L’infinito: mondi, culture, voglia di conoscere altro

La vita all’estero mi sta dando tanto, non ho dubbi. Da un bel po’ di anni è così, e più vado avanti, più riesco a percepire la forza, che resterà sempre sfocata e incontrollata, dell’infinito. Che cosa c’entra, ci si chiederà… In effetti l’associazione di concetti che mi è saltata in mente è un arcobaleno dei colori più svariati. Allora tenterò di spiegare di che tipo di infinito sto parlando. Premetto che nel mio caso la Polonia non ha niente di mistico o sovrannaturale rispetto al resto del mondo, e che la stessa cosa poteva accadermi in Spagna, India, Svezia o Sudafrica. O almeno credo. Di conseguenza essa è solo il teatro casuale dove ho avuto e ho l’opportunità di vivere dimensioni del mondo e dell’umanità diverse da quelle italiane (o salentine), e che mi permette di avvertire queste sensazioni di infinito. Anzi, penso che non sia proibitivo descriverle perché a mio avviso le si possono sentire non solo in un qualsiasi luogo all’estero, ma anche rimanendo nella propria terra: sono necessari più che altro un po’ di sensibilità, di apertura mentale, e un contesto che offra tutti gli elementi per carpire le giuste “emozioni”. In assenza di queste predisposizioni personali probabilmente anche il contesto estero non porterebbe nulla.
Un esempio schematico ma concreto può essere l’apprendimento di una lingua straniera. La prima fase generalmente è caratterizzata da ondate di parole nuove, di strani abbinamenti di suoni o di fonemi che risultano totalmente estranei. Ecco perché di norma questa è anche la fase più delicata e laboriosa, quella in cui l’entusiasmo si disperde facilmente in mezzo a quel caos che dovremmo apprendere, e in cui si può presentare pesantemente la tentazione di mollare tutto. Ma se al contrario permane la voglia di imparare ancora, gradualmente ci si rende conto che dietro quella lingua, dietro l’origine delle parole, c’è una popolazione, poi una cultura, poi una storia, e la cosa potrebbe rivelarsi via via più interessante, visto che da un lato la parte più turbolenta sembra alle spalle, e che dall’altro il fascino per il diverso assume forme nuove ma non meno attraenti. Faccio anche notare che fattori come “popolazione” o “cultura” chiamano in causa tante altre discipline alternative alla lingua, e attraverso cui è possibile sperimentare lo stesso tipo di percorso “emozionale-cognitivo” (es. storia applicata ai contesti più diversi, archeologia, letteratura, antropologia, sociologia, economia, psicologia…). Ma proseguendo il ragionamento, se in seguito capitasse di trovarsi (o di trasferirsi) in un Paese straniero, è facile che questa percezione aumenti ancora di intensità, lentamente ma costantemente: in un certo giorno si viene a conoscenza di un grande evento storico prima totalmente ignorato, e in un altro capita un piccolo fatto quotidiano che fa emergere un certo modo di agire e/o di pensare di quella popolazione. Si diventa consapevoli dell’importanza insita in certi gesti o comportamenti, e si apprendono i diversi significati che possono assumere: il modo di porsi verso l’interlocutore, i comportamenti di gentilezza o di circostanza, o anche la semplice stretta di mano, un gesto del corpo o un’espressione facciale. Insomma, il nuovo mondo a cui si è avuto accesso meriterebbe lo stesso studio e la stessa attenzione che abbiamo dedicato in passato alla nostra nazione per il destino che Madre Natura ci ha dato alla nascita. Da ultimo, può succedere che si applichi questo processo di conoscenza anche ad altre nazioni e culture, e allora la sensazione dell’infinito straripa prepotentemente nell’intelletto. Ma in più ci potrebbe essere anche un particolare effetto collaterale: la quantità di “scoperte” fatte verso l'”esterno” portano a ripercorrere le proprie stesse orme e guardare con nuovi occhi le proprie radici. Una sorta di implosione. Un po’ come quei percorsi spirituali in cui si cerca il tanto agognato Dio “fuori”, e poi si realizza che si deve guardare dentro sé stessi. Come dicevo, tutto ciò è solo una semplificazione approssimativa e schematica, ovvio. Ma tornando al discorso delle infinite nazioni e culture, ciò si ha perché, con l’era della comunicazione globale in tempo reale, la mole di cultura circolante è esponenzialmente aumentata, fino, appunto, alla sensazione dell’infinito. Basti pensare ad internet e a tutti i Paesi in via di sviluppo che ora iniziano ad avere i mezzi (vedi SmartPhone e simili) per poter far vedere a tutto il mondo che esistono anche loro (ad esempio caricando filmati su YouTube): finalmente le popolazioni sudamericane o asiatiche possono raccontare le loro culture o il modo in cui vivono, o quelle africane posso documentare le barbarie che tragicamente avvengono nei loro Paesi; iniziamo a vedere film di produzione indiana, cinese, iraniana, turca… Tutto ciò è solo la punta di un enorme, infinito iceberg, ma prima o poi ci rendiamo conto che il cervello non può avere una memoria così ampia, lucida e veloce come quella di un hardisk. E di fronte a questa mole infinita di conoscenza, succederà che ci si sente un po’ come nella prima fase, smarriti e senza orientamento. Che fare? Con l’infinito c’è ben poco da fare, se non riassestare i propri metodi di conoscenza fissando i propri criteri e priorità, escludendo ciò che del “nostro piccolo” mondo non è poi così utile o costruttivo, e includendo altri mondi prima ignorati. In tal modo ci si può permettere il lusso di un panorama globale da urlo.
