Vacanze, lavoro e tensione a Fiumicino

Dopo un mese di buio totale finalmente il blog torna a dar segni di vita. Le prime due settimane di latitanza hanno avuto luogo nel sempre amato Salento in vacanza, mentre successivamente è seguito – e segue ancora – un intenso periodo varsoviano di riorganizzazione della vita quotidiana nonché dell’agenda lavorativa. Tutte cause che non hanno consentito di dedicare tempo a pubblicare qualcosa.
Personalmente è un obbligo morale ricordare queste vacanze paurosamente perfette, io che a Luglio agonizzavo nell’attesa del tanto sospirato relax, e che alla fine ho goduto come meglio non avrei potuto: sole onnipresente, nuvole zero, temperatura costantemente tra i 30 ed i 35 gradi di giorno, lieve brezza tanto quanto bastava per non sentire la pelle bruciare dopo trenta secondi (ma dopo tre minuti l’aut aut “ombra o autocottura a mo’ di aragosta” era inevitabile!) e cibo in qualità ed abbondanza quasi principesche, garantite dalle cucine della casa natìa. Nella prima settimana ne ho approfittato per rincontrare qualche amico qua e là, mentre la seconda ha segnato il fedele pellegrinaggio in posti come Lecce, Gallipoli, più la visita di nuove mete come Leuca, Otranto e gli oltre 50km di costa tra le due località appena citate – conquistati simbolicamente con bagni-blitz ove possibile. Per l’intero soggiorno ovviamente si è restati fermi su un pilastro costante quale il comodo e lento dolce far niente sull’esclusiva spiaggetta corredata di scogli appena fuori Sant’Isidoro: da una parte, bagni meravigliosi nel mare celeste e reso più freddo dalle acque sorgive, e dall’altra parte, sistematiche battute di caccia a quel frutto di mare da noi volgarmente conosciuto come cocciolo, ma italicamente denominato cabestana. Essa è costituita da un bel guscio colorato all’interno, il quale ospita un simpatico mollusco che insaporisce squisitamente un piatto di spaghetti al sugo fresco. In foto ne vedete alcuni esemplari pescati in prima persona.
Però si sa, il tempo trascorso bene ed in modo piacevole e variegato passa sempre troppo in fretta, e la depressione da fine-vacanza spesso si insedia senza tanti ostacoli nelle menti di chi ne viene logorato. Io non potevo di certo essere un’eccezione, e la fase di abbacchiamento nelle 48 ore precedenti la partenza era palpabile. Devo dire che la dimensione varsoviana ha subito pensato a distrarmi da questa crisi fin dall’inserimento della SIM polacca nel cellulare. Sms in arrivo, e dopo il ritorno a casa, lettura di e-mail varie ricevute. Il ritorno nella capitale polacca è stato quindi caratterizzato da rapidi e febbrili contatti con chi era assetato di lingua italiana. Tante conferme, alcuni stand-by causa vacanze, ma soprattutto nuovi clienti, brillantemente inseriti in un’agenda attualmente satura e non più capace di ospitare ulteriori lezioni. “E siamo ancora a fine agosto”, pensavo. Inoltre il lavoro non si limita solo all’incastro delle lezioni in agenda, ma anche alla preparazione delle stesse: temi, argomenti, materiale, fotocopie… e dunque altro tempo da dedicarci su. In aggiunta a tutto questo, continua attualmente ad intensificarsi anche il lavoro su un progetto letterario a “trentasei mani” che vede coinvolto anche me in prima persona. Non ho mai parlato di questo argomento e non ho ancora intenzione di farlo. So che è brutto accennare a qualcosa e poi troncare di netto il discorso, ma statene certi che mi rifarò in un futuro davvero prossimo discorrendone abbondantemente in più articoli… La miccia è già accesa. Insomma, avete capito che in questo periodo sono un po’ con l’acqua alla gola. Certamente qualche mini ritaglio di tempo per rilassarmi ogni tanto riesco pure a trovarlo (con un po’ di fatica), ma nel complesso si deve pian pianino rientrare nei binari. E’ solo una questione di tempo.
