Disguidi di viaggio… ma se po’ campa’ così?

Viaggiare è bello. Spostarsi, visitare posti diversi, cambiare aria e rompere la monotonia dei panorami e dei ritmi quotidiani. Da almeno 15 anni a questa parte, viaggiare è anche diventato molto più facile con le compagnie aeree low-cost che aumentano costantemente di numero e servono sempre più aeroporti, che a loro volta spuntano fuori come funghi. Questo oggi amplifica maggiormente il famoso “turismo di massa”, ovvero la possibilità concreta per tutti di andare in posti sempre più svariati e lontani, e consente a chi ha amici e parenti sparsi per il mondo di vivere più appieno la propria vita spesso spezzettata e divisa in più punti del globo. Io sono uno di quelli che ha la vita “delocalizzata” (una parola che il buon dracula Marchionne ci ha insegnato di recente). Escludendo i luoghi che possiamo definire di secondo piano, i miei poli principali sono Varsavia e Lecce. Anni fa, quando Varsavia ancora non esisteva nella mia vita, il miglior modo di raggiungere il Sud-Italia dalla Polonia senza compromettere il proprio portafoglio era sicuramente l’autobus, o al massimo il treno. Roba da 36 ore di viaggio. Oggi, invece, il viaggio più comodo è un volo Varsavia-Roma Fiumicino, e da lì raggiungere la stazione Termini per prendere l’Eurostar per Lecce. Il futuro sembra tendere ancora di più al roseo, dal momento che la mia amata compagnia aerea low-cost Wizzair avrebbe in serbo addirittura l’apertura della tratta diretta Varsavia-Bari, che potrebbe diventare operativa per quest’estate (ma il condizionale è d’obbligo). Quali sarebbero i risultati? Un Varsavia-Lecce durerebbe circa 5-6 ore di viaggio invece delle attuali 11-12; il costo approssimativo totale andata-ritorno potrebbe aggirarsi grossolanamente sui 70€ invece degli attuali 150€ (150€ se si sfruttano le offerte Trenitalia). Bisogna anche dire, però, che lo sviluppo verificatosi finora, oltre all'”accorciamento delle distanze”, ha portato anche una saturazione del mondo del trasporto aereo civile, con i relativi inconvenienti. Da bravi italiani, abbiamo da insegnare al resto del mondo, con la nostra leggendaria Alitalia. Ma anche le altre compagnie ora fanno conoscere i loro piccoli disguidi ai loro passeggeri. Vi racconto la mia esperienza più palpitante, premettendo che nella mia vita cerco sempre di organizzarmi al meglio per evitare di perdere treni o aerei per ritardi o cancellazioni di sorta.
24 Dicembre 2010, ore 11, Aeroporto Chopin di Varsavia. Ho passato indenne il controllo sicurezza dell’aeroporto e aspetto nei pressi del gate numero 4 il mio volo che dovrebbe decollare alle 11.40. Le tappe del viaggio sono chiare: arriverei a Fiumicino alle 14.00, e, dal momento che l’Eurostar parte dalla stazione Termini alle 16.45, ci sarebbe tutto il tempo per prendere in tranquillità il treno-navetta Leonardo, che impiega solo 35 minuti per arrivare a Roma Termini. Ma qualcosa a Varsavia va storto: in un primo momento il monitor segnala il decollo addirittura alle 14.20, il che vuol dire sicuramente perdere l’Eurostar. Ma non mi sconforto e osservo l’assistente di terra al gate che parla al telefono voltandosi continuamente verso il monitor. Probabilmente c’è un errore. E infatti l’orario viene modificato alle 13.20. Facendo due conti, il viaggio esce un po’ tirato, ma ancora di poco nei limiti per non perdere nessuna coincidenza. Finalmente il gate viene aperto e, a fatica, viene svolto il classico rituale: ingresso nel bus-navetta di pista, viaggetto di alcune centinaia di metri verso il fianco