Lo strano giorno di un italiano a Varsavia 2/4

Puntata 2.

Seduto nel caffè, ne approfitto per continuare il lavoro di revisione e integrazione del programma generale delle lezioni, alla luce anche del “libro collage” che mi sono creato (con grande soddisfazione personale) con dialoghi, articoli e test vari presi qui e là da tre libri diversi, oltre a schemi e documenti creati da me al computer. Faccio questo per una mezz’oretta, terminando di fatto il livello A2 ed introducendomi nel B1. Infatti, come il più delle volte, Ania ritarda, questa volta di circa 20 minuti. Ad ogni modo la lezione si svolge senza particolari problemi, incentrandoci sulla conversazione. In linea generale sembra faccia alcuni progressi (del resto, per imparare una lingua ci vuole tempo, pazienza e pratica), ma ogni tanto si ritrova in quello che per lei è un pantano misterioso, quello degli articoli, di cui a volte dimentica i criteri d’uso (forse perché non li ha mai studiati come si deve). Le preposizioni, invece, si sa, sono un problema universale per tutti. Nel corso della lezione il capo mi telefona una, o forse due volte, per aggiornarmi sulla situazione. Dobbiamo cercare di fissare un appuntamento tra il nostro cliente e un terzo candidato a cui il cliente stesso era interessato.  Ma essendo fuori e senza notebook, nella mia testa rimando la faccenda al mio ritorno a casa. Con gli iniziali slittamenti d’orario e in più la mia sempre strabordante bontà che mi vede sempre disponibile per 5-10 minuti extra di lezione, finisco dopo le 13.00, ed esco dal caffè. Ma ecco il terzo trauma della giornata: piove. Attenzione: il trauma non è costituito dal fatto in sé che piova, ma il fatto che piove e io sono senza ombrello! Non è un diluvio, ma, come dire, è una pioggia che bagna. Un minuto o poco più per raggiungere la fermata e, dopo aver trovato un angolino dove la pioggia batte meno, un paio di minuti per vedere il mio salvatore, il caro 512. Almeno in questa piccola sfortuna meteorologica mi è andata bene, penso. Ma qui inizia una nuova fase della giornata: essendo passate le 13.00, è ora di punta, e inoltre, come detto, piove. A Varsavia generalmente questo significa solo tre cose: caos, caos e ancora caos. Un traffico intensissimo, e io in autobus sono anche in piedi.
Dopo forse 15 minuti, il percorso fatto è di circa 800 metri e 0 fermate; siamo arrivati in quello che probabilmente è lo snodo principale di tutta Varsavia, la rotonda che congiunge ul. Marszałkowska con Al. Jerozolimskie, e qui succede un evento che non avevo ancora mai vissuto a bordo di un autobus, il quarto trauma della giornata: un tamponamento. In passato ho assistito ai senzatetto puzzolenti e ubriachi, si,  alle parolacce dei conducenti, si, alla calca schiacciante e invadente delle persone, si, ad un guasto, si, perfino ai controllori, si, ma ad un tamponamento, questo ancora no. La cronaca: un’utilitaria rossa affianca sulla sinistra il mio bel 512, all’altezza del conducente, e allo scorrere lento del traffico, taglia gradualmente la strada all’autobus, essendoci più avanti anche un restringimento della strada. Nonostante il conducente avesse suonato una volta il clacson per destare l’attenzione dell’automobilista, all’ennesima ripartenza, la macchina, per definizione più scattante, guadagna circa un paio di metri e taglia ulteriormente la strada all’autobus che, dal canto suo, era ripartito anch’esso. E qui la macchina viene toccata. Ovviamente, tutti fermi per sistemare burocraticamente la cosa. In altre parole: la corsa è finita. Per non aspettare tre ore, mi ritrovo a dover scendere dal bus, sotto la pioggia, e fare quei circa 200 metri per raggiungere la successiva fermata. Nel fare questo, voglio spendere quei cinque secondi per capire l’entità del danno: è un graffio che si vede poco e niente, e che a ben osservare non ha neanche deformato la carrozzeria. Una cosa che con 10€ ti viene subito sistemata con una “pasta” particolare. Insomma, si è gridato il proprio dolore non per una gamba fratturata, ma per un’unghia spezzata. E in più, mandando definitivamente in tilt il traffico, come se già non fosse sufficiente la situazione già precaria di suo.
Comunque, mentre penso a tutto questo, raggiungo la fermata presso cui aspetto per altri dieci minuti l’arrivo di qualcosa… Si materializza il 175, direzione aeroporto, quindi, direzione casa. Sono ancora in piedi, impiego circa 25 minuti per arrivare alla fermata prevista, a 700 metri da casa. Piove ancora, poco, ma arriva subito il 172 che mi avvicina un altro po’ alla meta tanto agognata. Mi restano solo 3 minuti da fare a piedi. E sempre senza ombrello, ricordiamolo. Passando sotto un alberello incrocio una ragazza che invece l’ombrello ce l’ha e lo usa. Lo usa forse con troppa disinvoltura, e infatti sposta alcuni rami dell’albero, facendo cadere dell’acqua piovana. Dentro di me rimbomba l’anticamera di un’incazzatura, ma sono ad un passo dal traguardo e non m’importa più niente del resto.
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