Lo strano giorno di un italiano a Varsavia 4/4

Puntata 4.
Come al solito, Grzegorz mi aspetta ai tavolini esterni del caffè. Esterni, ma isolati dal resto del mondo da quei separé di plastica trasparente, usati da più di qualche locale del luogo. Mi chiede cosa voglio che mi sia offerto, un succo, un tè o altro ancora, ma io, scioccato dalla traversata appena compiuta, associo tutto ciò ad un’unica cosa: liquidi! Acqua! E con gli occhi sgranati e forse anche l’aria un po’ impaurita, declino gentilmente la cortesia. Poi, Grzegorz trova per caso un tavolino libero all’interno, e traslochiamo lì. La lezione scivola abbastanza tranquillamente, facciamo conversazione e glissiamo dal meteo alle biciclette, al chiederci se c’è una differenza tra “caparra” e “cauzione”, fino al leggere mezzo articolo che avevo portato, guarda caso sugli sport popolari in Italia. Gradualmente, ma costantemente e inesorabilmente, “cala la papagna“, come si suol dire dalle mie parti, ovverosia vengo tentato dalle braccia sempre più coinvolgenti di Morfeo, il dio del sonno secondo la mitologia greca. Ma resisto fino alla fine, le ore 18.50. Proprio l’ora in cui ho il primo appuntamento con Anna, una ragazza interessata alle lezioni, e che è già al tavolino di fronte che mi aspetta mentre sorseggia un tè.
E’ ufficiale la sostituzione: esce Grzegorz, entra Anna. Parlando con lei noto che, oltre ad essere una ragazza carina e a modo, parla anche molto bene l’inglese, e mi sembra piuttosto sicura di quello che vuole. Ma ormai sono sfociato in una fase in cui il fisico non regge più. Stanchezza e sonno superano la soglia del 50% e a tratti hanno la meglio sulla lucidità. Questo mi dà l’impressione di compromettere pesantemente l’incontro. Quando nelle ore precedenti pensavo per alcuni centesimi di secondo a questa chiacchierata, immaginavo di raccontare come al solito un excursus della mia vita, del perché sono a Varsavia e in base a che cosa insegno italiano, oltre al come. Ma le cose non vanno proprio così. In alcuni minuti lei mi spiega come mai vuole imparare l’italiano: quando avrà presentato la tesi, andrà in Italia (non capisco bene se per studi o altro),  e lo farà tra circa un mese. In questo lasso di tempo vuole imparare il più possibile la lingua. Le rispondo che l’italiano non è proprio la lingua più facile del mondo (anche se la sua melodia fa pensare all’opposto), ma che comunque si possono fare una specie di lezioni intensive, ben focalizzate, sulle cose importanti, ed arrivare anche al livello A2. Nel mezzo della chiacchierata, in un impeto di lucidità, mi scuso per il mio stato pietoso (sebbene facessi del mio meglio per camuffarlo), visibilmente lento nei riflessi e nei movimenti, con le occhiaie, e in più una barba incolta di quasi due settimane come tocco di ulteriore trascuratezza. Lei mi assicura che non ci sono problemi. Ci si scambia informazioni sul prezzo e sui giorni e orari disponibili, e tutto finisce lì. Sono all’incirca le 19.10.
Negli altri incontri, generalmente ci impiegavo almeno mezz’ora, e con lei non più di 20 minuti. Prendeva sempre più piede in me la convinzione di aver fatto un’impressione negativa. Ma ormai non ho neanche più le energie per i rimpianti e le riflessioni. Tranne una: quando prendo le mie cose per andarmene, prendo anche il notebook e penso al fatto che portarlo con me è stata una grandissima cretinata. Quando avrei potuto usarlo? Mentre facevo lezione? Mentre parlavo con l’aspirante studentessa? Non era proprio il caso. Insomma, l’ennesimo mattone di una giornata “no”. Vado alla fermata, aspetto forse 10 minuti, sotto quella pioggia particolare che c’è solo qui a Varsavia. E’ una via di mezzo tra una pioggia nel senso convenzionale del termine, con le gocce di acqua che cadono, e una nebbia densissima. Per dirla in un altro modo, è come una nebbia in cui le gocce d’acqua sono palpabili, ti bagnano, e ti bagnano sul serio. Prendo l’autobus e torno a casa. La giornata fuoriporta è terminata, finalmente, ma ormai il mio corpo è settato definitivamente sulla modalità “zombi”, come anche il mio cervello, che già da ore ha solo un unico bisogno e un’unica volontà: riposare, dormire, spegnersi per almeno 10 ore per ricaricare le batterie. Arrivo a casa verso le 20. Finalmente a casa! Dopo una giornata che, rileggendo le scorse puntate, ha visto cinque momenti clou di diverso tipo simpaticamente chiamati “traumi”. Siamo al termine della giornata. Quasi. E quel “quasi” è pesantissimo.
Mangio qualcosa, non ricordo neanche più cosa, e penso sempre e incessantemente a quell’unica volontà espressa in precedenza; letto! dormire! Ma c’è ancora una cosa che devo fare, con tanta sofferenza da parte del mio cervello e della mia psiche, ma è un dovere: controllare le benedette e-mail del lavoro per un aggiornamento che non conosco da almeno quattro ore. Faccio una piccola premessa: nel pomeriggio i russi chiedevano, tra informazioni di vario tipo, le ragioni specifiche per cui un paio di candidati erano stati respinti dal nostro cliente, e un’altra domanda su un passaggio di un certo processo che non avevano compreso. Per la prima domanda, non ricordandomi, avevo chiesto supporto al capo, che a sua volta non poteva certo rammentare al volo tutto, ed eravamo andati un po’ a memoria – che poi si è rivelata inaffidabile. Per la seconda domanda, avevo già risposto tranquillamente all’istante. Bene: ora ci sono alcune e-mail, tra cui una dalla Russia, che leggo e da cui rimango di stucco. Ecco la mazzata finale, il sesto ed ultimo trauma: i russi mi richiedono con fare nervosamente agitato la seconda domanda a cui avevo già risposto chiaramente in precedenza. A colui che legge in questo momento dico: so cosa pensi, è vero, lo so, non è un vero trauma, è una cosa normale, una rottura che può succedere. Ma è anche vero che la fatica, lo stress e il sonno accumulati nell’arco della giornata fanno sì che anche un soffio di vento mi metta ko. Paradossalmente l’unica cosa che mi fa sopravvivere è proprio il nervoso causato dal contenuto grottesco e illogico di quella mail. Rispondo cercando di contenere la mia vena contemporaneamente polemica, sarcastica e un filo incazzata. E’ dura cercare di nascondere per intero quello che c’è dentro di me, ma faccio del mio meglio e me la cavo domandandomi in modo sarcastico-retorico se improvvisamente non capissi più l’inglese, oltre ad un modo complessivo di scrivere molto “freddo”, al contrario di quanto facessi in precedenza, dove l’informalità era più di casa.
Finito l’ultimo calvario, faccio una doccia e mi lavo i denti. Saranno circa le 22. Generalmente l’abitudine mi porta ad andare a letto verso la mezzanotte, o anche più tardi: era da tempo che non andavo a letto così presto, ed era da tempo che non mi addormentavo in così pochi istanti. La giornata è finalmente terminata. Per davvero.
Questa è la fine di questo improvvisato corto-romanzo. Scritto per puro divertimento e per il capriccio di voler documentare questa giornata strana, il 9 Settembre 2010.
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