sinistro dell’aereo, uscita dalla navetta, tragitto a piedi a mo’ di marcia per guadagnare posizioni sul gruppone di viaggiatori diretti verso gli ingressi anteriore e posteriore dell’aereo, e ingresso nell’aereo medesimo in cerca del posto sul lato finestrino, possibilmente verso la metà del mezzo. Non vi dico da quanto tempo ho già attivato le mie doti telepatiche affinché si stringano i tempi. E il mio sforzo mentale aumenta, intenso, quando mi accorgo che decolliamo verso le 13.35. Ritardo su ritardo. Inizio a percepire l’amaro sapore di una concreta perdita dell’Eurostar. Il comandante comunica via radio che l’inconveniente è stato dovuto – così ho capito – alla copertura imprevista di un altro volo (o comunque di un altro servizio) credo a Wrocław, e che quindi era slittata una serie di voli. Inoltre esterna amareggiato il suo dispiacere per l’inconveniente, ma che si farà di tutto per arrivare a Fiumicino il più presto possibile… bah, prenderà qualche scorciatoia, penso io… Con i miei poteri sovrannaturali, spingo l’aereo più veloce di quanto possa andare, e alla fine i miei sforzi portano evidentemente dei frutti, visto che i carrelli dell’aereo toccano la terra romana alle 15.40. Un record! Ma canto vittoria troppo in anticipo. Il rollaggio fino al “parcheggio” predestinato dura circa 10 minuti, più altri 5 per aspettare il classico intasamento da uscita dall’aereo. Nell’attesa, il comandante rinnova il suo dispiacere per il disagio, e cerca di ammorbidire il mio nervosismo con il “sincero augurio di un buon Natale e felice anno nuovo”…riscuotendo ovviamente l’esito opposto, inveendo tra me e me contro Wizzair e pensando “se volete davvero scusarvi, fatemi scendere subito!!!”. Sono le 15.55. Non ho idea di quando parta il Leonardo per Roma Termini. So solo che devo fare il più presto possibile. Qui, un colpo di fortuna grossissimo, forse determinante: hanno collegato l’uscita dell’aereo con il terminal (l’edificio, per i profani degli aeroporti) mediante un particolare “tunnel” inventato ad hoc. E allora parte la marcia olimpica con zaino in spalla (generalmente non porto il bagaglio da stiva) in direzione della stazione. Percorso lungo, contorto, complicato; quando sbaglio direzione me ne accorgo in tempo, perché chiedo informazioni ad un poliziotto che mi indica la retta via. I polpacci fuori allenamento chiedono tregua, ma non gliela posso concedere finché non si raggiunge la destinazione prefissata. Ore 16.01: arrivo finalmente nella stazioncina e vedo dal tabellone che il Leonardo parte alle 16.03, e con liberazione penso “Madonna che culo!” Mi fiondo verso il treno, con il controllore vicino che raccomanda i passeggeri di obliterare il biglietto. Io non ce l’ho, gli dico che devo assolutamente raggiungere Termini e chiedo che succede se ci salgo sopra facendo il portoghese (cioè senza il biglietto). Mi risponde che c’è un verbale da 50€. Al che gli chiedo se faccio in tempo ad acquistarlo, e mi risponde di sì. Vado in un chiosco vicino che conosco e, tempo 30 secondi, ho già il biglietto. Con grande premura ritorno verso il treno e mi avvicino all’obliteratrice. Il controllore, notando il mio stress nevrotico condito di panico inconscio, mi invita alla tranquillità in quanto il treno non sta ancora partendo. Salgo sul treno senza panico… Il treno parte, e ne approfitto per mangiare i miei panini e per ricapitolare la mia situazione. Ricordo che il Leonardo impiega circa 35 minuti per arrivare a Termini, e ho anche il vago ricordo di una pagina web di Trenitalia in cui si indicava