150 anni: auguri Italia!

Il 17 Marzo del 1861 è stata dichiarata l’unità dell’Italia, e il 17 Marzo 2011 si è festeggiato il 150esimo anniversario di questa data storica. Festeggiamenti in mezzo a polemiche interne e mugugni di vario tipo: parole-spazzatura che non ci interessano. Fino al 1861 l’Italia è sempre stata divisa in tanti piccoli stati e staterelli. In particolare, si è sempre verificata la presenza di una decina di regni principali, da aggiungere ad una serie infinita di piccole zone autonome grandi come una provincia, o anche meno. A seconda del periodo storico si trattava di Comuni, Signorie, Ducati, Contee, Principati o Repubbliche cittadine. Nel corso dei secoli ogni regno e ogni territorio, ha coltivato una propria cultura, una propria lingua, una propria gastronomia, e questo è il motivo per cui le regioni italiane sono così diverse l’una dall’altra. Affascinante anche il fatto che fino ad allora esisteva anche lo Stato della Chiesa: in altre parole, il Vaticano possedeva buona parte dell’Italia centrale, corrispondenti alle attuali Lazio, Umbria, Marche e Romagna, e solo nel 1870 decise di arrendersi ai continui attacchi militari del neonato regno italiano.
Nell’immagine, la penisola italiana nel 1499
Qualche tempo fa è stata fatta un’intervista al giornalista e scrittore Aldo Cazzullo in occasione della promozione del suo libro “Viva l’Italia”. Da quest’intervista ne abbiamo ricavato un estratto con alcuni passi salienti. Delle riflessioni interessanti da cui si può prendere spunto per vivere meglio nel mondo che ci circonda. Auguri Italia!!!
I giapponesi sono un grande popolo… ma è anche vero che noi italiani, nei momenti difficili, tiriamo fuori il meglio di noi stessi. Non siamo un popolo da ordinaria amministrazione, purtroppo. Siamo tutti un po’ come i Gassman e i Sordi de “La grande guerra”: due soldati inaffidabili che però, nel momento drammatico, preferiscono affrontare il plotone d’esecuzione piuttosto che tradire. Amiamo parlare male di noi stessi, però ci secchiamo quando lo fanno gli stranieri, e in fondo siamo più legati all’Italia di quanto non ci piace riconoscere.
Al Nord passa l’idea che il Nord non è come la Germania per colpa del Sud che sarebbe una palla al piede; al Sud passa l’idea che il Sud è Sud per colpa del Nord che 150 anni fa lo ha invaso, colonizzato, e ancora adesso continua a rifilargli i rifiuti tossici. Aldilà del fondo di verità che ci può essere dietro i mugugni incrociati, la logica è la stessa: la colpa non è mai nostra, ma è sempre colpa di altri italiani. E’ una logica che va rifiutata.
[…] Non è stato il Risorgimento a fare l’Italia, ma gli Italiani a fare il Risorgimento: c’è anche il popolo nel Risorgimento. Nel 1848 insorgono tutte le grandi città italiane […] e non sarebbero bastati i signori, gli aristocratici a cacciare gli austriaci da Milano […]. Il Risorgimento è una cosa che possiamo sentire tutti, secondo me. Come anche la Resistenza, che non è il patrimonio di una fazione, ma dovrebbe essere sentito come il patrimonio di una nazione. La Resistenza oggi non è di moda. E’ considerata una cosa da comunisti, come una cosa di sinistra. Mentre invece fu fatta anche dai militari, dai 5mila fucilati di Cefalonia, dai soldati che preferirono andare nei lager piuttosto che a Salò. Fu fatta da tante donne, ci sono tante donne nel Risorgimento […]. Credo sia importante raccontare delle storie di uomini e donne per cui l’Italia era una cosa seria, che valeva la vita […].
Il localismo in Italia è importantissimo. Noi siamo un Paese ricco perché siamo un Paese di diversità, e quindi il legame con il territorio, le radici, il dialetto, i prodotti locali, sono una cosa importante. L’attaccamento alle piccole patrie può stare con l’attaccamento alla patria comune che ci comprende tutti. Questo alcuni leghisti lo hanno capito […], altri no. […]. C’è un localismo negativo che è quello Nord contro Sud, Padania contro Roma ladrona, e c’è un localismo che è l’attaccamento alla nostra piccola patria, che è una cosa bellissima che va tutelata, salvaguardata.
[…] (All’estero, ndr) forse non siamo molto stimati ma siamo molto amati e anche un po’ invidiati. C’è una grande domanda di Italia all’estero. Ogni volta […] che ho detto che sono italiano, mi hanno sempre sorriso. Questo per il grande lavoro che hanno fatto i nostri immigrati all’estero, ma anche perché l’Italia comunque è di moda […]. E per motivi che non sembra, ma non sono da poco, la moda, il cibo, il design, l’arte, la cultura, la creatività. Purtroppo il nostro governo non sta tutelando le cose per cui noi siamo forti nel mondo. Noi siamo importanti non per la politica; siamo importanti per l’arte, la cultura, il design, la creatività, la fantasia, e sono tutte cose su cui si dovrebbe investire. Se investissimo su queste cose e le valorizzassimo, daremmo una speranza anche ai nostri giovani […] e purtroppo siamo il Paese al mondo in cui c’è più divario tra ricchezza e cultura: molte persone ricche hanno poca cultura e molte persone colte sono povere […] perché non è premiato il merito. Cioè, passa il messaggio che studiare, prepararsi, sacrificarsi non è importante. L’importante è la relazione personale di famiglia o politica. Il rapporto tra cliente e patrono. Non va bene […]
Quanto conta l’italianità nella figura carismatica di Berlusconi: io credo che Berlusconi abbia avuto dalla natura e da suo padre un grande patrimonio di energie, di carisma e abbia avuto dagli italiani un grande patrimonio di fiducia (non da tutti, ma dalla maggioranza). Questo patrimonio lo ha dissipato.
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