E qui accenno al mio caso personale come esempio a riprova dell’intero ragionamento. La Polonia è uno stato con una storia particolare e travagliata: culla storica degli ebrei in Europa, scomparsa addirittura dalle carte geografiche nel XIX secolo prima, e durante la II guerra mondiale poi, per la contemporanea invasione di Germania e Russia. Ma è anche lo stato in cui è stata scritta la prima Costituzione in Europa (prima quindi della decantata Francia) e sede del primo movimento operaio (Solidarność) contro il Comunismo Sovietico. Bene, credo tutti conveniamo che siano cose che, in quanto storicamente importanti,  un cittadino medio dovrebbe sapere. Però a occhio, noi italiani (non so gli altri europei) abbiamo una vaga conoscenza si e no del 20-30% di queste informazioni. Ma c’è dell’altro: la Polonia ha dato i natali a personaggi importanti come Copernico, Wałęsa o Chopin, mentre un italiano medio ha un’idea sommaria solo di Karol Wojtyła, Kasia Smutniak e, se è sportivo, forse anche di Zbigniew Boniek e Robert Kubica. Inoltre, ci sono personaggi noti ma di cui ignoriamo la loro origine, come Roman Polanski (regista), Miroslaw Klose e Lukas Podolski (famosi calciatori oriundi tedeschi, ma di nazionalità polacca), e altri di cui si ignora semplicemente l’esistenza, come i registi Andrzej Wajda, Krzysztof Kieślowski e Agnieszka Holland, il sociologo Zygmunt Bauman o la fisica Marie Skłodowska Curie (1867-1934). Infine, chissà se e quanti personaggi ancora non si conoscono, attori, intellettuali o scienziati vari. E questo stesso discorso si può traslare per tutti gli Stati del mondo che si possono prendere in esame. Tutto ciò è un piccolo spicchio di Polonia, che per la sua misconosciuta crescita economica (v. articoli del 19 Dicembre 2010 e del 25 Ottobre 2011) viene definita addirittura la Cina d’Europa, ma che ai nostri occhi è ancora e solo sinonimo di freddo, ragazze facili, povertà e vodka. E’ come sentire che in Italia c’è solo la mafia e la pasta, e ovviamente sappiamo che non è così. Gli stereotipi infatti continuano a dominare le nostre menti, a discapito sia dei polacchi (v. articolo del 27 Marzo 2011) che nostro (v. articolo del 21 Marzo 2011, più appendice mista italo-polacca del 5 Maggio 2011). Abbiamo visto in passato che la Polonia non è nell’Est-Europa o a ridosso della Siberia, ma esattamente al centro (non a caso è stato sempre un territorio conteso nel corso dei secoli); che stati come Ucraina, Slovacchia, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria, la stessa Polonia, eccetera SONO anch’essi Europa (se i polacchi sentissero il contrario, si incazzerebbero seriamente…); che questi stati appena citati hanno culture e caratteristiche ben distinte tra loro (altra cosa che i polacchi detestano è sentirsi definiti come simili ai russi o ai bielorussi… come dire che in Italia, Francia, Spagna e Portogallo la cultura è la stessa, la lingua è la stessa…).
Ed è ragionando su questo che mi è tornata in testa una vecchia, sconfortante constatazione, ovvero il sempre eccessivo contrasto tra due estremi: il primo è l’utopia irraggiungibile dell’onniscienza; il secondo è costituito da due virus dilaganti nel mondo cosiddetto “civilizzato” come la limitatezza delle informazioni che assorbiamo (o che ci fanno assorbire) e l’assoluta mancanza della voglia di conoscere, di esplorare, di rendersi conto che altre culture, altri modi di vivere e di pensare esistono davvero, sono tanti, e non sono necessariamente peggiori o inferiori del nostro. Ho circoscritto le cause in tre vizi quali, appunto, la nostra convinzione di essere i migliori, la convinzione di sapere già tutto (o almeno tutto quello che ci serve per sentirci “completi”), e infine l’incapacità di saperci mettere in discussione e saper confrontare davvero la nostra visione della vita con il resto del mondo, nei fondamenti umani come nelle piccolezze quotidiane (spesso illudendoci di esserne capaci). E allora, di tanto in tanto, credo sia sano per noi farci venire la voglia di conoscere e di capire, di saper mettere in gioco sé stessi e ciò che si pensa, di cercare le informazioni nei posti giusti, di guardare con curiosità fuori da casa nostra, fuori dai nostri confini e aldilà dei cliché. Ed è perciò che mi piacerebbe chiudere con la citazione di un uomo come Tiziano Terzani: “Per tutta la vita ho cercato di capire l’Altro, chi sono gli Altri, e il nostro essere occidentali ci divide dall’Altro e c’è una distanza, no?, che io ho sempre sentito di dover colmare… allora… l’unico modo per colmarla mi sembrava una forma di camaleontismo, come un camaleonte che diventa del colore della terra se è sulla terra, della sabbia se è sulla sabbia, verde come una foglia se è su una foglia, e io ho sempre cercato, per capire l’Altro, di diventare un po’ più come lui”.
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Una risposta a L’infinito: mondi, culture, voglia di conoscere altro

  1. Anna ha detto:

    Bardzo mi sie podoba

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