che quel Leonardo arriva a Termini alle 16.39. E l’Eurostar parte alle 16.45. Dopo circa 20 minuti arriva il controllore che, vedendo il biglietto, mi commina scherzosamente la contravvenzione di 50€, giocando evidentemente sul mio stato emotivo labile. Dopodiché gli espongo la mia situazione e gli chiedo delucidazioni. Lui mi conferma che il Leonardo arriverà puntuale alle 16.39, ma il suo responso è bruciante: “Perso!” (inteso l’Eurostar)…, e io “Ma come ‘perso’?”, e lui “Eh, perso”, e io “No dai, veramente”, e lui sospirando “…al massimo devi fare una bella corsa”. Al che, ammettendo di approfittare della sua gentilezza, gli chiedo se è possibile quantomeno sapere da quale binario parte l’Eurostar. Parte da qui la telefonata al collega che sente dire di “un paio di passeggeri ‘al pelo’ per Lecce”… Il binario è il 10, e io lo ringrazio per la cortesia. Ora, c’è da precisare che il Leonardo usa solamente un’ala della stazione Termini che corrisponde ai binari 28 e 29, i quali si trovano a circa 800 metri dagli ingressi di tutti gli altri binari. Ecco perché il controllore mi prefigurava quell’amaro finale. Il Leonardo arriva puntuale; una volta sceso, dribblo un paio di responsabili che mi avvertono di non correre perché ci hanno appena lavato ed è scivoloso, ma dopo una prima corsa di 100 metri, guardo l’orizzonte lontanissimo, e allo stesso tempo ascolto lo speaker che annuncia l’Eurostar per Lecce in partenza imminente. Con questi elementi è facile pensare che il cervello è totalmente in tilt, ma nello stesso tempo acquista quel lucido cinismo estremo che raramente si ha in uno stato emotivo-razionale nella norma. Guardandomi attorno, vedo un ambiente circostante praticamente privo di controlli, e applico così il detto “a mali estremi, estremi rimedi”: taglio i binari! Dal 25esimo in direzione del decimo, taglio tutti i binari, posti almeno 60 centimetri sotto il livello delle piattaforme. Immaginatevi quindi lo sforzo nel salire e scendere in fretta e in serie quegli enormi gradoni. Un altro particolare è che non tutti i binari sono contrassegnati dal numero corrispondente, ma notando un Eurostar all’orizzonte, penso che sia il mio e continuo spedito. Solo dopo mi accorgo che sono già arrivato al binario 6. Allora dietrofront e taglio ancora 4 binari, ma in direzione opposta, fino al 10. Eccolo, il mio Eurostar tanto agognato è lì. Con un affanno immane, cerco la mia carrozza, la numero 7, ma nella paura di veder partire il treno da sotto il naso, salgo sulla numero 4 e mi faccio i corridoi di 3 carrozze. Arrivo alfine al mio posto, ma vedo che è occupato. Oramai non m’importa. Metto a posto lo zaino e per una buona oretta mi rifugio 5 metri più in là, al confine con la carrozza 8, asciugandomi il sudore prodotto (fuori ci sono sì e no 15 gradi e ho appena compiuto quella maratona con un cappotto pellicciato e un cardigan invernale) e facendo passare con pazienza un brutto attacco di tosse dovuto alle enormi boccate d’aria fresca respirate nella corsa, che sento come un macigno all’altezza dei bronchi. Ancora oggi ripenso a quel giorno. Oggi, come allora, penso che, sì, mi sono un po’ strizzato come uno straccio, ma è stato bello realizzare che ce l’avevo fatta. Una “mission” quasi “impossible” compiuta ai limiti delle abilità fisiche e con la benevolenza del caso. Per la cronaca, dopo circa un’ora e mezzo mi sono seduto al mio posto, ovviando alla sua occupazione indebita, e sono arrivato a Lecce alle 23.05, cioè con mezz’ora di ritardo.
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