La corsa polacca, da Cenerentola a “grande” d’Europa

Riportiamo paro paro un interessante articolo de “la Stampa” (di circa due mesi fa) dedicato tutto alla Polonia. Inizia a parlarsene anche in Italia

La crescita del Pil è pari alla Germania, e il segno è stato positivo anche nei due anni della crisi

VARSAVIA – Le melodie di Sting e i fuochi d’artificio hanno accompagnato la festa di inaugurazione del nuovo stadio di calcio di Poznań, preludio delle notti magiche che fra due anni scandiranno il ritmo del primo campionato europeo nell’Europa dell’Est, ospitato insieme da Polonia e Ucraina. È il primo dei quattro stadi polacchi giunto in dirittura d’arrivo, presto seguiranno gli altri, compreso il gioiello in costruzione a Danzica, lo stadio dell’ambra, un’astronave gialla oro appollaiata in riva al Baltico, di cui ancora un anno fa era difficile trovare traccia. Ce la faranno, i lavori sono ormai a buon punto, il tempo perduto è stato recuperato. Gli Europei 2012 dovranno essere innanzitutto il tagliando ufficiale dell’immagine moderna che i due Paesi vogliono mostrare al mondo. Togliersi di dosso il marchio da guerra fredda di Europa dell’Est e acquisire definitivamente quello più appropriato di Europa centrale. E se l’Ucraina arranca, la Polonia pregusta già gli elogi. Qualcosa è cambiato: basta dare uno sguardo alle cifre del Pil. La commissione europea ha da poco fissato al 3,4% il tasso di crescita del Paese nel 2010, un dato simile a quello tedesco, certificando come la ripresa europea sia oggi spinta da un doppio motore, a Berlino e Varsavia. E se i due motori misurano ovviamente cilindrate diverse, c’è da ricordare che la Polonia è stato l’unico Paese d’Europa ad aver mantenuto un segno positivo anche nei due anni della crisi finanziaria. «I polacchi si trovano in vantaggio rispetto a molti altri Paesi», conferma l’economista Wolfram Schrettl, docente di studi est-europei alla Freie Universität di Berlino.
Alcuni esperti si spingono a parlare di un vero e proprio miracolo economico sulle sponde della Vistola, il cui segreto è racchiuso in chiari punti di forza: un mercato interno di 40 milioni di individui (il più grande fra gli Stati della Nuova Europa) con una forte propensione al consumo che allenta la dipendenza dal settore delle esportazioni, un sistema bancario estraneo ai rischi delle piramidi creditizie e orientato verso gli affari dei propri clienti, un’accentuata attitudine all’innovazione nei settori industriali più avanzati e creativi che favorisce la competitività delle imprese. Capita così di assistere a una specie di «Drang nach Westen» dell’imprenditoria polacca, alla conquista dell’Occidente. A partire dalla Germania, che rappresenta il primo partner commerciale della Polonia e costituisce un terzo del fatturato della ditta di autobus Solaris, cuore a due passi da Poznań e portafoglio a Berlino. Il suo titolare, Krzysztof Olszewski, fuggì a Berlino Ovest ai tempi del comunismo e rientrò in patria solo dopo la caduta dei muri. Lì fondò una piccola azienda, la Solaris appunto, dandole un nome assai poco polacco: «Il concetto di un prodotto meccanico “made in Poland” non era proprio di moda a quei tempi», ricorda oggi. Nel 2000 si ripresenta a Berlino e strappa una commessa per due automezzi alla Bvg, l’azienda di trasporto della capitale. Passano solo quattro anni e si sbarazza della concorrenza di un gigante tedesco come la Mercedes. Oggi la Solaris ha piazzato in 80 città tedesche 1500 automezzi, tutti prodotti nella campagna polacca. Solo a Berlino sono registrate 5 mila piccole aziende polacche, alcune anche composte da un singolo imprenditore, molte proiettate nel settore della moda e rappresentano la spina dorsale di quella nouvelle vogue berlinese sotto la quale, spesso, si nasconde la creatività di giovani polacchi. Ma è in patria che si gioca la sfida di trasformarsi in uno dei Paesi leader dell’Europa.
La crescita economica e sociale è evidente nelle grandi città, Varsavia, Danzica, Poznań e soprattutto Cracovia, dove si è sviluppato un polo tecnologico che vede nell’azienda di software Comach la sua punta di diamante, un’altra società che ha messo il naso in Germania, aprendo una succursale a Dresda e sponsorizzando la Bundesliga. «All’inizio è stato faticoso lottare contro il pregiudizio che il software polacco fosse economico ma di seconda qualità», confessa il proprietario della Comach Janusz Filipiak.
Scivolando in provincia riappare l’immagine di un Paese ancora arretrato. Specie a Est, in borghi e villaggi schiacciati verso il confine ucraino, dove la disoccupazione è alta e l’emigrazione verso Irlanda, Gran Bretagna e Germania resta ancora l’unica valvola di sfogo. Zbigniew Kiernikowski è il vescovo di Siedlce, 77.000 abitanti raccolti attorno alla strada statale che da Varsavia porta al confine con la Bielorussia e poi a Minsk e Mosca. Dei suoi 64 anni, ne ha trascorsi molti a Roma insegnando all’Angelicum, la pontificia università san Tommaso d’Aquino. Ci accoglie nel suo studio nel piccolo palazzo della diocesi. Attorno a noi si affannano le suorine viziandoci con caffè e uno strano dolce tipico, cotto attorno a un piccolo tronco d’albero. Allarga le braccia: «Questa è una regione agricola e povera, dove il lavoro è ancora una preoccupazione per molte persone, specie per i giovani. L’impatto con l’economia di mercato è stato pesante, le campagne si sono svuotate e gli agricoltori non hanno visto di buon grado l’ingresso in Europa perché hanno perduto molte agevolazioni statali». Da quando tre anni fa al governo è salito il moderato Donald Tusk, la Polonia ha cambiato marcia. Il 2010 poteva essere un annus horribilis, per la sciagura di Smoleńsk e la decapitazione delle élites. Il Paese ha superato le rapide. Migliorano i rapporti diplomatici con gli ingombranti vicini (Russia e Germania) e, anche a costo di inevitabili tensioni sociali e di qualche ferita inferta alla memoria storica, si mette mano alle ristrutturazioni, come nella cantieristica navale. L’esempio più noto è quello di Danzica, la culla di Solidarność. «Non svenderanno il nostro lavoro e il nostro mito», ci urlava un anno fa nel taccuino Roman Galezewski, il focoso leader degli operai dell’ultima generazione, quella che si è confrontata con la privatizzazione, la crisi del settore e i licenziamenti, «porteremo la nostra protesta fin sotto il palazzo del governo, abbiamo sconfitto il comunismo e ci faremo valere anche contro il capitalismo». Non è andata così.
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