Lo strano giorno di un italiano a Varsavia 3/4

Puntata 3.

Alle 14 e rotti sono finalmente a casa, e mi diletto in una delle mie specialità: fare più cose contemporaneamente. Seguo un programma su La7 (via internet), metto su l’acqua per la pasta, subito battezzata come aglio, olio e peperoncino, lavo alcuni piatti e soprattutto riprendo le comunicazioni via mail con il capo e con la Russia. Programmo di uscire alle 16.30 e recarmi in centro via tram, visto il famoso caos, per iniziare puntualmente la lezione con Grzegorz alle 17.15. Quindi, considerando l’ambaradan messo su a casa, calcolo facilmente che non ho l’acqua alla gola, ma non me la posso neanche prendere comoda. E perciò non ho la possibilità di ritagliarmi neanche solo 10 minuti per il dolce far niente e tirare il fiato. E’ una maratona serrata. Anche il momento di iniziare a mangiare la pasta, preparata senza particolari dilungamenti, viene rimandato dal delicato scambio di e-mail che avviene in quel momento, e-mail che trasmettono oltre alle parole, anche i brividi della tensione, come il sottile scricchiolìo del pack ghiacciato che si incrina al tuo passaggio e che speri non si spacchi, anche perché, se ci pensi, non ce n’è realmente il motivo. Ma a volte i cosiddetti misunderstading o addirittura lo scambio di informazioni errate possono creare anche questo. Come il famoso battito d’ali di una farfalla in Australia che crea casini a Cuba. Il risultato di tutto questo è che riesco si a mangiare almeno la mia “aglio e olio”, ma mi ritrovo anche a scrivere un’ennesima e-mail ben oltre l’orario da me previsto per l’uscita, facendo sorgere in me la necessità di portare con me il notebook per aggiornarmi in tempo reale sul tutto. La stanchezza e il sonno già si sentono.
Or dunque: Orario previsto per l’uscita di casa, 16.30. Orario effettivo, 16.43. In un piccolo paese sono due orari praticamente uguali, ma in una metropoli dinamica quei 13 minuti di differenza sono come un abisso. Piove, e non poco. Ma stavolta ho con me l’ombrello, e mi dirigo verso la fermata del tram, a 500 metri da casa. Inizia quello che definiamo qui il quinto trauma della giornata. Un trauma lento e prolungato. Sono a 100 metri dalla fermata del tram, che si trova tra una carreggiata e l’altra di ul. Grójecka. Vedo il tram che si ferma e nello stesso tempo il semaforo dei pedoni che diventa verde. Sapendo che il semaforo rimane verde per circa 20 secondi, e non volendo assolutamente perdere neanche un secondo in questa mission punctuality già sull’orlo del fallimento, mi ritrovo a dover fare un’accelerazione repentina, con zaino e notebook in spalla e ombrello in mano. Riesco a prendere il tram, ma con lui prendo anche un po’ d’acqua. Non ci penso neanche un secondo. Resisto in silenzio e miro solo ad arrivare in centro. Ma succede qualcosa di strano: nel giro di poche fermate il tram si svuota sostanzialmente e riesco anche a sedermi, ma arrivati in Pl. Narutowicza (a circa metà strada), il tram non va dritto, ma gira seguendo il corso dei binari riservati ai tram che fanno capolinea. Solo in quel momento mi guardo intorno e vedo che non sono salito sul 7 o sul 9, ma sul tram numero 79, un tram che sostituisce temporaneamente il numero 35, destinato per ora ad un altro tragitto. Allora scendo, sempre sotto la pioggia, e mi dirigo verso la fermata dei tram che proseguono dritti verso il centro. Proprio in quel momento vedo sopraggiungere un tram, e allora ecco la seconda accelerazione repentina, sempre con zaino e notebook in spalla e ombrello in mano. Prendo un’altra razione di pioggia e pozzanghere, e riesco in extremis a salire sul tram che stava già per ripartire. Anche qui il tram è piuttosto sgombro di persone, e anche qui mi siedo. Ma due fermate dopo, in Pl. Zawiszy, ecco che il tram non va dritto, ma gira a sinistra: ancora una volta, non ho preso né il 7 né il 9, ma l’1, l’unico che non mi serve. Sbadataggine? Forse. Ma per me si tratta sicuramente delle malsane conseguenze del mio personale deficit da sonno, oltre all’andamento della giornata che non manca di spremermi un po’ come un limone. Ma non c’è il tempo di riflettere su questo. Rinnovo il cerimoniale: mi alzo, scendo, però mi sono stufato di correre ancora, cammino regolarmente, sempre sotto la pioggia, e con l’ombrello che mi protegge fino ad un certo punto, perché quando c’è anche il vento che soffia, c’è poco da fare. Mi scappa il 9, che nel frattempo era transitato mentre aspettavo il verde del maledetto semaforo, ma un minuto dopo arriva il 22. Non mi incazzo più di tanto perché sono in un punto dove tutti i tram vanno in un’unica direzione, quindi tutti vanno bene. Lo prendo. E’ un po’ affollato, ma non troppo.
Dovrei iniziare la lezione alle 17.15, e dentro di me penso: “Arriverò alla fermata Smyk fra 10 minuti, e ora saranno già le 17.15”. Invece, vedo con un certo sollievo che sono ancora le 17.06. Il ritardo sarà meno disastroso di quanto pensassi. Nei successivi 10 minuti non succede niente di anormale, per fortuna, e arrivo finalmente alla fermata Smyk. Da lì al bookhousecafé ci sono circa 5 minuti a piedi, durante i quali faccio la spugna con un’altra bella doccia d’acqua, e mi accorgo allora di un particolare: ho le scarpe di ginnastica estive, e non quelle nere impermeabili. Resto in trans mentale per 5 secondi, ma poi mi rendo conto che dopotutto non mi è entrata tanta acqua dentro. Anzi. Poteva andarmi peggio. Arrivo alla meta designata con un risultato totale di 40 minuti di viaggio, frutto di ben 2 cambi tram, 4 diverse passeggiate corredate di scatti alla Carl Lewis e dotato di zaino di 4 chili, notebook di altrettanto peso, e un ombrello la cui funzionalità anti-pioggia viene diminuita si e no del 50% dal vento e dalla concitazione dei momenti. Entro nel caffè. Fine del quinto trauma. Sono le 17.25. Grzegorz mi aspetta per la lezione.
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