Integro e chiudo quest’articolo raccontandovi un aneddoto sfizioso accaduto di recente e che non poteva non avere anche me tra i protagonisti. 22 Agosto 2011, aeroporto di Fiumicino, antefatto: verso le 14.00 siamo in attesa di superare il gate attraverso cui possiamo imbarcarci sul volo per Varsavia. L’equipaggiamento di cui sono dotato rientra nella categoria “furbacchioni”. Infatti ho il mio fedelissimo zaino da trekking verde fosforescente che, tra pacchi di friselle e tarallini, ha un peso formalmente non consentito (circa 12kg), e in più separatamente ho il mio notebook 16″ – mentre si sa, si può portare con sé solo un unico bagaglio a mano -. Per quanto concerne questo tipo di controlli, generalmente Fiumicino è piuttosto “elastico”, ma questa volta l’orizzonte non sembra essere dei più sereni a causa di un assistente di terra piuttosto acidello che osservo mentre faccio la fila. Arriva il mio momento. Pochi minuti prima avevo assunto la posa strategica da sempre usata: zaino portato in pseudo-scioltezza su una spalla – nell’intento di simulare una sua improbabile leggerezza – con il notebook accollato sulla medesima spalla e camuffato tra me e lo zaino stesso. Mentre mi faccio convalidare il biglietto, una breve occhiata di Mister Legalità mi ghiaccia all’istante, facendomi temere il peggio. Fortunatamente, forse per un raptus di benevolenza, forse per la buona mimetizzazione dovuta allo stesso colore nero delle cinghie del notebook e dello zaino, non obietta nulla e passo indenne il controllo. Una volta percorso il tunnel che sfocia nel parcheggio dei bus-navetta, ci troviamo però ad aspettare almeno una ventina di minuti, per cause che non siamo capaci di carpire. L’unico lato positivo è che noi aspettiamo all’ombra e fuori dal mini-tunnel, mentre molti altri passeggeri sono, si, all’ombra ma all’interno del tunnel, subendo l’effetto serra. Nel frattempo, due o tre assistenti di terra vanno e vengono, cercando di rintracciare sui cellulari almeno una carretta capace di traghettare noi passeggeri fino all’aereo. Ad un certo punto due ragazze iniziano a fumare, cosa non permessa, e qui scorrono una trentina di secondi in cui non comprendo appieno tutto quello che mi succede intorno. Fatto sta che un signore tra i 50 e i 60 in cima al tunnel bussa in modo determinato sul vetro cercando e trovando l’attenzione di un assistente in attesa vicino a noi (un ragazzo simpatico e alla mano). Che ciò sia collegato alle due fumatrici? O alla lacerante attesa della navetta? Vallo a capire. Ma appena il ragazzo gli replica allargando le braccia e stringendo le spalle, l’uomo reagisce scendendo precipitosamente dal tunnel – proprio mentre arriva la navetta – e iniziando ad inveire chiassosamente contro lui e un suo collega, minacciando di denunciarli in polizia. Tenta di prendere nota dei loro nomi presenti sui distintivi, ma i due li coprono con le mani. Allora il nostro invasato aumenta il suo voler far piazza facendoli passare per dei pivelli senza esperienza e che hanno paura. All’ennesimo appellativo il ragazzo perde l’autocontrollo che ha stoicamente mantenuto finora e inizia a dar sfogo alla sua difesa emotiva, e cioè gridando e invitandolo ad andare alla polizia per vedere cosa sarebbe capace di concludere. Nel frattempo io e tutti gli altri entriamo nella navetta e aspettiamo. Facendo questo, mi perdo per un attimo nei sentieri della mia mente e rifletto su come l’aggressione sia stata effettivamente un po’ esagerata rispetto alla causa che può averla scatenata, qualsiasi essa fosse… Ritorno nel mondo reale… Dopo alcuni minuti, tutti siamo nella navetta, e a poca distanza da me rivedo questo paladino della giustizia che continua a parlare e a rivendicare le sue ragioni con le sue compagne di viaggio, un paio di ragazze moooolto più giovani di lui. Cerco di ascoltarlo per capire effettivamente se le cause giustificano quelle sue escandescenze – a giudicare dall’accento, direi che è lombardo o veneto -. Ad ogni modo mi sembra che in fin dei conti la questione sia roba di poco conto, magari una fesseria che l’intenso scambio di battute non ha fatto altro che dilatare e gonfiare eccessivamente. Ma è qui che avviene il clou: l’assistente si avvicina alla porta posteriore chiedendo dove si trovi il suo antagonista. Senza pensarci troppo – tanto non vedo cosa ci sia di male – indico col dito e dico all’assistente “Eccolo, è qui!”. Al ché il giovane gli dice semplicemente, ma decisamente, che se ha voglia di fare storie, può scendere tranquillamente e andare con lui nella sede più opportuna per chiarire tutto. Il moralizzatore de noartri ricomincia a sbraitare dicendo in sostanza che fino a prova contraria siamo ancora in democrazia e che è libero di definirli come incoscienti se lo ritiene giusto. Dopodiché si chiudono le porte e la navetta inizia a muoversi, ed ecco che il nostro Vittorio Sgarbi dei poveri inizia col suo stile a sfogare inaspettatamente le sue frustrazioni contro di me, mi accusa di essere una sporca spia, mi chiede chi sono io per averlo indicato all’assistente, e mi proclama degno di far parte di un sistema fascista. Dal mio canto, respingo i colpi con la domanda più facile di questo mondo, e che ripeto forse quindici volte, “Ma lei chi è? Si qualifichi, lei chi è? Ma chi è lei?…”. Al che ricomincia a ripetere a pappagallo “fascista, spione, fascistone, spia…”, a cui replico che detto da lui è un complimento, ed esortandolo a stare zitto (prima che mi saltino definitivamente i nervi)…
Che dire… E’ sempre bello ogni tanto trovarsi di fronte gente come questa, che ti porge su un piatto d’argento così tanta comicità dal vivo.
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