingresso nella politica “vera” di Mario Monti, di cui si è sempre parlato come di una croce delizia: impopolare per le sue politiche di rigore (forse troppo poco “umane”), ma stimato e apprezzabile proprio per la sua rigorosa serietà, fatta di tagli alla spesa pubblica, riforma delle pensioni e tasse. E così il restyling del Centro si è basato proprio sul personaggio Monti e sulla sua Lista Civica. Ma dietro di lui ecco volti noti della politica come Casini, Buttiglione, Fini, Bocchino, Granata… Quella bassa percentuale che già UDC e FLI avevano è stata letteralmente risucchiata dalla Lista di Monti, il quale nonostante tutto non ha ottenuto un risultato esaltante, come abbiamo visto all’inizio.
Discorso piuttosto simile per il neo-partito di Rivoluzione Civile, fondato dal magistrato Antonio Ingroia, che si presentava come “la novità delle elezioni” e che doveva rappresentare l’inizio di un cambiamento radicale basato sulla giustizia e l’equità sociale. Ma bastava scavare nelle liste dei candidati per trovare molte facce vecchie come Di Pietro (altro ex magistrato), o già assenti dal Parlamento da alcuni anni come Diliberto, Ferrero, Bonelli, La Torre… Il progetto era di entrare subito in Parlamento, ma abbiamo visto che non ha ottenuto nessun seggio.
Risultato ancora più scarso per un altro neo-partito, Fare per Fermare il Declino, fondato da Oscar Giannino, giornalista, ma uomo non nuovo nel mondo politico. La collocazione di Giannino è repubblicana e liberale, certi punti programmatici potrebbero definirsi perfino somiglianti a quelli di Monti, se non fosse per il fatto che egli sostiene una politica economica Keynesiana tramite la diminuzione delle tasse, e non nel loro aumento, come nel caso del “professor” Monti. Un pregio che gli si può attribuire è l’assenza di politici nelle liste, la volontà di non allearsi con nessuno e l’intenzione di decidere sempre su ogni singolo provvedimento (ma anche il suo partito non ce l’ha fatta).
Il vero uragano in queste elezioni 2013, unico in Europa per la sua portata, è costituito dal Movimento 5 Stelle del comico Beppe Grillo. Un movimento, appunto, nato e sviluppato su internet a partire dal 2007, e che nel corso di pochi anni ha conosciuto una crescita di consensi lenta ma costante, fino ad arrivare all’incredibile risultato di quest’ultimo weekend. Grillo è uno dei comici che ha avuto più successo in Italia fin dagli anni ’80, censurato dalla televisione (l’ultima apparizione degna di nota risale al 1993), e rifugiatosi sul suo blog. E’ lui il leader, anche se sostiene di essere solo un “megafono” della gente e un “raccoglitore di consensi” attraverso la sua popolarità. La sua comunicazione è basata sul mix micidiale di comicità, satira dissacrante e politica, con cui racconta l’assoluta inadeguatezza di tutta la classe politica italiana. Nei primi anni tutto si basava, parole testuali, sul “mandare a fanculo” politici e classe dirigente; non concedeva mai interviste ai giornalisti italiani, anch’essi trattati male poiché accusati di essere servi dei potenti. Solo nell’ultimo anno ha ammorbidito il suo approccio, rispondendo alle domande dei giornalisti, evitando l’abuso di volgarità e abbozzando qualche contenuto politico in più. Nonostante ciò, il suo programma sembra continui a deficitare in alcuni punti, accusato sempre di un populismo senza contenuti né proposte. Lui però resta fermo sul suo personale modo di fare politica: nelle piazze, a contatto diretto con la gente e non andando mai in nessun talk-show televisivo. Anche i suoi criteri di accettazione e candidatura dei membri sembrano rivoluzionari pur nella loro semplicità. Tra i più importanti: non essere iscritti ad altri partiti, essere incensurati, e un taglio del 70-75% dello stipendio politico per i candidati eletti.
Anche per questo, stampa e politica del mondo intero sono in apprensione per l’Italia: vedono alte le chances di ingovernabilità, e hanno paura di come due partiti come quelli di Berlusconi e di Grillo, considerati populisti, abbiano raccolto una percentuale cosi alta di voti. In particolare, vedono confermato ancora una volta come l’italiano medio abbia un disperato bisogno di farsi promettere che tutto andrà sempre meglio, di sentirsi raccontare delle favole, e soprattutto di affidare tutte le responsabilità a qualcuno, invece di muoversi responsabilmente in prima persona in una collettività di altri cittadini a loro volta responsabili. Vedendola però da un’ottica più pragmatica e popolare, forse ci si può consolare con il fatto che, dei 945 parlamentari, 162 saranno “gente comune”, portati dal Movimento 5 Stelle, e il forte consenso ricevuto dal Movimento ha costretto anche altri partiti a parziali rinnovamenti pur di non perdere troppi voti (vedi le coalizioni di Sinistra e di Centro). Ciò ha portato giocoforza all’esclusione dal Parlamento di personalità eccellenti come Fini, Di Pietro, Bocchino, Briguglio, Storace, Marini, Micciché o Lombardo, oltre a Pannella, Bonino, Diliberto, Ferrero…
Il futuro è incerto, non lo conosce nessuno, neanche gli stessi protagonisti del circo politico. Le possibilità sembra siano due: 1) Andare subito a nuove elezioni 2) Stabilire un’alleanza forzata e innaturale (esempi possibili: Sinistra+Centro+Destra; Sinistra+Mov.5Stelle) che scelga se varare una nuova legge elettorale – per poi votare subito – oppure cercare un’intesa programmatica che, al giorno d’oggi, pare poco probabile. Signori, questa è la politica italiana.
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3 risposte a Le elezioni 2013 e la politica italiana spiegate agli stranieri

  1. Maegherita ha detto:

    Abito in Italia da un po, purtroppo dopo un sacco di cose belle qui avete un difetto enorme.
    Spiega mi perchè ci sono ancora Italiani che votano Berlusconi!
    Saluti e complimenti per il blog Margherita.

    • Maegherita ha detto:

      non vedo la risposta come mai?

      • Ciao Margherita, la risposta alla tua domanda è nel penultimo paragrafo (dove è scritto “Anche per questo, stampa e politica del mondo intero sono in apprensione per l’Italia…”), e nel punto in cui parlo di “favole” Berlusconi è il migliore. Berlusconi è estremamente bravo ad usare i mezzi di comunicazione, a far dimenticare alle persone alcune cose, a “distrarre” l’attenzione delle persone per portarla ai punti e agli argomenti che vuole lui.

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